Matteo Maria Boiardo - Opera Omnia >>  Orlando innamorato LIBRO I  <--  *  -->  LIBRO II    




 

il magnifico matteo maria boiardo testo integrale brano completo citazione delle fonti commedie opere letterarie e in versi



EL PRIMO LIBRO DE ORLANDO INAMORATO, [EN] EL QUALE SE CONTIENE LE DIVERSE AVENTURE E LE CAGIONE DI ESSO INAMORAMENTO, TRADUTTO DA LA VERACE CRONICA DE TURPINO, ARCIVESCOVO REMENSE, PER IL MAGNIFICO CONTE MATEO MARIA BOIARDO, CONTE DE SCANDIANO. A LO ILLUSTRISSIMO SIGNOR ERCULE DUCA DE FERRARA.


CANTO PRIMO


1.


Signori e cavallier che ve adunati
Per odir cose dilettose e nove,
Stati attenti e quïeti, ed ascoltati
La bella istoria che 'l mio canto muove;
E vedereti i gesti smisurati,
L'alta fatica e le mirabil prove
Che fece il franco Orlando per amore
Nel tempo del re Carlo imperatore.

2.

Non vi par già, signor, meraviglioso
Odir cantar de Orlando inamorato,
Ché qualunche nel mondo è più orgoglioso,
È da Amor vinto, al tutto subiugato;
Né forte braccio, né ardire animoso,
Né scudo o maglia, né brando affilato,
Né altra possanza può mai far diffesa,
Che al fin non sia da Amor battuta e presa.

3.

Questa novella è nota a poca gente,
Perché Turpino istesso la nascose,
Credendo forse a quel conte valente
Esser le sue scritture dispettose,
Poi che contra ad Amor pur fu perdente
Colui che vinse tutte l'altre cose:
Dico di Orlando, il cavalliero adatto.
Non più parole ormai, veniamo al fatto.

4.

La vera istoria di Turpin ragiona
Che regnava in la terra de orïente,
Di là da l'India, un gran re di corona,
Di stato e de ricchezze sì potente
E sì gagliardo de la sua persona,
Che tutto il mondo stimava nïente:
Gradasso nome avea quello amirante,
Che ha cor di drago e membra di gigante.

5.

E sì come egli avviene a' gran signori,
Che pur quel voglion che non ponno avere,
E quanto son difficultà maggiori
La desïata cosa ad ottenere,
Pongono il regno spesso in grandi errori,
Né posson quel che voglion possedere;
Così bramava quel pagan gagliardo
Sol Durindana e 'l bon destrier Baiardo.

6.

Unde per tutto il suo gran tenitoro
Fece la gente ne l'arme asembrare,
Ché ben sapeva lui che per tesoro
Né il brando, né il corsier puote acquistare;
Duo mercadanti erano coloro
Che vendean le sue merce troppo care:
Però destina di passare in Franza
Ed acquistarle con sua gran possanza.

7.

Cento cinquanta millia cavallieri
Elesse di sua gente tutta quanta;
Né questi adoperar facea pensieri,
Perché lui solo a combatter se avanta
Contra al re Carlo ed a tutti guerreri
Che son credenti in nostra fede santa;
E lui soletto vincere e disfare
Quanto il sol vede e quanto cinge il mare.

8.

Lassiam costor che a vella se ne vano,
Che sentirete poi ben la sua gionta;
E ritornamo in Francia a Carlo Mano,
Che e soi magni baron provede e conta;
Imperò che ogni principe cristiano,
Ogni duca e signore a lui se afronta
Per una giostra che aveva ordinata
Allor di maggio, alla pasqua rosata.

9.

Erano in corte tutti i paladini
Per onorar quella festa gradita,
E da ogni parte, da tutti i confini
Era in Parigi una gente infinita.
Eranvi ancora molti Saracini,
Perché corte reale era bandita,
Ed era ciascaduno assigurato,
Che non sia traditore o rinegato.

10.

Per questo era di Spagna molta gente
Venuta quivi con soi baron magni:
Il re Grandonio, faccia di serpente,
E Feraguto da gli occhi griffagni;
Re Balugante, di Carlo parente,
Isolier, Serpentin, che fôr compagni.
Altri vi fôrno assai di grande afare,
Come alla giostra poi ve avrò a contare.

11.

Parigi risuonava de instromenti,
Di trombe, di tamburi e di campane;
Vedeansi i gran destrier con paramenti,
Con foggie disusate, altiere e strane;
E d'oro e zoie tanti adornamenti
Che nol potrian contar le voci umane;
Però che per gradir lo imperatore
Ciascuno oltra al poter si fece onore.

12.

Già se apressava quel giorno nel quale
Si dovea la gran giostra incominciare,
Quando il re Carlo in abito reale
Alla sua mensa fece convitare
Ciascun signore e baron naturale,
Che venner la sua festa ad onorare;
E fôrno in quel convito li assettati
Vintiduo millia e trenta annumerati.

13.

Re Carlo Magno con faccia ioconda
Sopra una sedia d'ôr tra' paladini
Se fu posato alla mensa ritonda:
Alla sua fronte fôrno e Saracini,
Che non volsero usar banco né sponda,
Anzi sterno a giacer come mastini
Sopra a tapeti, come è lor usanza,
Sprezando seco il costume di Franza.

14.

A destra ed a sinistra poi ordinate
Fôrno le mense, come il libro pone:
Alla prima le teste coronate,
Uno Anglese, un Lombardo ed un Bertone,
Molto nomati in la Cristianitate,
Otone e Desiderio e Salamone;
E li altri presso a lor di mano in mano,
Secondo il pregio d'ogni re cristiano.

15.

Alla seconda fôr duci e marchesi,
E ne la terza conti e cavallieri.
Molto fôrno onorati e Magancesi,
E sopra a tutti Gaino di Pontieri.
Rainaldo avea di foco gli occhi accesi,
Perché quei traditori, in atto altieri,
L'avean tra lor ridendo assai beffato,
Perché non era come essi adobato.

16.

Pur nascose nel petto i pensier caldi,
Mostrando nella vista allegra fazza;
Ma fra se stesso diceva: "Ribaldi,
S'io vi ritrovo doman su la piazza,
Vedrò come stareti in sella saldi,
Gente asinina, maledetta razza,
Che tutti quanti, se 'l mio cor non erra,
Spero gettarvi alla giostra per terra."

17.

Re Balugante, che in viso il guardava,
E divinava quasi il suo pensieri,
Per un suo trucimano il domandava,
Se nella corte di questo imperieri
Per robba, o per virtute se onorava:
Acciò che lui, che quivi è forestieri,
E de' costumi de' Cristian digiuno,
Sapia l'onor suo render a ciascuno.

18.

Rise Rainaldo, e con benigno aspetto
Al messagier diceva: - Raportate
A Balugante, poi che egli ha diletto
De aver le gente cristiane onorate,
Ch'e giotti a mensa e le puttane in letto
Sono tra noi più volte acarezate;
Ma dove poi conviene usar valore,
Dasse a ciascun il suo debito onore. -

19.

Mentre che stanno in tal parlar costoro,
Sonarno li instrumenti da ogni banda;
Ed ecco piatti grandissimi d'oro,
Coperti de finissima vivanda;
Coppe di smalto, con sotil lavoro,
Lo imperatore a ciascun baron manda.
Chi de una cosa e chi d'altra onorava,
Mostrando che di lor si racordava.

20.

Quivi si stava con molta allegrezza,
Con parlar basso e bei ragionamenti:
Re Carlo, che si vidde in tanta altezza,
Tanti re, duci e cavallier valenti,
Tutta la gente pagana disprezza,
Come arena del mar denanti a i venti;
Ma nova cosa che ebbe ad apparire,
Fe' lui con gli altri insieme sbigotire.

21.

Però che in capo della sala bella
Quattro giganti grandissimi e fieri
Intrarno, e lor nel mezo una donzella,
Che era seguìta da un sol cavallieri.
Essa sembrava matutina stella
E giglio d'orto e rosa de verzieri:
In somma, a dir di lei la veritate,
Non fu veduta mai tanta beltate.

22.

Era qui nella sala Galerana,
Ed eravi Alda, la moglie de Orlando,
Clarice ed Ermelina tanto umana,
Ed altre assai, che nel mio dir non spando,
Bella ciascuna e di virtù fontana.
Dico, bella parea ciascuna, quando
Non era giunto in sala ancor quel fiore,
Che a l'altre di beltà tolse l'onore.

23.

Ogni barone e principe cristiano
In quella parte ha rivoltato il viso,
Né rimase a giacere alcun pagano;
Ma ciascun d'essi, de stupor conquiso,
Si fece a la donzella prossimano;
La qual, con vista allegra e con un riso
Da far inamorare un cor di sasso,
Incominciò così, parlando basso:

24.

- Magnanimo segnor, le tue virtute
E le prodezze de' toi paladini,
Che sono in terra tanto cognosciute,
Quanto distende il mare e soi confini,
Mi dan speranza che non sian perdute
Le gran fatiche de duo peregrini,
Che son venuti dalla fin del mondo
Per onorare il tuo stato giocondo.

25.

Ed acciò ch'io ti faccia manifesta,
Con breve ragionar, quella cagione
Che ce ha condotti alla tua real festa,
Dico che questo è Uberto dal Leone,
Di gentil stirpe nato e d'alta gesta,
Cacciato del suo regno oltra ragione:
Io, che con lui insieme fui cacciata,
Son sua sorella, Angelica nomata.

26.
Sopra alla Tana ducento giornate,
Dove reggemo il nostro tenitoro,
Ce fôr di te le novelle aportate,
E della giostra e del gran concistoro
Di queste nobil gente qui adunate;
E come né città, gemme o tesoro
Son premio de virtute, ma si dona
Al vincitor di rose una corona.

27.

Per tanto ha il mio fratel deliberato,
Per sua virtute quivi dimostrare,
Dove il fior de' baroni è radunato,
Ad uno ad un per giostra contrastare:
O voglia esser pagano o battizato,
Fuor de la terra lo venga a trovare,
Nel verde prato alla Fonte del Pino,
Dove se dice al Petron di Merlino.

28.

Ma fia questo con tal condizïone
(Colui l'ascolti che si vôl provare):
Ciascun che sia abattuto de lo arcione,
Non possa in altra forma repugnare,
E senza più contesa sia pregione;
Ma chi potesse Uberto scavalcare,
Colui guadagni la persona mia:
Esso andarà con suoi giganti via. -

29.

Al fin delle parole ingenocchiata
Davanti a Carlo attendia risposta.
Ogni om per meraviglia l'ha mirata,
Ma sopra tutti Orlando a lei s'accosta
Col cor tremante e con vista cangiata,
Benché la voluntà tenìa nascosta;
E talor gli occhi alla terra bassava,
Ché di se stesso assai si vergognava.

30.

"Ahi paccio Orlando!" nel suo cor dicia
"Come te lasci a voglia trasportare!
Non vedi tu lo error che te desvia,
E tanto contra a Dio te fa fallare?
Dove mi mena la fortuna mia?
Vedome preso e non mi posso aitare;
Io, che stimavo tutto il mondo nulla,
Senza arme vinto son da una fanciulla.

31.

Io non mi posso dal cor dipartire
La dolce vista del viso sereno,
Perch'io mi sento senza lei morire,
E il spirto a poco a poco venir meno.
Or non mi val la forza, né lo ardire
Contra d'Amor, che m'ha già posto il freno;
Né mi giova saper, né altrui consiglio,
Ch'io vedo il meglio ed al peggior m'appiglio."

32.

Così tacitamente il baron franco
Si lamentava del novello amore.
Ma il duca Naimo, ch'è canuto e bianco,
Non avea già de lui men pena al core,
Anci tremava sbigotito e stanco,
Avendo perso in volto ogni colore.
Ma a che dir più parole? Ogni barone
Di lei si accese, ed anco il re Carlone.

33.

Stava ciascuno immoto e sbigottito,
Mirando quella con sommo diletto;
Ma Feraguto, il giovenetto ardito,
Sembrava vampa viva nello aspetto,
E ben tre volte prese per partito
Di torla a quei giganti al suo dispetto,
E tre volte afrenò quel mal pensieri
Per non far tal vergogna allo imperieri.

34.

Or su l'un piede, or su l'altro se muta,
Grattasi 'l capo e non ritrova loco;
Rainaldo, che ancor lui l'ebbe veduta,
Divenne in faccia rosso come un foco;
E Malagise, che l'ha cognosciuta,
Dicea pian piano: "Io ti farò tal gioco,
Ribalda incantatrice, che giamai
De esser qui stata non te vantarai."

35.

Re Carlo Magno con lungo parlare
Fe' la risposta a quella damigella,
Per poter seco molto dimorare.
Mira parlando e mirando favella,
Né cosa alcuna le puote negare,
Ma ciascuna domanda li suggella
Giurando de servarle in su le carte:
Lei coi giganti e col fratel si parte.

36.

Non era ancor della citade uscita,
Che Malagise prese il suo quaderno:
Per saper questa cosa ben compita
Quattro demonii trasse dello inferno.
Oh quanto fu sua mente sbigotita!
Quanto turbosse, Iddio del celo eterno!
Poi che cognobbe quasi alla scoperta
Re Carlo morto e sua corte deserta.

37.

Però che quella che ha tanta beltade,
Era figliola del re Galifrone,
Piena de inganni e de ogni falsitade,
E sapea tutte le incantazïone.
Era venuta alle nostre contrade,
Ché mandata l'avea quel mal vecchione
Col figliol suo, ch'avea nome Argalia,
E non Uberto, come ella dicia.

38.

Al giovenetto avea dato un destrieri
Negro quanto un carbon quando egli è spento,
Tanto nel corso veloce e leggieri,
Che già più volte avea passato il vento;
Scudo, corazza ed elmo col cimieri,
E spada fatta per incantamento;
Ma sopra a tutto una lancia dorata,
D'alta ricchezza e pregio fabricata.

39.

Or con queste arme il suo patre il mandò,
Stimando che per quelle il sia invincibile,
Ed oltra a questo uno anel li donò
Di una virtù grandissima, incredibile,
Avengaché costui non lo adoprò;
Ma sua virtù facea l'omo invisibile,
Se al manco lato in bocca se portava:
Portato in dito, ogni incanto guastava.

40.

Ma sopra a tutto Angelica polita
Volse che seco in compagnia ne andasse,
Perché quel viso, che ad amare invita,
Tutti i baroni alla giostra tirasse,
E poi che per incanto alla finita
Ogni preso barone a lui portasse:
Tutti legati li vôl nelle mane
Re Galifrone, il maledetto cane.

41.

Così a Malagise il dimon dicia,
E tutto il fatto gli avea rivelato.
Lasciamo lui: torniamo a l'Argalia,
Che al Petron di Merlino era arivato.
Un pavaglion sul prato distendia,
Troppo mirabilmente lavorato;
E sotto a quello se pose a dormire,
Ché di posarse avea molto desire.

42.

Angelica, non troppo a lui lontana,
La bionda testa in su l'erba posava,
Sotto il gran pino, a lato alla fontana:
Quattro giganti sempre la guardava.
Dormendo, non parea già cosa umana,
Ma ad angelo del cel rasomigliava.
Lo annel del suo germano aveva in dito,
Della virtù che sopra aveti odito.

43.

Or Malagise, dal demon portato,
Tacitamente per l'aria veniva;
Ed ecco la fanciulla ebbe mirato
Giacer distesa alla fiorita riva;
E quei quattro giganti, ogniuno armato,
Guardano intorno e già nïun dormiva.
Malagise dicea: "Brutta canaglia,
Tutti vi pigliarò senza battaglia.

44.

Non vi valeran mazze, né catene,
Né vostri dardi, né le spade torte;
Tutti dormendo sentirete pene,
Come castron balordi avreti morte."
Così dicendo, più non si ritiene:
Piglia il libretto e getta le sue sorte,
Né ancor aveva il primo foglio vòlto,
Che già ciascun nel sonno era sepolto.

45.

Esso dapoi se accosta alla donzella
E pianamente tira for la spada,
E veggendola in viso tanto bella
Di ferirla nel collo indugia e bada.
L'animo volta in questa parte e in quella,
E poi disse: "Così convien che vada:
Io la farò per incanto dormire,
E pigliarò con seco il mio desire."

46.

Pose tra l'erba giù la spada nuda,
Ed ha pigliato il suo libretto in mano;
Tutto lo legge, prima che lo chiuda.
Ma che li vale? Ogni suo incanto è vano,
Per la potenzia dello annel sì cruda.
Malagise ben crede per certano
Che non si possa senza lui svegliare,
E cominciolla stretta ad abbracciare.

47.

La damisella un gran crido mettia:
- Tapina me, ch'io sono abandonata! -
Ben Malagise alquanto sbigotia,
Veggendo che non era adormentata.
Essa, chiamando il fratello Argalia,
Lo tenìa stretto in braccio tutta fiata;
Argalia sonacchioso se sveglione,
E disarmato uscì del pavaglione.

48.

Subitamente che egli ebbe veduto
Con la sorella quel cristian gradito,
Per novità gli fu il cor sì caduto,
Che non fu de appressarse a loro ardito.
Ma poi che alquanto in sé fu rivenuto,
Con un troncon di pin l'ebbe assalito,
Gridando: - Tu sei morto, traditore,
Che a mia sorella fai tal disonore. -

49.

Essa gridava: - Legalo, germano,
Prima ch'io il lasci, che egli è nigromante;
Ché, se non fosse l'annel che aggio in mano,
Non son tue forze a pigliarlo bastante. -
Per questo il giovenetto a mano a mano
Corse dove dormiva un gran gigante,
Per volerlo svegliar; ma non potea,
Tanto lo incanto sconfitto il tenea.

50.

Di qua, di là, quanto più può il dimena;
Ma poi che vede che indarno procaccia,
Dal suo bastone ispicca una catena,
E de tornare indrieto presto spaccia;
E con molta fatica e con gran pena
A Malagise lega ambe le braccia,
E poi le gambe e poi le spalle e il collo:
Da capo a piede tutto incatenollo.

51.

Come lo vide ben esser legato,
Quella fanciulla li cercava in seno;
Presto ritrova il libro consecrato,
Di cerchi e de demonii tutto pieno.
Incontinenti l'ebbe diserrato;
E nello aprir, né in più tempo, né in meno,
Fu pien de spirti e celo e terra e mare,
Tutti gridando: - Che vôi comandare? -

52.

Ella rispose: - Io voglio che portate
Tra l'India e Tartaria questo prigione,
Dentro al Cataio, in quella gran citate,
Ove regna il mio padre Galafrone;
Dalla mia parte ce lo presentate,
Ché di sua presa io son stata cagione,
Dicendo a lui che, poi che questo è preso,
Tutti gli altri baron non curo un ceso. -

53.

Al fin delle parole, o in quello instante,
Fu Malagise per l'aere portato,
E, presentato a Galafrone avante,
Sotto il mar dentro a un scoglio impregionato.
Angelica col libro a ogni gigante
Discaccia il sonno ed ha ciascun svegliato.
Ogn'om strenge la bocca ed alcia il ciglio,
Forte ammirando il passato periglio.

54.

Mentre che qua fôr fatte queste cose,
Dentro a Parigi fu molta tenzone,
Però che Orlando al tutto se dispose
Essere in giostra il primo campïone;
Ma Carlo imperatore a lui rispose
Che non voleva e non era ragione;
E gli altri ancora, perché ogni om se estima,
A quella giostra volean gire in prima.

55.

Orlando grandemente avea temuto
Che altrui non abbia la donna acquistata,
Perché, come il fratello era abattuto,
Doveva al vincitore esser donata.
Lui de vittoria sta sicuro e tuto,
E già li pare averla guadagnata;
Ma troppo gli rencresce lo aspettare,
Ché ad uno amante una ora uno anno pare.

56.

Fu questa cosa nella real corte
Tra il general consiglio essaminata;
Ed avendo ciascun sue ragion pòrte,
Fu statuita al fine e terminata,
Che la vicenda se ponesse a sorte;
Ed a cui la ventura sia mandata
D'essere il primo ad acquistar l'onore,
Quel possa uscire alla giostra di fore.

57.

Onde fu il nome de ogni paladino
Subitamente scritto e separato;
Ciascun segnor, cristiano e saracino,
Ne l'orna d'oro il suo nome ha gettato;
E poi ferno venire un fanciullino
Che i breve ad uno ad uno abbia levato.
Senza pensare il fanciullo uno afferra;
La lettra dice: Astolfo de Anghilterra.

58.

Dopo costui fu tratto Feraguto,
Rainaldo il terzo, e il quarto fu Dudone;
E poi Grandonio, quel gigante arguto,
L'un presso all'altro, e Belengiere e Otone;
Re Carlo dopo questi è for venuto;
Ma per non tenir più lunga tenzone,
Prima che Orlando ne fôr tratti trenta:
Non vi vo' dir se lui se ne tormenta.

59.

Il giorno se calava in ver la sera,
Quando di trar le sorte fu compito.
Il duca Astolfo con la mente altiera
Dimanda l'arme, e non fu sbigottito,
Benché la notte viene e il cel se anera.
Esso parlava, sì come omo ardito,
Che in poco d'ora finirà la guerra,
Gettando Oberto al primo colpo in terra.

60.

Segnor, sappiate ch'Astolfo lo Inglese
Non ebbe di bellezze il simigliante;
Molto fu ricco, ma più fu cortese,
Leggiadro e nel vestire e nel sembiante.
La forza sua non vedo assai palese,
Ché molte fiate cadde del ferrante.
Lui suolea dir che gli era per sciagura,
E tornava a cader senza paura.

61.

Or torniamo a la istoria. Egli era armato,
Ben valeano quelle arme un gran tesoro;
Di grosse perle il scudo è circondato,
La maglia che se vede è tutta d'oro;
Ma l'elmo è di valore ismesurato
Per una zoia posta in quel lavoro,
Che, se non mente il libro de Turpino,
Era quanto una noce, e fu un rubino.

62.

Il suo destriero è copertato a pardi,
Che sopraposti son tutti d'ôr fino.
Soletto ne uscì fuor senza riguardi,
Nulla temendo se pose in camino.
Era già poco giorno e molto tardi,
Quando egli gionse al Petron di Merlino;
E ne la gionta pose a bocca il corno,
Forte suonando, il cavalliero adorno.

63.

Odendo il corno, l'Argalia levosse,
Ché giacea al fonte la persona franca,
E de tutte arme subito adobosse
Da capo a piedi, che nulla gli manca;
E contra Astolfo con ardir se mosse,
Coperto egli e il destrier in vesta bianca,
Col scudo in braccio e quella lancia in mano
Che ha molti cavallier già messi al piano.

64.

Ciascun se salutò cortesemente,
E fôr tra loro e patti rinovati,
E la donzella lì venne presente.
E poi si fôrno entrambi dilungati,
L'un contra l'altro torna parimente,
Coperti sotto a i scudi e ben serrati;
Ma come Astolfo fu tocco primero,
Voltò le gambe al loco del cimero.

65.

Disteso era quel duca in sul sabbione,
E crucioso dicea: - Fortuna fella,
Tu me e' nemica contra a ogni ragione:
Questo fu pur diffetto della sella.
Negar nol pôi; ché s'io stavo in arcione,
Io guadagnavo questa dama bella.
Tu m'hai fatto cadere, egli è certano,
Per far onore a un cavallier pagano. -

66.

Quei gran giganti Astolfo ebber pigliato,
E lo menarno dentro al pavaglione;
Ma quando fu de l'arme dispogliato,
La damisella nel viso il guardone,
Nel quale era sì vago e delicato,
Che quasi ne pigliò compassïone;
Unde per questo lo fece onorare,
Per quanto onore a pregion si può fare.

67.

Stava disciolto, senza guardia alcuna,
Ed intorno alla fonte solacciava;
Angelica nel lume della luna,
Quanto potea nascoso, lo amirava;
Ma poi che fu la notte oscura e bruna,
Nel letto incortinato lo posava.
Essa col suo fratello e coi giganti
Facea la guardia al pavaglion davanti.

68.

Poco lume mostrava ancor il giorno,
Che Feraguto armato fu apparito,
E con tanta tempesta suona il corno,
Che par che tutto il mondo sia finito;
Ogni animal che quivi era d'intorno
Fuggia da quel rumore isbigotito:
Solo Argalia de ciò non ha paura,
Ma salta in piede e veste l'armatura.

69.

L'elmo affatato il giovanetto franco
Presto se allaccia, e monta in sul corsieri;
La spada ha cinto dal sinistro fianco,
E scudo e lancia e ciò che fa mistieri.
Rabicano, il destrier, non mostra stanco,
Anzi va tanto sospeso e leggieri,
Che ne l'arena, dove pone il piede,
Signo di pianta ponto non si vede.

70.

Con gran voglia lo aspetta Feraguto,
Ché ad ogni amante incresce lo indugiare;
E però, come prima l'ha veduto,
Non fece già con lui lungo parlare;
Mosso con furia e senza altro saluto,
Con l'asta a resta lo venne a scontrare;
Crede lui certo, e faria sacramento,
Aver la bella dama a suo talento.

71.

Ma come prima la lancia il toccò,
Nel core e nella faccia isbigotì;
Ogni sua forza in quel punto mancò,
E lo animoso ardir da lui partì;
Tal che con pena a terra trabuccò,
Né sa in quel punto se gli è notte o dì.
Ma come prima a l'erba fu disteso,
Tornò il vigore a quello animo acceso.

72.

Amore, o giovenezza, o la natura
Fan spesso altrui ne l'ira esser leggiero.
Ma Feraguto amava oltra misura;
Giovanetto era e de animo sì fiero,
Che a praticarlo egli era una paura;
Piccola cosa gli facea mestiero
A volerlo condur con l'arme in mano,
Tanto è crucioso e di cor subitano.

73.

Ira e vergogna lo levâr di terra,
Come caduto fu, subitamente.
Ben se apparecchia a vendicar tal guerra,
Né si ricorda del patto nïente;
Trasse la spada, ed a piè se disserra
Ver lo Argalia, battendo dente a dente.
Ma lui diceva: - Tu sei mio pregione,
E me contrasti contro alla ragione. -

74.

Feraguto il parlar non ha ascoltato,
Anci ver lui ne andava in abandono.
Ora i giganti, che stavano al prato,
Tutti levati con l'arme se sono,
E sì terribil grido han fuor mandato,
Che non se odì giamai sì forte trono
(Turpino il dice: a me par meraviglia),
E tremò il prato intorno a lor due miglia.

75.

A questi se voltava Feraguto,
E non credeti che sia spaventato.
Colui che vien davanti è il più membruto,
E fu chiamato Argesto smisurato;
L'altro nomosse Lampordo il veluto,
Perché piloso è tutto in ogni lato;
Urgano il terzo per nome si spande,
Turlone il quarto, e trenta piedi è grande.

76.

Lampordo nella gionta lanciò un dardo,
Che se non fosse, come era, fatato,
Al primo colpo il cavallier gagliardo
Morto cadea, da quel dardo passato.
Mai non fu visto can levrer, né pardo,
Né alcun groppo di vento in mar turbato,
Così veloci, né dal cel saetta,
Qual Feraguto a far la sua vendetta.

77.

Giunse al gigante in lo destro gallone,
Che tutto lo tagliò, come una pasta,
E rene e ventre, insino al petignone;
Né de aver fatto il gran colpo li basta,
Ma mena intorno il brando per ragione,
Perché ciascun de' tre forte il contrasta.
L'Argalia solo a lui non dà travaglia,
Ma sta da parte e guarda la battaglia.

78.

Fie' Feraguto un salto smisurato:
Ben vinti piedi è verso il cel salito;
Sopra de Urgano un tal colpo ha donato,
Che 'l capo insino a i denti gli ha partito.
Ma mentre che era con questo impacciato,
Argesto nella coppa l'ha ferito
D'una mazza ferrata, e tanto il tocca,
Che il sangue gli fa uscir per naso e bocca.

79.

Esso per questo più divenne fiero,
Come colui che fu senza paura,
E messe a terra quel gigante altiero,
Partito dalle spalle alla cintura.
Alor fu gran periglio al cavalliero,
Perché Turlon, che ha forza oltra misura,
Stretto di drieto il prende entro alle braccia,
E di portarlo presto se procaccia.

80.

Ma fosse caso, o forza del barone,
Io no 'l so dir, da lui fu dispiccato.
Il gran gigante ha di ferro un bastone,
E Feraguto il suo brando afilato.
Di novo si comincia la tenzone:
Ciascuno a un tratto il suo colpo ha menato,
Con maggior forza assai ch'io non vi dico;
Ogni om ben crede aver còlto il nemico.

81.

Non fu di quelle botte alcuna cassa,
Ché quel gigante con forza rubesta
Giunselo in capo e l'elmo gli fraccassa,
E tutta quanta disarmò la testa;
Ma Feraguto con la spada bassa
Mena un traverso con molta tempesta
Sopra alle gambe coperte di maglia,
Ed ambedue a quel colpo le taglia.

82.

L'un mezo morto, e l'altro tramortito
Quasi ad un tratto cascarno sul prato.
Smonta l'Argalia e con animo ardito
Ha quel barone alla fonte portato,
E con fresca acqua l'animo stordito
A poco a poco gli ebbe ritornato;
E poi volea menarlo al pavaglione,
Ma Feraguto niega esser pregione.

83.

- Che aggio a fare io, se Carlo imperatore
Con Angelica il patto ebbe a firmare?
Son forsi il suo vasallo o servitore,
Che in suo decreto me possa obligare?
Teco venni a combatter per amore,
E per la tua sorella conquistare:
Aver la voglio, o ver morire al tutto. -
Queste parole dicea Feragutto.

84.

A quel rumore Astolfo se è levato,
Che sino alora ancor forte dormia,
Né il crido de' giganti l'ha svegliato
Che tutta fe' tremar la prataria.
Veggendo i duo baroni a cotal piato,
Tra lor con parlar dolce se mettia,
Cercando de volerli concordare:
Ma Feraguto non vôle ascoltare.

85.

Dicea l'Argalia: - Ora non vedi,
Franco baron, che tu sei disarmato?
Forse che de aver l'elmo in capo credi?
Quello è rimaso in sul campo spezzato.
Or fra te stesso iudica, e provedi
Se vôi morire, o vôi esser pigliato:
Che stu combatti avendo nulla in testa,
Tu in pochi colpi finira' la festa. -

86.

Rispose Feraguto: - E' mi dà il core,
Senza elmo, senza maglia e senza scudo,
Aver con teco di guerra l'onore;
Così mi vanto di combatter nudo
Per acquistare il desiato amore. -
Cotal parole usava il baron drudo,
Però ch'Amor l'avea posto in tal loco,
Che per colei s'arìa gettato in foco.

87.

L'Argalia forte in mente si turbava,
Vedendo che costui sì poco il stima
Che nudo alla battaglia lo sfidava,
Né alla seconda guerra né alla prima,
Preso due volte, lo orgoglio abassava,
Ma de superbia più montava in cima;
E disse: - Cavallier, tu cerchi rogna:
Io te la grattarò, ché 'l ti bisogna.

88.

Monta a cavallo ed usa tua bontade,
Ché, come digno sei, te avrò trattato;
Né aver speranza ch'io te usi pietade,
Perch'io ti vegga il capo disarmato.
Tu cerchi lo mal giorno in veritade,
Facciote certo che l'avrai trovato;
Diffendite se pôi, mostra tuo ardire,
Ché incontinente ti convien morire. -

89.

Ridea Feraguto a quel parlare,
Come di cosa che il stimi nïente.
Salta a cavallo e senza dimorare
Diceva: - Ascolta, cavallier valente:
Se la sorella tua mi vôi donare,
Io non te offenderò veracemente;
Se ciò non fai, io non ti mi nascondo,
Presto serai di quei de l'altro mondo. -

90.

Tanto fu vinto de ira l'Argalia,
Odendo quel parlar che è sì arrogante,
Che furïoso in sul destrier salia,
E con voce superba e minacciante
Ciò che dicesse nulla se intendia.
Trasse la spada e sprona lo aferante,
Né se ricorda de l'asta pregiata,
Che al tronco del gran pin stava apoggiata.

91.

Così cruciati con le spade in mano
Ambi co 'l petto de' corsieri urtaro.
Non è nel mondo baron sì soprano,
Che non possan costor star seco al paro.
Se fosse Orlando e il sir de Montealbano,
Non vi serìa vantaggio né divaro;
Però un bel fatto potreti sentire,
Se l'altro canto tornareti a odire.



CANTO SECONDO


1.

Io vi cantai, segnor, come a battaglia
Eran condotti con molta arroganza
Argalia, il forte cavallier di vaglia,
E Feraguto, cima di possanza.
L'uno ha incantata ogni sua piastra e maglia,
L'altro è fatato, fuor che nella panza;
Ma quella parte d'acciarro è coperta
Con vinte piastre, quest'è cosa certa.

2.

Chi vedesse nel bosco duo leoni
Turbati, ed a battaglia insieme appresi,
O chi odisse ne l'aria duo gran troni
Di tempeste, rumore e fiamma accesi,
Nulla sarebbe a mirar quei baroni,
Che tanto crudelmente se hanno offesi;
Par che il celo arda e il mondo a terra vada,
Quando se incontra l'una e l'altra spada.

3.

E' si feriano insieme a gran furore,
Guardandosi l'un l'altro in vista cruda;
E credendo ciascuno esser megliore
Trema per ira, e per affanno suda.
Or lo Argalia con tutto suo valore
Ferì il nemico in su la testa nuda,
E ben si crede senza dubitanza
Aver finita a quel colpo la danza.

4.

Ma poi che vidde il suo brando polito
Senza alcun sangue ritornar al celo,
Per meraviglia fu tanto smarito
Che in capo e in dosso se li aricciò il pelo.
In questo Feraguto l'ha assalito;
Ben crede fender l'arme come un gelo,
E crida: - Ora a Macon ti raccomando,
Ché a questo colpo a star con lui ti mando. -

5.

Così dicendo, quel barone aitante
Ferisce ad ambe man con forza molta;
Se stato fosse un monte de diamante,
Tutto l'avria tagliato in quella volta.
L'elmo affatato a quel brando troncante
Ogni possanza di tagliare ha tolta.
Se Feragù turbosse, io non lo scrivo;
Per gran stupor non sa se è morto o vivo.

6.

Ma poi che ciascadun fu dimorato
Tacito alquanto, senza colpezare
(Ché l'un de l'altro è sì meravigliato,
Che non ardiva a pena di parlare),
L'Argalia prima a Ferragù dricciato
Disse: - Barone, io ti vo' palesare,
Che tutte le arme che ho, da capo e piedi,
Sono incantate, quante tu ne vedi.

7.

Però con meco lascia la battaglia,
Ché altro aver non ne puoi, che danno e scorno. -
Feragù disse: - Se Macon mi vaglia,
Quante arme vedi a me sopra ed intorno,
E questo scudo e piastre, e questa maglia,
Tutte le porto per essere adorno,
Non per bisogno; ch'io son affatato
In ogni parte, fuor che in un sol lato.

8.

Sì che, a donarti un ottimo consiglio,
Benché nol chiedi, io ti so confortare
Che non te metti de morte a periglio;
Senza contesa vogli a me lasciare
La tua sorella, quel fiorito giglio,
Ed altramente tu non puoi campare.
Ma se mi fai con pace questo dono,
Eternamente a te tenuto sono. -

9.

Rispose lo Argalia: - Barone audace,
Ben aggio inteso quanto hai ragionato,
E son contento aver con teco pace,
E tu sia mio fratello e mio cognato:
Ma vo' saper se ad Angelica piace,
Ché senza lei non si faria il mercato. -
E Feragù gli dice esser contento,
Che con essa ben parli a suo talento.

10.

A benché Feragù sia giovanetto,
Bruno era molto e de orgogliosa voce,
Terribile a guardarlo nello aspetto;
Gli occhi avea rossi, con batter veloce.
Mai di lavarse non ebbe diletto,
Ma polveroso ha la faccia feroce:
Il capo acuto aveva quel barone,
Tutto ricciuto e ner come un carbone.

11.

E per questo ad Angelica non piacque,
Ché lei voleva ad ogni modo un biondo;
E disse allo Argalia, come lui tacque:
- Caro fratello, io non mi ti nascondo:
Prima me affogarei dentro a quest'acque,
E mendicando cercarebbi 'l mondo,
Che mai togliessi costui per mio sposo.
Meglio è morir che star con furïoso.

12.

Però ti prego per lo dio Macone,
Che te contenti de la voglia mia.
Ritorna a la battaglia col barone,
Ed io fra tanto per necromanzia
Farò portarme in nostra regïone.
Volta le spalle, e vieni anco tu via
(Destrier non è che 'l tuo segua di lena:
Io fermarommi alla selva de Ardena)

13.

Acciò ch'insieme facciamo ritorno
Dal vecchio patre, al regno de oltra mare.
Ma se quivi non giongi il terzo giorno,
Soletta al vento me farò passare,
Poi che aggio il libro di quel can musorno,
Che me credette al prato vergognare.
Tu poi adaggio per terra venrai;
La strata hai caminata, e ben la sai. -

14.

Così tornarno e baroni al ferire,
Dapoi che questo a quello ha referito
Che la sorella non vôle assentire;
Ma Feragù perciò non è partito,
Anci destina o vincere o morire.
Ecco la dama dal viso florito
Subito sparve a i cavallier davante:
Presto sen corse il suspettoso amante.

15.

Però che spesso la guardava in volto,
Parendogli la forza radoppiare;
Ma poi che gli è davanti così tolto,
Non sa più che si dir, né che si fare.
In questo tempo lo Argalia rivolto,
Con quel destrier che al mondo non ha pare
Fugge del prato e quanto può sperona,
E Feraguto e la guerra abandona.

16.

Lo inamorato giovanetto guarda,
Come gabato si trova quel giorno.
Esce del prato correndo e non tarda,
E cerca il bosco, che è folto, d'intorno.
Ben par che nella faccia avampa ed arda,
Tra sé pensando il recevuto scorno,
E non se arresta correre e cercare;
Ma quel che cerca non può lui trovare.

17.

Tornamo ora ad Astolfo, che soletto,
Come sapete, rimase alla Fonte.
Mirata avea la pugna con diletto,
E de ciascun guerrer le forze pronte;
Or resta in libertà senza suspetto,
Ringrazïando Iddio con le man gionte;
E per non dare indugia a sua ventura
Monta a destrier con tutta l'armatura.

18.

E non aveva lancia il paladino,
Ché la sua nel cadere era spezzata.
Guardasi intorno, ed al troncon del pino
Quella de lo Argalia vidde appoggiata.
Bella era molto, e con lame d'ôr fino,
Tutta di smalto intorno lavorata;
Prendela Astolfo quasi per disaggio,
Senza pensare in essa alcun vantaggio.

19.

Così tornando a dietro allegro e baldo,
Come colui che è sciolto di pregione,
Fuor del boschetto ritrovò Ranaldo,
E tutto il fatto appunto gli contone.
Era il figlio de Amon d'amor sì caldo,
Che posar non puotea di passïone:
Però fuor della terra era venuto,
Per saper che aggia fatto Feraguto.

20.

E come odì che fuggian verso Ardena,
Nulla rispose a quel duca dal pardo.
Volta il destriero e le calcagne mena,
E di pigricia accusa il suo Baiardo.
De l'amor del patron quel porta pena;
E chiamato è rozone, asino tardo,
Quel bon destrier che va con tanta fretta,
Ch'a pena l'avria gionto una saetta.

21.

Lasciamo andar Ranaldo inamorato.
Astolfo ritornò nella citade;
Orlando incontinente l'ha trovato,
E dalla lunga, con sagacitade,
Dimanda come il fatto sia passato
Della battaglia, e de sua qualitade.
Ma nulla gli ragiona del suo amore,
Perché vano il cognosce e zanzatore.

22.

Ma come intese ch'egli era fuggito
L'Argalia al bosco e seco la donzella,
E che Rainaldo lo aveva seguito,
Partisse in vista nequitosa e fella;
E sopra al letto suo cadde invilito,
Tanto è il dolor che dentro lo martella.
Quel valoroso, fior d'ogni campione,
Piangea nel letto come un vil garzone.

23.

"Lasso, - diceva - ch'io non ho diffesa
Contra al nemico che mi sta nel core!
Or ché non aggio Durindana presa
A far battaglia contra a questo amore,
Qual m'ha di tanto foco l'alma accesa,
Che ogni altra doglia nel mondo è minore?
Qual pena è in terra simile alla mia,
Che ardo d'amore e giazo in zelosia?

24.

Né so se quella angelica figura
Se dignarà de amar la mia persona;
Ché ben serà figliol della ventura,
E de felice portarà corona,
Se alcun fia amato da tal creatura.
Ma se speranza de ciò me abandona,
Ch'io sia sprezato da quel viso umano,
Morte me donarò con la mia mano.

25.

Ahi sventurato! Se forse Rainaldo
Trova nel bosco la vergine bella,
Ché ben cognosco io come l'è ribaldo,
Giamai di man non gli uscirà polcella.
Forse gli è mo ben presso il viso saldo!
Ed io, come dolente feminella,
Tengo la guancia posata alla mano,
E sol me aiuto lacrimando in vano.

26.
Forse ch'io credo tacendo coprire
La fiamma che me rode il core intorno?
Ma per vergogna non voglio morire.
Sappialo Dio ch'allo oscurir del giorno
Sol di Parigio mi voglio partire,
Ed andarò cercando il viso adorno,
Sin che lo trovo, e per state e per verno,
E in terra e in mare, e in cielo e nello inferno."

27.

Così dicendo dal letto si leva,
Dove giaciuto avea sempre piangendo;
La sera aspetta, e lo aspettar lo agreva,
E su e giù si va tutto rodendo.
Uno atimo cento anni li rileva,
Or questo avviso or quello in sé facendo.
Ma come gionta fu la notte scura,
Nascosamente veste l'armatura.

28.

Già non portò la insegna del quartero,
Ma de un vermiglio scuro era vestito.
Cavalca Brigliadoro il cavalliero,
E soletto alla porta se ne è gito.
Non sa de lui famiglio, né scudero;
Tacitamente è della terra uscito.
Ben sospirando ne andava il meschino,
E verso Ardena prese il suo cammino.

29.

Or son tre gran campioni alla ventura:
Lasciali andar, che bei fati farano,
Rainaldo e Orlando, ch'è di tanta altura,
E Feraguto, fior d'ogni pagano.
Tornamo a Carlo Magno, che procura
Ordir la giostra, e chiama il conte Gano,
Il duca Namo e lo re Salamone,
E del consiglio ciascadun barone.

30.

E disse lor: - Segnori, il mio parere
È che il giostrante ch'al rengo ne viene,
Contrasti ciascaduno al suo potere,
Sin che fortuna o forza lo sostiene;
E 'l vincitor dipoi, come è dovere,
Dello abbattuto la sorte mantiene,
Sì che rimanga la corona a lui,
O sia abbattuto, e dia loco ad altrui. -

31.

Ciascuno afferma il ditto de Carlone,
Sì come de segnore alto e prudente:
Lodano tutti quella invenzïone.
L'ordine dasse: nel giorno seguente
Chi vôl giostrar se trovi su l'arcione.
E fu ordinato che primieramente
Tenesse 'l rengo Serpentino ardito
A real giostra dal ferro polito.

32.

Venne il giorno sereno e l'alba gaglia:
Il più bel sol giamai non fu levato.
Prima il re Carlo entrò ne la travaglia,
Fuor che de gambe tutto disarmato,
Sopra de un gran corsier coperto a maglia,
Ed ha in mano un bastone e il brando a lato.
Intorno a' pedi aveva per serventi
Conti, baroni e cavallier possenti.

33.

Eccoti Serpentin che al campo viene,
Armato e da veder meraviglioso:
Il gran corsier su la briglia sostiene;
Quello alcia i piedi, de andare animoso.
Or qua, or là la piaza tutta tiene,
Gli occhi ha abragiati, e il fren forte è schiumoso;
Ringe il feroce e non ritrova loco,
Borfa le nari e par che getti foco.

34.

Ben lo somiglia il cavalliero ardito,
Che sopra li venìa col viso acerbo;
Di splendide arme tutto era guarnito,
Nello arcion fermo e ne l'atto superbo.
Fanciulli e donne, ogni om lo segna a dito;
Di tal valor si mostra e di tal nerbo,
Che ciascadun ben iudica a la vista,
Che altri che lui quel pregio non acquista.

35.

Per insegna portava il cavalliero
Nel scudo azuro una gran stella d'oro;
E similmente il suo ricco cimiero,
E sopravesta fatta a quel lavoro,
La cotta d'arme e il forte elmo e leggiero
Eran stimati infinito tesoro;
E tutte quante l'arme luminose
Frixate a perle e pietre precïose.

36.

Così prese l'arengo quel campione,
E poi che l'ebbe intorno passeggiato,
Fermosse al campo, come un torrïone.
Ma già suonan le trombe da ogni lato;
Entrono giostratori a ogni cantone,
L'un più che l'altro riccamente armato,
Con tante perle e oro e zoie intorno,
Che il paradiso ne sarebbe adorno.

37.

Colui che vien davanti, è paladino;
Porta nel blavo la luna de argento,
Sir di Bordella, nomato Angelino,
Maestro di guerra e giostra e torniamento.
Subitamente mosse Serpentino,
Con tal velocità che parve un vento.
Da l'altra parte, menando tempesta,
Viene Angelino, e pone l'asta a resta.

38.

Là dove l'elmo al scudo se confina,
Ferì Angelino a Serpentino avante;
Ma non se piega adietro, anze se china
Adosso al colpo il cavalliero aitante,
E lui la vista incontra in tal ruina,
Che il fe' mostrare al cielo ambe le piante.
Levasi il grido in piaza, ogni om favella
Che 'l pregio al tutto è di quel dalla Stella.

39.

Ora se mosse il possente Ricardo,
Che signoreggia tutta Normandia.
Un leon d'oro ha quel baron gagliardo
Nel campo rosso, e ben ratto venìa.
Ma Serpentino a mover non fu tardo,
E rescontrollo a mezo della via,
Dandogli un colpo de cotanta pena,
Che il capo gli fe' batter su l'arena.

40.

O quanto Balugante se conforta,
Veggendo al figliol sì franca persona!
Or vien colui che i scacchi al scudo porta,
E d'oro ha sopra l'elmo la corona:
Re Salamone, quella anima acorta.
Stretto a la giostra tutto se abandona;
Ma Serpentino a mezo il scudo il fiere,
E lui getta per terra e il suo destriere.

41.

Astolfo alla sua lancia diè de piglio,
Quella che l'Argalia lasciò su il prato.
Tre pardi d'oro ha nel campo vermiglio,
Ben ne venìa su l'arcione assettato.
Ma egli incontrò grandissimo periglio,
Ché il destrier sotto li fu trabuccato.
Tramortì Astolfo, e lume e ciel non vede,
E dislocosse ancora il destro piede.

42.

Spiacque a ciascuno del caso malvaggio,
E forse più che a gli altri a Serpentino,
Perché sperava gettarlo al rivaggio;
Ma certamente era falso indovino.
Il duca fu portato al suo palaggio,
E ritornògli il spirto pelegrino;
E similmente il piede dislocato
Gli fu raconcio e stretto e ben legato.

43.

E benché Serpentin tanto abbia fatto,
Danese Ogier di lui non ha spavento.
Mosse il destrier sì furïoso e ratto,
Quale è nel mar di tramontana il vento.
Era la insegna del guerrero adatto
Il scudo azzurro e un gran scaglion d'argento;
Un basalisco porta per cimero
Di sopra a l'elmo lo ardito guerrero.

44.

Suonâr le trombe: ogni om sua lancia aresta
E vengonsi a ferir quei duo campioni.
Non fu quel giorno botta sì rubesta,
Ché parve nel colpir scontro de troni.
Danese Ogieri con molta tempesta
Ruppe di Serpentin ambi li arcioni:
E per la groppa del destrieri il mena,
Sì che disteso il pose in su l'arena.

45.

Così rimase vincitore al campo
Il forte Ogieri, e la renga difende.
Re Balugante par che meni vampo,
Sì la caduta del figliol lo offende.
Anco egli ariva pur a quello inciampo,
Perché il Danese per terra il distende.
Ora si move il giovine Isolieri:
Bene è possente e destro cavallieri.

46.

Era costui di Feragù germano;
Tre lune d'oro avea nel verde scudo.
Mosse 'l destriero, e la lancia avea in mano:
Nel corso l'arestò quel baron drudo.
Il pro' Danese lo mandò su 'l piano
De un colpo tanto dispietato e crudo,
Che non se avede se gli è morto o vivo,
E ben sette ore stie' del spirto privo.

47.

Gualtiero da Monleon dopo colui
Fu dal Danese per terra gettato.
Un drago era la insegna di costui,
Tutto vermiglio nel campo dorato.
- Deh non facciamo la guerra tra nui, -
Diceva Ogieri - o popol battizato!
Ch'io vedo caleffarci a' Saracini,
Perché facciamo l'un l'altro tapini. -

48.

Spinella da Altamonte fu un pagano,
Ch'era venuto a provar sua persona
A questa corte del re Carlo Mano:
Nel scudo azuro ha d'oro una corona.
Questo fu messo dal Danese al piano.
Or Matalista al tutto se abandona:
Fratello è questo a Fiordespina bella,
Ardito, forte e destro su la sella.

49.

Costui portava il scudo divisato
Di bruno e d'oro, e un drago per cimiero;
E cadde sopra al campo riversato.
A vota sella ne andò il suo destriero.
Mosse Grandonio, il cane arabïato:
Aiuti Ogieri Iddio, ché gli è mistiero!
Ché in tutto il mondo, per ogni confino,
Non è di lui più forte Saracino.

50.

Avea quel re statura de gigante,
E venne armato sopra a un gran ronzone;
Il scudo negro portava davante,
E d'ôr scolpito ha quel dentro un Macone.
Non vi fu Cristïan tanto arrogante
Che non temesse di quel can felone:
Gan da Pontier, come lo vide in faza,
Nascosamente uscì fuor della piaza.

51.

Il simil fe' Macario de Lusana,
E Pinabello e il conte de Altafoglia,
Né già Falcon da gli altri se alontana:
Parli mille anni che de qui se toglia.
Sol della gesta perfida e villana
Grifon rimase fermo in su la soglia,
O virtute o vergogna che il rimorse,
O che al partir degli altri non se accorse.

52.

Ora torniamo a quel pagano orribile,
Che per il campo tal tempesta mena.
La sua possanza par cosa incredibile;
Porta per lancia un gran fusto de antena.
Né di lui manco è il suo corsier terribile,
Che nella piazza profonda l'arena,
Rompe le pietre, fa tremar la terra,
Quando nel corso tutto se disserra.

53.

Con questa furia andò verso il Danese,
E proprio a mezo il scudo l'ha colpito:
Tutto lo spezza, e per terra il distese
Col suo destriero insieme e sbalordito.
Il duca Naimo sotto il braccio il prese,
E con lui fuor del campo si ne è gito;
E fêgli medicare e braccio e petto,
Che più che un mese poi stette nel letto.

54.

Grande fu il crido per tutta la piaza,
E più de gli altri i Saracin se odirno.
Grandonio al rengo superbo minaza,
Ma non per questo gli altri isbigotirno.
Turpin di Rana adosso a lui si caza,
E nel mezo del corso se colpirno;
Ma il prete uscì de arcion con tal martìre,
Che ben fu presso al ponto del morire.

55.

Astolfo ne la piaza era tornato
Sopra a un portante e bianco palafreno;
Non avea arme, fuor che 'l brando a lato,
E tra le dame, con viso sereno,
Piacevolmente s'era solacciato,
Come quel che de motti è tutto pieno.
Ma mentre che lui ciancia, ecco Grifone
Fu da Grandonio messo in sul sabbione.

56.

Era costui di casa di Maganza,
Che porta in scudo azuro un falcon bianco.
Crida Grandonio con molta arroganza:
- O Cristïani, è già ciascadun stanco?
Non gli è chi faccia più colpo de lanza? -
Allor se mosse Guido, il baron franco,
Quel de Borgogna, che porta il leone
Negro ne l'oro; e cadde dello arcione.

57.

Cadde per terra il possente Angelieri,
Che porta il drago a capo de donzella.
Avino, Avolio, Otone e Berlenzeri,
L'un dopo l'altro fur tolti di sella.
L'acquila nera portan per cimeri,
La insegna a tutti quattro era pur quella;
Ma il scudo a scacchi d'oro e de azuro era,
Come oggi ancora è l'arma di Bavera.

58.

Ad Ugo di Marsilia diè la morte
Questo Grandonio, che è tanto gagliardo.
Quanto più giostra, più se mostra forte;
Abbatte Ricciardetto e il franco Alardo,
Svilaneggiando Carlo e la sua corte,
Chiamando ogni cristian vile e codardo.
Ben sta turbato in faccia lo imperieri;
Eccoti gionto il marchese Olivieri.

59.

Parve che il ciel se aserenasse intorno,
Alla sua gionta ogni omo alciò la testa.
Venìa il marchese in atto molto adorno;
Carlo li uscitte incontra con gran festa.
Non vi sta queta né tromba, né corno,
Piccoli e grandi de cridar non resta:
- Viva Olivier, marchese di Vïena! -
Ride Grandonio e prende la sua antena.

60.

Or se ne va ciascun de animo acceso,
Con tanta furia quanta si può dire;
Ma chiunche guarda, attonito e suspeso,
Aspetta il colpo di quel gran ferire;
Né solo una parola avresti inteso,
Tanto par che ciascuno attento mire.
Ma nello scontro Olivier di possanza
Nel scudo ad alto li attaccò la lanza.

61.

Nove piastre de acciaro avea quel scudo:
Tutte le passa Olivier de Vïena.
Ruppe lo usbergo, e dentro al petto nudo
Ben mezo il ferro gl'inchiavò con pena.
Ma quel gigante dispietato e crudo
Ferì in fronte Olivier con quella antena;
E con tanto furor di sella il caccia,
Che andò longe al destrier ben sette braccia.

62.

Ogni om crede di certo che 'l sia morto,
Perché l'elmo per mezo era partito,
E ciascadun che l'ha nel viso scorto,
Giura che il spirto al tutto se n'è gito.
Oh quanto Carlo Magno ha disconforto!
E piangendo dicea: - Baron fiorito,
Onor della mia corte, figliol mio,
Come comporta tanto male Iddio? -

63.

Se quel pagano in prima era superbo,
Or non se può se stesso supportare,
Cridando a ciascadun con atto acerbo:
- O paladini, o gente da trincare,
Via alla taverna, gente senza nerbo!
Io de altro che di coppa so giuocare.
Gagliarda è questa Tavola Ritonda,
Quando minaccia e non vi è chi risponda! -

64.

Quando il re Carlo intende tanto oltraggio,
E di sua corte così fatto scorno,
Turbato nella vista e nel coraggio,
Con gli occhi accesi se guardava intorno.
- Ove son quei che me dièn fare omaggio,
Che m'hanno abandonato in questo giorno?
Ov'è Gan da Pontieri? Ove è Rainaldo?
Ove ene Orlando, traditor bastardo?

65.

Figliol de una puttana, rinegato!
Che, stu ritorni a me, poss'io morire,
Se con le proprie man non t'ho impiccato! -
Questo e molt'altro il re Carlo ebbe a dire.
Astolfo, che di dietro l'ha ascoltato,
Occultamente se ebbe a dispartire,
E torna a casa, e sì presto si spaccia,
Che in un momento gionse armato in piaccia.

66.

Né già se crede quel franco barone
Aver vittoria contra del pagano,
Ma sol con pura e bona intenzïone
Di far il suo dover per Carlo Mano.
Stava molto atto sopra dello arcione,
E somigliava a cavallier soprano;
Ma color tutti che l'han cognosciuto,
Diceano: - Oh Dio! deh mandaci altro aiuto! -

67.

Chinando il capo in atto grazïoso
Davante a Carlo, disse: - Segnor mio,
Io vado a tuor d'arcion quello orgoglioso,
Poi ch'io comprendo che tu n'hai desio. -
Il re, turbato d'altro e disdegnoso,
Disse: - Va pur, ed aiuteti Iddio! -
E poi, tra' soi rivolto, con rampogna
Disse: - E' ci manca questa altra vergogna. -

68.

Astolfo quel pagano ha minacciato
Menarlo preso e porlo in mar al remo,
Onde il gigante sì forte è turbato,
Che cruccio non fu mai cotanto estremo.
Nell'altro canto ve averò contato,
Se sia concesso dal Segnor supremo,
Gran meraviglia e più strana ventura
Ch'odisti mai per voce, o per scrittura.



CANTO TERZO


1.

Segnor, nell'altro canto io ve lasciai
Sì come Astolfo al Saracin per scherno
Dicea: - Briccone, non te vantarai,
Se forse non te vanti ne l'inferno,
Di tanti alti baron che abattuto hai.
Sappi, come io te piglio, io ti governo
Nella galea. Poi che sei gigante,
Farotte onore, e serai baiavante. -

2.

Il re Grandonio, che sempre era usato
Dire onta ad altri, e mai non l'ascoltare,
Per la grande ira tanto fu gonfiato,
Quanto non gonfia il tempestoso mare
Alor che più dal vento è travagliato
E fa il parone ardito paventare.
Tanto Grandonio se turba e tempesta,
Battendo e denti e crollando la testa,

3.

Soffia di sticcia che pare un serpente,
Ed ebbe Astolfo da sé combiatato;
E rivoltato nequitosamente,
Arresta quel gran fusto e smisurato;
E ben se crebbe lui certanamente
Passarlo tutto, insin da l'altro lato,
O de gettarlo morto in sul sabbione,
O trarlo in duo cavezzi de l'arcione.

4.

Or ne viene il pagano furïoso.
Astolfo contra lui è rivoltato,
Pallido alquanto e nel cor pauroso,
Bench'al morir più che a vergogna è dato.
Così con corso pieno e ruïnoso
Se è un barone e l'altro riscontrato.
Cadde Grandonio; ed or pensar vi lasso
Alla caduta qual fu quel fraccasso.

5.

Levosse un grido tanto smisurato,
Che par che 'l mondo avampi e il cel ruini.
Ciascun ch'è sopra a' palchi, è in piè levato,
E cridan tutti, grandi e piccolini.
Ogni om quanto più può s'è là pressato.
Stanno smariti molto i Saracini;
L'imperator, che in terra il pagan vede,
Vedendol steso a gli occhi soi non crede.

6.

Nella caduta che fece il gigante,
Perché egli uscì d'arcion dal lato manco,
Quella ferita ch'egli ebbe davante,
Quando scontrosse col marchese franco,
Tanto s'aperse, che questo africante
Rimase in terra tramortito e bianco,
Sprizzando il sangue fuor con tanta vena,
Che una fontana più d'acqua non mena.

7.

Chi dice che la botta valorosa
De Astolfo il fece, ed a lui dànno il lodo.
Altri pur dice il ver, come è la cosa.
Chi sì, chi no, ciascun parla a suo modo.
Fu via portato in pena dolorosa
Il re Grandonio; il qual, sì com'io odo,
Occise Astolfo al fin per tal ferita,
Benché ancor lui quel dì lasciò la vita.

8.

Stavasi Astolfo nel rengo vincente,
Ed a se stesso non lo credea quasi.
Eraci ancor della pagana gente
Duo cavallier solamente rimasi,
Di re figlioli, e ciascadun valente,
Giasarte il bruno e 'l biondo Pilïasi.
Il padre de Giasarte avea acquistata
Tutta l'Arabia per forza de spata.

9.

Ma quel de Pilïasi la Rossìa
Tutta avea presa, e sotto Tramontana
Tenea gran parte de la Tartaria,
E confinava al fiume della Tana.
Or, per non far più longa diceria,
Sol questi duo della fede pagana
Giostrorno con Astolfo, e in breve dire
L'un dopo l'altro per terra fe' gire.

10.

In questo un messo venne al conte Gano,
Dicendo che Grandonio era abbattuto.
Lui creder non può mai che quel pagano
Sia per Astolfo alla terra caduto;
Anci pur stima e rendesi certano,
Che qualche caso strano intervenuto
A quel gigante, fuor d'ogni pensata,
Sia stato la cagion di tal cascata.

11.

Onde se pensa lui mo d'acquistare
Di quella giostra il trïonfale onore;
E per voler più bella mostra fare,
Con pompa grande e con molto valore,
Undeci conti seco fece armare,
Ché di sua casa n'avea tratto il fiore.
Va nanti a Carlo, e con parlar gagliardo
Fa molta scusa del suo gionger tardo.

12.

O sì o no che Carlo l'accettasse,
Io nol so dir; pur gli fe' bona ciera.
Parme che Gano ad Astolfo mandasse;
Poi che non gli è pagano alla frontera,
Che la giostra tra lor se terminasse;
Perché, essendo valente come egli era,
Dovea agradir quante più gente vano
A riscontrarlo, per gettarli al piano.

13.

Astolfo, che è parlante di natura,
Diceva al messo: - Va, rispondi a Gano:
Tra un Saracino e lui non pongo cura,
Ché sempre il stimai peggio che pagano,
De Dio nimico e d'ogni creatura,
Traditor, falso, eretico e villano.
Venga a sua posta, ch'io il stimo assai meno
Che un sacconaccio di letame pieno. -

14.

Il conte Gano che ode quella ingiuria,
Nulla risponde; ma tutto fellone
Verso de Astolfo se ne va con furia;
E fra se stesso diceva: "Giottone!
Io te farò di zanze aver penuria."
Ben se crede gettarlo dello arcione,
Perché ciò far non gli era cosa nova,
Ed altre volte avea fatto la prova.

15.

Or non andò come si crede il fatto:
Gano le spalle alla terra mettia.
Macario dopo lui si mosse ratto,
E fe', cadendo, a Gano compagnia.
- Potrebbe fare Iddio, che questo matto -
Diceva Pinabello - a cotal via
Vergogna tutta casa di Magancia? -
Così dicendo arresta la sua lancia.

16.

Questo ancor cadde con molta tempesta.
Non dimandar se Astolfo si dimena,
Forte gridando: - Maledetta gesta,
Tutti alla fila vi getto a l'arena. -
Conte Smiriglio una grossa asta arresta,
Ma Astolfo il trabuccò con tanta pena,
Che fo portato per piede e per mano.
Oh quanto se lamenta il conte Gano!

17.

Questo surgendo, diceva Falcone:
- Ha la fortuna in sé tanta nequizia?
Può farlo il celo che questo buffone
Oggi ce abbatta tutti con tristizia? -
Nascosamente sopra dello arcione
Legar si fece con molta malizia,
E poi ne viene Astolfo a ritrovare:
Legato è in sella, e già non può cascare.

18.

Proprio alla vista il duca l'incontrava,
Ed hallo in tal maniera sbarattato,
Che ora da un canto, or da l'altro pigava,
Sì come al tutto de vita passato.
Ogni omo attende se per terra andava.
Alcun se avidde che gli era legato,
Unde levosse subito il rumore:
- Dàgli, ché gli è legato il traditore. -

19.

Fu via menato con molta vergogna
De tutti e suoi, e con suo gran tormento.
Non vi vo' dir se 'l conte Gano agogna.
Astolfo crida con molto ardimento:
- Venga chi vôl ch'io gli gratti la rogna,
E legase pur ben, ch'io son contento;
Perché legato, senza alcuna briga,
Meglio che sciolto, il paccio si castiga. -

20.

Anselmo della Ripa, il falso conte,
Nella sua mente avea fatto pensieri
Di vendicarse a inganno di tante onte:
Che, come Astolfo colpisce primeri,
Esso improviso riscontrarlo a fronte.
A lui davanti va il conte Raineri,
Quel di Altafoglia; Anselmo, gli è di spalle:
Credese ben mandare Astolfo a valle.

21.

Astolfo con Raineri è riscontrato.
A gambe aperte il trasse dello arcione;
E non essendo ancor ben rassettato
Pel colpo fatto, sì come è ragione,
Anselmo de improviso l'ha trovato,
Con falso inganno e molta tradigione,
Avvengaché sì fece quel malvaso,
Che non apparve voluntà, ma caso.

22.

Nulla di manco Astolfo andò pur gioso;
Sopra la sabbia distese la schena.
Pensati voi se ne fo doloroso:
Ché, come in piedi fu dricciato apena,
Trasse la spada irato e disdegnoso,
E quella intorno fulminando mena
Contra di Gano e di tutta sua gesta.
Gionse a Grifone, e dàgli in su la testa.

23.

Da morte il campò l'elmo acciarino.
Or se comincia una gran ciuffa in piaccia,
Perché Gaino, Macario ed Ugolino
Adosso a Astolfo con l'arme se caccia.
Ma il duca Naimo, Ricardo e Turpino
Di darli aiuto ciascun se procaccia;
Di qua, di là se ingrossa più la gente.
Gionse il re Carlo a questo inconveniente,

24.

Dando gran bastonate a questo e quello,
Che a più di trenta ne ruppe la testa.
- Chi fu quel traditor, chi fu il ribello,
Che avuto ha ardir a sturbar la mia festa? -
Volta il corsiero in mezzo a quel trapello,
Né di menar per questo il baron resta.
Ciascun fa largo a l'alto imperatore,
O li fugge davanti, o fagli onore.

25.

Dicea lui a Gano: - Ahimè! che cosa è questa? -
Dicea ad Astolfo: - Or diessi così fare? -
Ma quel Grifon che avea rotta la testa,
Se andò davanti a Carlo a ingenocchiare,
E con voce angosciosa, alta e molesta,
- Iustizia! - forte comincia a cridare
- Iustizia, segnor mio, magno e preziato,
Ch'io sono in tua presenzia assassinato.

26.
Sappi, segnor, da tutta questa gente,
Ch'io te ne prego, come il fatto è andato;
E, stu ritrovi che primeramente
Fosse lo Anglese da mi molestato,
Chiamomi il torto, e stommi pacïente:
Su questa piazza voglio esser squartato.
Ma se il contrario sua ragione agreva,
Fa che ritorni il male onde se leva. -

27.

Astolfo era per ira in tanto errore,
Che non stima de Carlo la presenza;
Anci diceva: - Falso traditore,
Che sei ben nato da quella semenza!
Io te trarò del petto fora il core,
In prima che de qui facciam partenza. -
Dicea Grifone a lui: - Temote poco,
Quando seremo fuor di questo loco.

28.

Ma qui me sottometto alla ragione,
Per non far disonore al segnor mio. -
Segue il duca dicendo: - Can felone,
Ladro, ribaldo, maledetto e rio. -
Turbosse ne la faccia il re Carlone,
Dicendo: - Astolfo, per lo vero Iddio,
Se non te adusi a parlar più cortese,
Farotte costumato alle tue spese. -

29.

Astolfo al re non attende de niente,
Sempre parlando con più vilania,
Come colui che offeso è veramente,
Avvengaché altri ciò non intendia.
Eccoti Anselmo, il conte fraudolente,
Per mala sorte inanti gli venìa.
Più non se puote Astolfo contenire,
Ma con la spada quel corse a ferire.

30.

E certamente ben l'arebbe morto,
Se non l'avesse il re Carlo diffeso.
Or dà ciascuno ad Astolfo gran torto,
E volse lo imperier ch'el fusse preso,
E subito al castello a furia scorto.
Nella pregion portato fu di peso,
Dove di sua paccìa buon frutto tolse,
Perché vi stette assai più che non volse.

31.

Or lasciamo star lui, poi che sta bene
A rispetto de' tre altri inamorati,
Che senton per Angelica tal pene,
Né giorno o notte son mai riposati.
Ciascun di lor diverso camin tiene,
E già son tutti in Ardena arivati.
Prima vi giunse il principe gagliardo,
Mercè de' sproni del destrier Bagliardo.

32.

Dentro alla selva il barone amoroso
Guardando intorno se mette a cercare:
Vede un boschetto d'arboselli ombroso,
Che in cerchio ha un fiumicel con onde chiare.
Preso alla vista del loco zoioso,
In quel subitamente ebbe ad intrare,
Dove nel mezo vide una fontana,
Non fabricata mai per arte umana.

33.

Questa fontana tutta è lavorata
De un alabastro candido e polito,
E d'ôr sì riccamente era adornata,
Che rendea lume nel prato fiorito.
Merlin fu quel che l'ebbe edificata,
Perché Tristano, il cavalliero ardito,
Bevendo a quella lasci la regina,
Che fu cagione al fin di sua ruina.

34.

Tristano isventurato, per sciagura
A quella fonte mai non è arivato,
Benché più volte andasse alla ventura,
E quel paese tutto abbia cercato.
Questa fontana avea cotal natura,
Che ciascun cavalliero inamorato,
Bevendo a quella, amor da sé cacciava,
Avendo in odio quella che egli amava.

35.

Era il sole alto e il giorno molto caldo,
Quando fu giunto alla fiorita riva
Pien di sudore il principe Ranaldo;
Ed invitato da quell'acqua viva
Del suo Baiardo dismonta di saldo,
E de sete e de amor tutto se priva;
Perché, bevendo quel freddo liquore,
Cangiosse tutto l'amoroso core.

36
E seco stesso pensa la viltade
Che sia a seguire una cosa sì vana;
Né aprezia tanto più quella beltade,
Ch'egli estimava prima più che umana,
Anci del tutto del pensier li cade;
Tanto è la forza de quella acqua strana!
E tanto nel voler se tramutava,
Che già del tutto Angelica odïava.

37.

Fuor della selva con la mente altiera
Ritorna quel guerrer senza paura.
Così pensoso, gionse a una riviera
De un'acqua viva, cristallina e pura.
Tutti li fior che mostra primavera,
Avea quivi depinto la natura;
E faceano ombra sopra a quella riva
Un faggio, un pino ed una verde oliva.

38.

Questa era la rivera dello amore.
Già non avea Merlin questa incantata;
Ma per la sua natura quel liquore
Torna la mente incesa e inamorata.
Più cavallieri antiqui per errore
Quella unda maledetta avean gustata;
Non la gustò Ranaldo, come odete,
Però che al fonte se ha tratto la sete.

39.

Mosso dal loco, il cavalier gagliardo
Destina quivi alquanto riposare;
E tratto il freno al suo destrier Bagliardo,
Pascendo intorno al prato il lascia andare.
Esso alla ripa senz'altro riguardo
Nella fresca ombra s'ebbe adormentare.
Dorme il barone, e nulla se sentiva;
Ecco ventura che sopra gli ariva.

40.

Angelica, dapoi che fu partita
Dalla battaglia orribile ed acerba,
Gionse a quel fiume, e la sete la invita
Di bere alquanto, e dismonta ne l'erba.
Or nova cosa che averite odita!
Ché Amor vôl castigar questa superba.
Veggendo quel baron nei fior disteso,
Fu il cor di lei subitamente acceso.

41.

Nel pino atacca il bianco palafreno,
E verso di Ranaldo se avicina.
Guardando il cavallier tutta vien meno,
Né sa pigliar partito la meschina.
Era dintorno al prato tutto pieno
Di bianchi gigli e di rose di spina;
Queste disfoglia, ed empie ambo le mano,
E danne in viso al sir de Montealbano.

42.

Pur presto si è Ranaldo disvegliato,
E la donzella ha sopra a sé veduta,
Che salutando l'ha molto onorato.
Lui ne la faccia subito se muta,
E prestamente nello arcion montato
Il parlar dolce di colei rifiuta.
Fugge nel bosco per gli arbori spesso:
Lei monta il palafreno e segue apresso.

43.

E seguitando drieto li ragiona:
- Ahi franco cavalier, non me fuggire!
Ché t'amo assai più che la mia persona,
E tu per guidardon me fai morire!
Già non sono io Ginamo di Baiona,
Che nella selva ti venne assalire,
Non son Macario, o Gaino il traditore;
Anci odio tutti questi per tuo amore.

44.

Io te amo più che la mia vita assai,
E tu me fuggi tanto disdignoso?
Vòltati almanco, e guarda quel che fai,
Se 'l viso mio ti die' far pauroso,
Che con tanta ruina te ne vai
Per questo loco oscuro e periglioso.
Deh tempra il strabuccato tuo fuggire!
Contenta son più tarda a te seguire.

45.

Che se per mia cagion qualche sciagura
Te intravenisse, o pur al tuo destriero,
Serìa mia vita sempre acerba e dura,
Se sempre viver mi fosse mistiero.
Deh volta un poco indrieto, e poni cura
Da cui tu fuggi, o franco cavalliero!
Non merta la mia etade esser fuggita,
Anci, quando io fuggessi, esser seguìta. -

46.

Queste e molte altre più dolci parole
La damigella va gettando invano.
Bagliardo fuor del bosco par che vole,
Ed escegli de vista per quel piano.
Or chi saprà mai dir come si dole
La meschinella e batte mano a mano?
Dirottamente piange, e con mal fiele
Chiama le stelle, il sole e il cel crudele.

47.

Ma chiama più Ranaldo crudel molto,
Parlando in voce colma di pietate.
"Chi avria creduto mai che quel bel volto -
Dicea lei - fosse senza umanitate?
Già non me ha il cor amor fatto sì stolto
Ch'io non cognosca che mia qualitate
Non se convene a Ranaldo pregiato;
Pur non die' sdegnar lui de essere amato.

48.

Or non doveva almanco comportare
Ch'io il potessi vedere in viso un poco,
Ché forse alquanto potea mitigare,
A lui mirando, lo amoroso foco?
Ben vedo che a ragion nol debbo amare;
Ma dove è amor, ragion non trova loco,
Per che crudel, villano e duro il chiamo;
Ma sia quel che si vôle, io così l'amo."

49.

E così lamentando ebbe voltata
Verso il faggio la vista lacrimosa:
- Beati fior, - dicendo - erba beata,
Che toccasti la faccia grazïosa,
Quanta invidia vi porto a questa fiata!
Oh quanto è vostra sorte aventurosa
Più della mia! Che mo torria a morire,
Se sopra lui me dovesse venire. -

50.

Con tal parole il bianco palafreno
Dismonta al prato la donzella vaga,
E dove giacque Ranaldo sereno,
Bacia quelle erbe e di pianger se appaga,
Così stimando il gran foco far meno;
Ma più se accende l'amorosa piaga.
A lei pur par che manco doglia senta
Stando in quel loco, ed ivi se adormenta.

51.

Segnori, io so che vi meravigliati
Che 'l re Gradasso non sia gionto ancora
In tanto tempo; ma vo' che sappiati
Che più tre giorni non faran dimora.
Già sono in Spagna i navigli arrivati.
Ma non vo' ragionar de esso per ora,
Ché prima vo' contar ciò che è avvenuto
De' nostri erranti, e pria de Feraguto.

52.

Il giovanetto per quel bosco andava,
Acceso nella mente a dismisura;
Amore ed ira il petto gli infiammava.
Lui più sua vita una paglia non cura,
Se quella bella donna non trovava,
O l'Argalia dalla forte armatura;
Ché assai sua pena gli era men dispetta,
Quando con lui potesse far vendetta.

53.

E cavalcando con questo pensiero,
Guardandose de intorno tuttavia,
Vede dormire a l'ombra un cavalliero,
E ben cognosce ch'egli è l'Argalia.
Ad un faggio è legato il suo destriero.
Feragù prestamente il dissolvia,
Indi con fronde lo batte e minaccia,
E per la selva in abandono il caccia.

54.

E poi fu presto in terra dismontato,
E sotto un verde lauro ben se assetta,
Al quale aveva il suo destrier legato,
E che Argalia se svegli, attento aspetta;
Avvengaché quello animo infiammato
Male indugiava a far la sua vendetta;
Ma pur tra sé la collera rodìa,
Parendoli il svegliarlo vilania.

55.

Ma in poco d'ora quel guerrer fu desto,
E vede che fuggito è il suo destriero.
Ora pensati quanto gli è molesto,
Poi che de andare a piè gli era mestiero.
Ma Feraguto a levarse fu presto,
E disse: - Non pensare, o cavalliero,
Ché qui convien morire o tu, o io:
Di quei che campa serà il destrier mio.

56.

Lo tuo disciolsi per tuorti speranza
Di potere altra volta via fuggire;
Sì che col petto mostra tua possanza,
Ché nelle spalle non dimora ardire.
Tu me fuggesti e facesti mancanza,
Ma ben mi spero fartene pentire.
Esser gagliardo e diffenderti bene,
Se non, lassar la vita te conviene. -

57.

Diceva l'Argalia: - Scusa non faccio,
Che 'l mio fuggir non fosse mancamento;
Ma questa man ti giuro, e questo braccio,
E questo cor che nel petto mi sento,
Ch'io non fuggiti per battaglia saccio,
Né doglia, né stracchezza, né spavento,
Ma sol me ne fuggiti oltra al dovere
Per far a mia sorella quel piacere.

58.

Sì che prendila pur come ti piace,
Che a te sono io bastante in ogni lato.
Sia a tuo piacere la guerra e la pace,
Che sai ben che altra volta io te ho anasato. -
Così parlava il giovanetto audace;
Ma Feraguto non è dimorato,
Forte cridando con voce de ardire:
- Da me ti guarda! - e vennelo a ferire.

59.

L'un contra l'altro de' baron se mosse,
Con forza grande e molta maistria.
Il menar delle spade e le percosse
Presso che un miglio nel bosco se odìa.
Or l'Argalia nel salto se riscosse,
Con la spada alta quanto più potia,
Fra sé dicendo: "Io nol posso ferire,
Ma tramortito a terra il farò gire."

60.

Menando il colpo l'Argalia minaccia,
Che certamente l'averia stordito;
Ma Feraguto adosso a lui se caccia,
E l'un con l'altro presto fu gremito.
Più forte è lo Argalia molto di braccia,
Più destro è Feraguto e più espedito.
Or alla fin, non pur così di botto,
Feragù l'Argalia messe di sotto.

61.

Ma come quel che avea possanza molta,
Tenendo Feragù forte abracciato
Così per terra di sopra se volta,
Battelo in fronte col guanto ferrato.
Ma Feragù la daga avea in man tolta,
E sotto al loco dove non è armato,
Per l'anguinaglia li passò al gallone.
Ah, Dio del cel, che gran compassïone!

62.

Ché se quel giovanetto aveva vita,
Non serìa stata persona più franca,
Né di tal forza, né cotanto ardita:
Altro che nostra Fede a quel non manca.
Or vede lui che sua vita ne è gita;
E con voce angosciosa e molto stanca
Rivolto a Feragù disse: - Un sol dono
Voglio da te, dapoi che morto sono.

63.

Ciò te dimando per cavalleria:
Baron cortese, non me lo negare!
Che me con tutta l'armatura mia
Dentro d'un fiume tu debbi gettare,
Perché io son certo che poi si diria,
Quando altro avesse queste arme a provare:
Vil cavallier fu questo e senza ardire,
Che così armato se lasciò morire. -

64.

Piangea con tal pietate Feraguto,
Che parea un giaccio posto al caldo sole,
E disse a l'Argalia: - Baron compiuto,
Sappialo Iddio di te quanto mi dole.
Il caso doloroso è intravenuto:
Sia quel che 'l celo e la fortuna vôle.
Io feci questa guerra sol per gloria:
Non tua morte cercai, ma mia vittoria.

65.

Ma ben di questo te faccio contento:
A te prometto sopra la mia Fede,
Che andarà il tuo volere a compimento,
E se altro posso far, comanda e chiede.
Ma perch'io sono in mezo al tenimento
De' Cristïani, come ciascun vede,
E sto in periglio, s'io son cognosciuto,
Baron, ti prego, dammi questo aiuto.

66.

Per quattro giorni l'elmo tuo mi presta,
Che poi lo gettarò senza mentire. -
Lo Argalia già morendo alcia la testa,
E parve alla dimanda consentire.
Qui stette Ferragù ne la foresta
Sin che quello ebbe sua vita a finire;
E poi che vide che al tutto era morto,
In braccio il prende quel barone acorto.

67.

Subito il capo gli ebbe disarmato,
Tuttor piangendo, l'ardito guerrero:
E lui quello elmo in testa se ha allacciato,
Troncando prima via tutto il cimero.
E poi che sopra al caval fu montato,
Col morto in braccio va per un sentiero
Che dritto alla fiumana il conducia;
A quella giunto, getta l'Argalia.

68.

E stato un poco quivi a rimirare,
Pensoso per la ripa se è aviato.
Or vogliovi de Orlando racontare,
Che quel deserto tutto avea cercato,
E non poteva Angelica trovare;
Ma crucioso oltra modo e disperato,
E biastemando la fortuna fella,
Apunto giunse dove è la donzella.

69.

La qual dormiva in atto tanto adorno,
Che pensar non si può, non che io lo scriva.
Parea che l'erba a lei fiorisse intorno,
E de amor ragionasse quella riva.
Quante sono ora belle, e quante fôrno
Nel tempo che bellezza più fioriva,
Tal sarebbon con lei, qual esser suole
L'altre stelle a Dïana, o lei col sole.

70.

Il conte stava sì attento a mirarla,
Che sembrava omo de vita diviso,
E non attenta ponto di svegliarla;
Ma fiso riguardando nel bel viso
In bassa voce con se stesso parla:
"Sono ora quivi, o sono in paradiso?
Io pur la vedo, e non è ver nïente,
Però ch'io sogno e dormo veramente."

71.

Così mirando quella se diletta
Il franco conte, ragionando in vano.
Oh quanto sé a battaglia meglio assetta
Che d'amar donne quel baron soprano!
Perché qualunche ha tempo, e tempo aspetta,
Spesso se trova vota aver la mano:
Come al presente a lui venne a incontrare,
Che perse un gran piacer per aspettare.

72.

Però che Feraguto caminando
Dietro alla riva in sul prato giongia,
E quando quivi vede il conte Orlando,
Avvengaché per lui nol cognoscia,
Assai fra sé si vien meravigliando.
Poi vede la donzella che dormia:
Ben prestamente l'ebbe cognosciuta;
Tutto nel viso e nel pensier se muta.

73.

Certo se crede lui, senza mancanza,
Che 'l cavallier se stia lì per guardarla;
Unde con voce di molta arroganza,
A lui rivolto, subito gli parla:
- Questa prima fu mia che la tua manza,
Però delibra al tutto de lasciarla.
Lasciar la dama o la vita con pene,
O a mi tuorla al tutto ti conviene. -

74.

Orlando che nel petto se rodìa
Vedendo sua ventura disturbare,
Dicea: - Deh! cavallier, va alla tua via,
E non voler del mal giorno cercare,
Perché io te giuro per la fede mia,
Che mai alcun non volsi ingiurïare,
Ma il tuo star qui me offende tanto forte,
Che forza mi serà darti la morte. -

75.

- O tu, o io si converrà partire,
Per quel ch'io odo, adunque, d'esto loco;
Ma io te acerto ch'io non me vuo' gire,
E tu non li potrai star più sì poco,
Che te farò sì forte sbigotire,
Che se dinanzi ti trovasti un foco,
Dentro da quel serai da me fuggito. -
Così parlava Feraguto ardito.

76.

Il conte se è turbato oltra misura,
E nel viso di sangue se è avampato.
- Io sono Orlando, e non aggio paura
Se 'l mondo fosse tutto quanto armato;
E di te tengo così poca cura
Come de un fanciullino adesso nato,
Vil ribaldello, figlio de puttana! -
Così dicendo trasse Durindana.

77.

Or se incomincia la maggior battaglia
Che mai più fosse tra duo cavallieri.
L'arme de' duo baroni a maglia a maglia
Cadean troncate da quei brandi fieri.
Ciascun presto spacciarse si travaglia,
Perché vedean che li facea mistieri;
Ché, come la fanciulla se svegliava,
Sua forza in vano poi se adoperava.

78.

Ma in questo tempo se fu risentita
La damigella da il viso sereno;
E grandemente se fu sbigotita,
Veggendo il prato de arme tutto pieno,
E la battaglia orribile e infinita.
Subitamente piglia il palafreno,
E via fuggendo va per la foresta.
Alora Orlando de ferir se arresta.

79.

E dice: - Cavallier, per cortesia
Indugia la battaglia nel presente,
E lasciami seguir la dama mia,
Ch'io ti serò tenuto al mio vivente;
E certo io stimo che sia gran folìa
Far cotal guerra insieme per nïente.
Colei ne è gita, che ci fa ferire:
Lascia, per Dio! ch'io la possa seguire. -

80.

- Non, non, - rispose crollando la testa
Lo ardito Ferragù - non gli pensare.
Stu vôi che la battaglia tra nui resta,
Convienti quella dama abandonare.
Io te fo certo che in questa foresta
Un sol de noi la converrà cercare;
E s'io te vinco, serà mio mestiero:
Se tu me occidi, a te lascio il pensiero. -

81.

- Poco vantaggio avrai de questa ciuffa, -
Rispose Orlando - per lo Dio beato! -
Ora se fece la crudel baruffa,
Come ne l'altro canto avrò contato:
Vedrete come l'un l'altro ribuffa.
Più che mai fosse, Orlando era turbato;
Di Feraguto non dico nïente,
Che mai non fu senza ira al suo vivente.



CANTO QUARTO


1.

L'altro cantar vi contò la travaglia
Che fu tra' duo baroni incominciata;
E forse un altro par di tanta vaglia
Non vede il sol che ha la terra cercata.
Orlando con alcun mai fe' battaglia
Che al terzo giorno gli avesse durata,
Se non sol duo, per quanto abbia saputo:
L'un fu don Chiaro, e l'altro Feraguto.

2.

Or se tornano insieme ad afrontare,
Con vista orrenda e minacciante sguardo.
Ogniun di lor più se ha a meravigliare
De aver trovato un baron sì gagliardo.
Prima credea ciascun non aver pare;
Ma quando l'uno a l'altro fa riguardo,
Iudica ben e vede per certanza
Che non v'è gran vantaggio di possanza.

3.

E cominciarno il dispietato gioco,
Ferendose tra lor con crudeltate.
Le spade ad ogni colpo gettan foco,
Rotti hanno i scudi e l'arme dispezzate;
E ciascadun di loro a poco a poco
Ambe le braccie se avean disarmate.
Non pôn tagliarle per la fatasone,
Ma di color l'han fatte di carbone.

4.

Così le cose tra quei duo ne vano,
Né v'è speranza de vittoria certa.
Eccoti una donzella per il piano,
Che de samito negro era coperta.
La faccia bella se battia con mano;
Dicea piangendo: - Misera! diserta!
Qual omo, qual Iddio me darà aiuto,
Che in questa selva io truovi Feraguto? -

5.

E come vide li duo cavallieri,
Col palafreno in mezo fu venuta.
Ciascun di lor contiene il suo destrieri;
Essa con riverenzia li saluta,
E disse a Orlando: - Cortese guerrieri,
A benché tu non m'abbi cognosciuta,
Né io te cognosco, per mercè te prego
Che alla dimanda mia non facci nego.

6.

Quel ch'io te chiedo si è che la battaglia
Sia mo compiuta, c'hai con Feraguto,
Perch'io mi trovo in una gran travaglia,
Né me è mestier d'altrui sperare aiuto.
Se la fortuna mai vorà ch'io vaglia,
Forse che un tempo ancor serà venuto
Che di tal cosa te renderò merto.
Giamai nol scordarò: questo tien certo. -

7.

Il conte a lei rispose: - Io son contento,
(Come colui che è pien di cortesia),
E se de oprarme te viene in talento,
Io te offerisco la persona mia;
Né me manca per questo valimento.
Abenché Feragù forse non sia,
Nulla di manco per questo mistiero
Farò quel che alcun altro cavalliero. -

8.

La damisella ad Orlando se inchina,
E volta a Feragù disse: - Barone,
Non me cognosci ch'io son Fiordespina?
Tu fai battaglia con questo campione,
E la tua patria va tutta in ruina;
Né sai, preso è tuo patre e Falsirone;
Arsa è Valenza e disfatta Aragona,
Ed è lo assedio intorno a Barcellona.

9.

Uno alto re, che è nomato Gradasso;
Qual signoreggia tutta Sericana,
Con infinita gente ha fatto il passo
Contra al re Carlo e la gente pagana.
Cristiani e Saracin mena a fracasso,
Né tregua o pace vôl con gente umana.
Discese a Zebeltaro, arse Sibilia;
Tutta la Spagna del suo foco impiglia.

10.

Il re Marsilio a te solo è rivolto,
E te piangendo solamente noma;
Io vidi il vecchio re battersi il volto,
E trar del capo la canuta chioma.
Vien; scodi il caro patre che ti è tolto,
E il superbo Gradasso vinci e doma.
Mai non avesti e non avrai vittoria
Che più de ora te acquisti fama e gloria. -

11.

Molto fu stupefatto il Saracino,
Come colui che ascolta cosa nova;
E volto a Orlando disse: - Paladino,
Un'altra volta farem nostra prova.
Ma ben te giuro per Macon divino
Che alcun simile a te non se ritrova;
E se io te vinco, io non te mi nascondo,
Ardisco a dir ch'io sono il fior del mondo. -

12.

Or se parton d'ensieme i cavallieri;
Orlando se dricciò verso Levante,
Ché tutto il suo disire e il suo pensieri
È di seguir de Angelica le piante;
Ma gran fatica li farà mestieri,
Perché, come se tolse a lor davante
La damigella, per necromanzia
Portata fu, che alcun non la vedia.

13.

Va Feraguto con molto ardimento
Per quella selva menando fracasso,
Ché ciascuna ora li parea ben cento
Di ritrovarse a fronte con Gradasso;
Però ne andava ratto come un vento.
Ma il ragionar di lui ora vi lasso,
E tornar voglio a Carlo imperatore,
Che della Spagna sente quel rumore.

14.

Il suo consiglio fece radunare:
Fuvi Ranaldo ed ogni paladino;
E disse loro: - Io odo ragionare,
Che, quando egli arde il muro a noi vicino,
De nostra casa debbiam dubitare.
Dico che, se Marsilio è saracino,
Ciò non attendo; egli è nostro cognato,
Ed ha vicino a Francia gionto il stato.

15.

Ed è nostro parere e nostra intenza
Che si li dona aiuto ad ogni modo,
Contra alla estrema ed orribil potenza
Del re Gradasso, il qual, sì come io odo,
Minaccia ancor di Francia a la eccellenza,
Né della Spagna sta contento al sodo.
Ben potemo saper che per nïente
Non fa per noi vicin tanto potente.

16.

Vogliamo adunque per nostra salute
Mandar cinquanta millia cavallieri;
E cognoscendo l'inclita virtute
Del pro' Ranaldo, e come è buon guerrieri,
Nostro parer non vogliam che si mute,
Ché a megliorarlo non faria mestieri:
In questa impresa nostro capitano
Sia generale il sir di Montealbano.

17.

Vogliam che abbia Bordella e Rosiglione,
Linguadoca e Guascogna a governare,
Mentre che durarà questa tenzone;
E quei segnor con lui debbiano andare. -
Così dicendo, gli porge il bastone.
Ranaldo si ebbe in terra a ingenocchiare,
Dicendo: - Forzaromme, alto segnore,
Di farme degno di cotanto onore. -

18.

Egli avea pien di lacrime la faccia
Per allegrezza, e più non può parlare;
Lo imperator strettamente lo abbraccia,
E dice: - Figlio, io ti vo' racordare
Ch'io pono il regno mio nelle tue braccia,
Il quale è in tutto per pericolare.
Via se ne è gito, e non so dove, Orlando:
Il stato mio a te lo racomando. -

19.

Questo li disse ne l'orecchia piano.
Ciascun se va con Ranaldo allegrare:
Ivone ed Angelin, che con lui vano,
E gli altri ancor, che seco hanno a passare.
Ranaldo a tutti con parlare umano
Proferir si sapeva e ringraziare.
Subitamente se pose in vïaggio,
E fu ordinato in Spagna il suo passaggio.

20.

Ciascun bon cavallier, ch'è di guerra uso,
Segue Ranaldo e la Francia abandona.
Montano l'alpe, sempre andando in suso,
E già vedon fumar tutta Aragona.
Essi vargarno al passo del Pertuso,
In poco tempo gionsero a Sirona.
Il re Marsilio quivi era fermato;
Grandonio in Barcelona avea mandato,

21.

Per riparare al tenebroso assedio,
Benché si creda non poter giovare,
Né lui sa imaginare alcun remedio,
Che non convenga il regno abandonare;
E per malanconia e molto atedio
Sol se ne sta, né si lascia parlare.
Ora ad un tempo li viene lo aiuto
Di Carlo Magno, e gionse Feraguto.

22.

Era con lui già prima Serpentino,
Isoliere e Spinella e il re Morgante,
E Matalista, il franco Saracino,
Lo Argalifa di Spagna e lo Amirante.
Ogni altro baron grande e piccolino,
Che al re Marsilio obediva davante,
Coi fratel Balugante e Falsirone,
Tutti son morti, o son nella pregione.

23.

Imperoché Gradasso smisurato,
Da poi che se partì de Sericana,
Tutto il mar de India avea conquistato,
E quella isola grande Taprobana,
La Persia con la Arabia lì da lato,
Terra de' negri, che è tanto lontana;
E mezo il mondo ha circuito in mare,
Pria che 'l stretto di Spagna abbia intrare.

24.

E tanta gente avea seco adunata,
E tanti re, che adesso non vi naro,
Che più non ne fu insieme alcuna fiata.
Discese in terra, e prese Zibeltaro,
Arse e disfece il regno di Granata;
Sibilia né Toledo fier' riparo.
Venne dapoi a Valenzia meschina;
Con Aragona la pose in ruina.

25.

Sì come io dissi, aveva in sua pregione
Ogni baron che a Marsilio obedia,
Tratti coloro de cui fei ragione,
Che dentro da Sirona seco avia,
E de Grandonio, che in opinïone
De esser ben presto preso se vedia:
Ché Barcellona da sera a matina
È combattuta, e mai non se rafina.

26.
Ora tornamo al re Marsilïone,
Che riceve Ranaldo a grande onore,
E molto ne ringrazia il re Carlone.
Ma Feraguto bacia con amore,
Dicendo: - Figlio, io tengo opinïone
Che la tua forza e l'alto tuo valore
Abbatterà Gradasso, quel malegno,
A noi servando il nostro antiquo regno. -

27.

Ordine dasse, che il giorno seguente
Se debba verso Barcellona andare,
Perché Grandonio continuamente
Con foco aiuto aveva a dimandare.
Così fôrno ordinate incontinente
Le schiere, e chi le avesse a governare.
La prima che se parte al matutino,
Guida Spinella e il franco Serpentino.

28.

Vinti millia guerreri è questa schiera.
Segue Ranaldo, il franco combattente:
Cinquanta millia sotto sua bandiera.
Matalista vien drieto e il re Morgante,
Con trenta millia di sua gente fiera;
Ed Isolier da poi con lo Amirante,
Con vinti millia; e a lor drieto in aiuto
Trenta milliara mena Feraguto.

29.

Il re Marsilio l'ultima guidava,
Cinquanta millia de bella brigata.
Ciascuna schiera in ordine ne andava,
L'una da l'altra alquanto separata.
Era il sol chiaro e a l'ôra sventillava
Ogni bandiera, che è ad alto spiegata;
Sì che al calar del monte fôr vedute
Dal re Gradasso, e da' soi cognosciute.

30.

Quattro re chiama, e lor così ragiona:
- Cardon, Francardo, Urnasso e Stracciaberra,
Combattete alle mura Barcellona,
E questo giorno ponitele a terra.
Non vi rimanga viva una persona;
E quel Grandonio che fa tanta guerra,
Io voglio averlo vivo nelle mane
Per farlo far battaglia col mio cane. -

31.

Questi son de India sopra nominati.
Di negra gente seco ne avean tanti,
Quanti mai non seriano annumerati:
Ed oltra a questo duo millia elefanti,
Di torre e di castella tutti armati.
Ora Gradasso fa venirse avanti
Un gran gigante, re di Taprobana,
Che ha una giraffa sotto per alfana.

32.

Più brutta cosa non se vide mai
Che 'l viso di quel re, che ha nome Alfrera.
A lui disse Gradasso: - Ne anderai,
Fa che me arrechi la prima bandiera;
Tutta la gente mena, quanta n'hai. -
E poi, rivolto con la faccia altiera
Al re de Arabia, che gli è lì da lato,
(Faraldo è quel robusto nominato),

33.

A questo re comanda a mano a mano
Che gli meni Ranaldo per presone,
E la bandiera del re Carlo Mano:
- Ma guarda che non scampi il suo ronzone
Ch'io te faria impiccar come un villano;
Ché quel cavallo è stato la cagione
Che me ha fatto partir de Sericana,
Per aver quello e insieme Durindana. -

34.

Al re di Persia fa comandamento
Che prenda Matalista e il re Morgante:
Framarte è questo, il re di valimento.
Ecco il re di Macrobia, ch'è gigante,
Che tutto negro è come un carbon spento:
Pigliar debbe Isoliere e lo Amirante.
Destrier non ha, ma sempre va pedone
Questo gigante, ed ha nome Orïone.

35.

Re de Etïopia fu un gigante arguto,
Che quasi un palmo avea la bocca grossa.
Davanti al re Gradasso fu venuto
(Balorza ha nome quel c'ha tanta possa);
Comandagli che prenda Feraguto.
Ultimamente pone alla riscossa
Li Sericani ed ogni suo barone:
Ma lui non se arma e sta nel paviglione.

36.

Diciamo de Marsilio e di sua gente,
Che sopra al campo vengono arivare,
Vedendo il piano de sotto patente,
Che è pien de omini armati insino al mare.
E' non credeano già primeramente
Che tanta gente potesse adunare
Il mondo tutto, quanto è quivi unita;
Né la posson stimar, perché è infinita.

37.

L'un campo a l'altro più se fa vicino,
Ché le bandiere a l'incontro se vano.
Ciascun dalle due parte è saracino,
Fuor che la gente del re Carlo Mano.
Spinella de Altamonte e Serpentino
Con la lor schiera son gionti nel piano;
Levasi il crido de una e d'altra gente,
Che par che il cel profondi veramente.

38.

Risuona il monte e tutta la rivera
Di trombe, di tamburi e d'altre voce.
Serpentin sta davanti alla frontera,
Sopra a corsier terribile e veloce.
Ora si move il gran gigante Alfrera:
Cosa non fu giamai tanto feroce,
Quanto è colui, che trenta piedi è altano
Su la zirafa, ed ha un bastone in mano.

39.

Di ferro è tutto quanto quel bastone:
Tre palmi volge intorno per misura.
Serpentin contra lui va di rondone
Con l'asta a resta, e già non ha paura.
Ferì il gigante e ruppe il suo troncone;
Ma quella contrafatta creatura
Ha con tal forcia Serpentin ferito,
Che lo distese in terra tramortito.

40.

Nulla ne cura e lascialo disteso;
Con la zirafa passa entro la schiera.
Trova Spinella, e nel braccio l'ha preso;
Via nel portò, come cosa leggiera.
Tutta la gente, di furore acceso,
Col baston batte, e branca la bandiera,
E quella al re Gradasso via mandone,
Insieme con Spinella, chi è prigione.

41.

Ranaldo la sua schiera avea lasciata
In man de Ivone e del fratello Alardo,
E la battaglia avea tutta guardata,
E quanto il grande Alfrera era gagliardo.
Veggendo quella gente sbarattata,
Tempo non parve a lui de esser più tardo:
Manda a dire ad Alardo che si mova;
Lui con la lancia il gran gigante trova.

42.

Or che li potrà far, che quel portava
Un coi' di serpa sopra la coraccia?
Ma pur con tanta furia lo inscontrava,
Che la ziraffa e lui per terra caccia.
Poi tra la schiera Bagliardo voltava,
E ben de intorno con Fusberta spaccia.
Tutti i Cristiani intanto ve arivaro;
Non vi fu a' Saracini alcun riparo.

43.

Vanno per la campagna in abandono;
Rotta, stracciata fu la sua bandiera,
Benché dugento millia armati sono.
Or di terra si leva il forte Alfrera,
Più terribile assai ch'io non ragiono;
Ma poi che vide in volta la sua schera,
Con la ziraffa se messe a seguire,
Non so se per voltarli o per fuggire.

44.

Ranaldo è con lor sempre mescolato,
Ed a destra e sinistra il brando mena;
Chi mezzo il capo, chi ha un braccio tagliato,
Le teste in l'elmi cadeno a l'arena.
Come un branco di capre disturbato,
Cotal Ranaldo avanti sé li mena:
Ora convien che 'l faccia maggior prove,
Ché il re Faraldo la sua schiera move.

45.

Era quel re de Arabia incoronato,
E non aveva fin la sua possanza.
Or non può suo valore aver mostrato,
Perché Ranaldo de un contro di lanza
L'ha per il petto alle spalle passato.
Tocca Bagliardo, e con molta arroganza
Dà tra gli Arabi, ché nulla li preza:
Con l'urto atterra e con la spada speza.

46.

Era però Ranaldo accompagnato,
Per le più volte, de assai buon guerreri;
Guizardo e Ricciardetto li era a lato,
E lo re Ivone, Alardo ed Anzolieri;
Ed ora Serpentino era arivato,
Chi è risentito e tornato a destrieri.
Ma de lor tutti è pur Ranaldo il fiore;
De ogni bel colpo lui solo ha l'onore.

47.

Tutta la gente de li Arabi è in piega,
Gambili e dromendarii a terra vano;
Ranaldo li cacciò più de una lega.
Or vien Framarte, il gran re persïano,
La sua bandiera d'oro al vento spiega,
Ben lo adocchia il segnor di Montealbano.
Adosso a lui con la lancia se caccia;
Dopo le spalle il passa ben tre braccia.

48.

Quel gran re cade morto alla pianura,
Fuggeno i suoi per la campagna aperta.
Ranaldo mena colpi a dismisura:
Non dimandar se 'l frappa con Fusberta.
Ecco Orïone, la sozza figura;
Mai non fu visto cosa più deserta:
Negro fra tutti, e nulla porta indosso,
Ma la sua pelle è dura più che un osso.

49.

Venne il gigante nudo alla battaglia,
Uno arbor avea in mano il maledetto;
Tutta la schiera de' Cristian sbaraglia,
Non ve ha diffesa scudo o bacinetto.
Avea d'intorno a sé tanta canaglia,
Che per forza Ranaldo fu costretto
Ritrarsi alquanto e suonare a ricolta,
Per ritornar più stretto l'altra volta.

50.

Ma mentre con li altri se consiglia,
Ed halli il suo partito dimostrato,
E già la lancia su la cossa piglia,
Giunse l'Alfrera, quello ismisurato,
Con tanta gente, che è una meraviglia.
Ed eccoti arivar da l'altro lato
L'alto Balorza; e tanta gente viene,
Che in ogni verso sette miglia tiene.

51.

Venian cridando con tanto rumore,
Che la terra tremava e il celo e il mare.
Ivone e Serpentino e ogni segnore
Dicean che aiuto si vôl domandare.
Dicea Ranaldo: - E' non serebbe onore.
Voi vi potete adietro retirare:
Ed io soletto, come io son, mi vanto
Metter quel campo in rotta tutto quanto. -

52.

Né più parole disse il cavalliero,
Ma strenge i denti e tra color se caccia;
Rompe la lancia lo ardito guerriero,
Poi con Fusberta se fa far tal piaccia,
Che aiuto de altri non li fa mestiero;
E con voce arrogante li minaccia:
- Via! populaccio vil, senza governo!
Che tutti ancòi vi metto nello inferno. -

53.

Il re Marsilio da il monte ha veduto
Movere a un tratto cotanta canaglia;
Per un suo messo dice a Ferraguto
Che ogni sua schiera meni alla battaglia.
Ranaldo già de vista era perduto:
Lui tra la gente saracina taglia,
Tutta la sua persona è sanguinosa;
Mai non se vide più terribil cosa.

54.

Or si comincia la battaglia grossa.
A tutti Feraguto vien davante:
Giamai non fu pagan di tanta possa.
Isolier, Matalista e il re Morgante,
Ciascuno è ben gagliardo e dura ha l'ossa.
L'Argalifa vien drieto e lo Amirante;
Prima entrato era Alardo e Serpentino,
Ivone e Ricciardetto ed Angelino.

55.

Il re Balorza, con la faccia scura,
Ne porta sotto il braccio Ricciardetto;
Combatte tutta fiata, e non ha cura
De aver nel braccio manco il giovanetto.
Ogniun ben de aiutarlo se procura,
Ma il gigante il porta al lor dispetto.
Alardo, Ivone ed Angelin li è intorno:
Esso de tutti fa gran beffe e scorno.

56.

Il terribile Alfrera avea levato,
Al suo dispetto, Isolier dello arcione.
Feraguto li è sempre nel costato,
Né vôl che 'l porta senza questïone.
Vero è che 'l suo destriero è spaventato,
Né può accostarse con nulla ragione:
Per la ziraffa, lo animal diverso,
Fugge il cavallo indrieto ed a traverso.

57.

Il crudel Orïone alcun non piglia,
Ma con l'arbore occide molta gente,
E petto e faccia ha di sangue vermiglia;
Lancie, né spade non cura nïente,
Ché la sua pelle a uno osso se assomiglia.
Ora tornamo a Ranaldo valente,
Che forte se conturba nello aspetto,
Perché Balorza porta Ricciardetto.

58.

Se or non mostra Ranaldo il suo valore,
Giamai nol mostrarà il barone accorto;
Ché a Ricciardetto porta tanto amore,
Che per camparlo quasi serìa morto.
Dente con dente batte a gran furore,
L'uno e l'altro occhio nella fronte ha torto.
Ma al presente io lascio sua battaglia,
Per ricontarvi un'altra gran travaglia.

59.

Io ve contai pur mo che in Barcellona
Stava Grandonio, e facea gran diffesa;
Come a quei de India e soi re de corona
Fo comandato che l'avesser presa.
Turpin di questa cosa assai ragiona,
Perché non fu giamai più cruda impresa.
Forte è la terra, intorno ben murata;
Or se è la gran battaglia incominciata.

60.

Da mezodì, dove la batte il mare,
Era ordinato un naviglio infinito;
Da terra gli elefanti hanno a menare,
Di torre e di beltresche ogniom guarnito.
Fanno quei Negri sì gran saettare,
Che ciascun nella terra è sbigottito;
Ogni om s'asconde e fugge per paura,
Grandonio solo appar sopra alle mura.

61.

Comincia il crido orribile e diverso,
Ed alle mura s'accosta la gente.
Non è Grandonio già per questo perso,
Ma se diffende nequitosamente;
Tira gran travi dritto ed a traverso;
Pezzi di torre e merli veramente,
Colonne integre lancia quel gigante;
Ad ogni colpo atterra uno elefante.

62.

E va d'intorno facendo gran passo,
Salta per tutto quasi in un momento;
Di ciò che gli è davanti, fa fraccasso,
Getta gran foco con molto spavento;
Perché la gente, che era gioso al basso,
Che e soi fatti vedea e suo ardimento,
Solfo gli dànno con pegola accesa;
Lui tra' la vampa fuora alla distesa.

63.

Lasciam costoro, e torniamo a Ranaldo,
Che nella mente tutto se rodia;
Tanto è di scoter Ricciardetto caldo,
Che se dispera e non trova la via.
Quel gran gigante sta lì fermo e saldo,
E un gran baston di ferro in man tenìa;
Armato è tutto da capo alle piante,
E per destriero ha sotto uno elefante.

64.

Or non gli vale il furïoso assalto,
Non vale a quel barone esser gagliardo,
Però che non puotea gionger tanto alto.
Subitamente smonta di Baiardo,
E nella croppa se gitta d'un salto
A quel gigante, che non gli ha riguardo;
L'elmo gli spezza e d'acciaro una scoffia,
Né pone indugia che 'l colpo ridoppia.

65.

Par che si batta un ferro alla fucina;
Quella gran testa in due parte disserra.
Cadde 'l gigante con tanta roina,
Che a sé d'intorno fie' tremar le terra.
Or ne fugge la gente saracina,
Che è dinanzi a Ranaldo in quella guerra,
Come la lepre fugge avanti al pardo:
Stretti gli caccia quel baron gagliardo.

66.

Aveva Feraguto tuttavia
Più de quattro ore cacciato l'Alfrera;
Ardea ne gli occhi pien de bizaria,
Perché non trova modo, né maniera
Per la quale Isolier riscosso sia.
Quella ziraffa, contraffatta fera,
Via ne lo porta, correndo il trapasso;
E giunse al pavaglion, nanti a Gradasso.

67.

Ferragù segue dentro al paviglione.
L'Alfrera, che se vide al ponto stretto,
Getta Isoliero e mena del bastone,
Ed ebbel gionto sopra al bacinetto,
E sbalordito il fe' cader de arcione:
Quel gran gigante li fu presto al petto.
Così fu preso l'ardito guerreri.
Torna l'Alfrera, e prese anco Isolieri.

68.

Dicea l'Alfrera: - Io ti so dir, segnore,
Che nostra gente è rotta ad ogni modo,
Ché quel Ranaldo è di troppo valore.
Mal volentiera un tuo nemico lodo;
Ma, senza dir d'altrui, lui si fa onore,
E poco d'ora fa, sì come io odo,
Partì la testa al gigante Balorza;
Or pôi pensar, segnor, se egli ha gran forza.

69.

A chi te piace de' tuoi ne dimanda,
Benché anch'io sappia della sua possanza,
Ché 'l re Faraldo d'una ad altra banda
Vidi io passato d'un scontro de lanza.
Il re di Persia a Macon racomanda,
Che fu pur gionto a simigliante danza.
Debb'io tacer di me, che andai per terra,
Che mai non mi intervenne in altra guerra? -

70.

Dicea Gradasso: - Può questo Iddio fare,
Che quel Ranaldo sia tanto potente?
Chi me volesse del cel coronare
(Perché la terra io non stimo nïente),
Non me potrebbe al tutto contentare,
S'io non facessi prova de presente,
Se quel barone è cotanto gagliardo
Che mi diffenda il suo destrier Baiardo. -

71.

Così dicendo chiede l'armatura,
Quella che prima già portò Sansone.
Non ebbe il mondo mai la più sicura;
Da capo a piedi se arma il campïone.
Ecco la gente fugge con paura,
Dietro gli caccia quel figlio d'Amone.
Non pô Gradasso star sì poco saldo,
Che dentro al pavaglion serà Ranaldo.

72.

Più non aspetta, e salta su l'alfana.
Questa era una cavalla smisurata:
Mai non fu bestia al mondo più soprana;
Come Baiardo proprio era intagliata.
Ecco Ranaldo, che gionge alla piana,
In mezo della gente sbaratata.
Oh quanto ben d'intorno il camin spaza,
Troncando busti e spalle e teste e braza!

73.

Ora se move il forte re Gradasso
Sopra l'alfana, con tanta baldanza,
Che tutto il mondo non stimava un asso.
Verso Ranaldo bassava la lanza,
E nel venir menava tal fraccasso,
Che Baiardo il destrier n'ebbe temanza.
Sedeci piedi salì suso ad alto;
Non fo mai visto il più mirabil salto.

74.

Il re Gradasso assai si meraviglia,
Ma mostra non curare, e passa avante;
Tutta la gente sparpaglia e scombiglia,
Per terra abbatte Ivone e il re Morgante.
L'Alfrera, che gli è dietro, questi piglia,
Ché sempre lo seguiva quel gigante.
Trova Spinella, Guizardo e Angelino:
Tutti gli abbatte il forte Saracino.

75.

Ranaldo se ebbe indietro a rivoltare,
E vide quel pagan tanto gagliardo.
Una grossa asta in man se fece dare,
E poi dicea: - O destrier mio Baiardo,
A questa volta, per Dio! non fallare,
Ché qui conviensi avere un gran riguardo.
Non già, per Dio! ch'io mi senta paura;
Ma quest'è un omo forte oltra misura. -

76.

Così dicendo serra la visiera,
E contra al re ne vien con ardimento.
Videl Gradasso, la persona altiera:
Mai, da che nacque, fo tanto contento;
Ché a lui par cosa facile e leggiera
Trar de l'arcion quel sir de valimento.
Ma nella prova l'effetto si vede:
Più fatica li avrà ch'el non si crede.

77.

Fo questo scontro il più dismisurato
Che un'altra volta forse abbiate udito.
Baiardo le sue croppe misse al prato,
Che non fu più giamai a tal partito,
Benché se fo de subito levato.
Ma Ranaldo rimase tramortito;
L'alfana trabuccò con gran fracasso:
Nulla ne cura il potente Gradasso.

78.

Spronando forte la facea levare,
Tra l'altra gente dà senza paura.
Dice a l'Alfrera che debba pigliare
Ranaldo, e che 'l destrier mena con cura.
Ma certo e' gli lasciò troppo che fare,
Perché Baiardo per quella pianura
Via ne portava il cavalliero ardito;
In poco de ora se fo risentito.

79.

Credendosi ancora esser là dove era
Il re Gradasso, prende il brando in mano;
Con la zirafa lo seguia l'Alfrera,
Che quasi ancora l'ha seguìto in vano.
Sopra Baiardo, la bestia leggiera,
Ranaldo va correndo per il piano;
Per tutto va cercando, e piano e monte,
Sol per trovarse con Gradasso a fronte.

80.

Ed eccoti davanti, ed ha abbattuto
Fuor de l'arcione il suo fratello Alardo.
Esso non ha Ranaldo ancor veduto,
Ché in quella parte non facea riguardo.
Ma de improviso li è sopra venuto,
E punto nel ferir non fu già tardo.
A due man mena con tanta flagella,
Che sel crede partir fin su la sella.

81.

Non fu il gran colpo a quel re cosa nova,
Ché di valor portava la ghirlanda;
Né crediati per questo che si mova,
Né arma si spezzi, né sangue si spanda.
Disse a Ranaldo: - Or vederem la prova,
E dir potrai, se alcun te ne dimanda,
Qual sia di noi più franco feritore.
Se ora mi campi, io te dono l'onore. -

82.

Così ragiona il forte saracino,
E mena della spada tutta fiata;
Cade Ranaldo tramortito e chino,
Ché mai tal botta non ha lui provata.
Lo elmo affatato, che fu de Mambrino,
Gli ha questa volta la vita campata.
Presto Baiardo adietro si è voltato,
Stavi Ranaldo in sul collo abbracciato.

83.

Gradasso quasi un miglio l'ha seguìto,
Ché ad ogni modo lo volea pigliare;
Ma poi che for di vista gli fu uscito,
È delibrato adrieto ritornare.
Ora Ranaldo se fu risentito,
E ben destina de se vendicare.
Non è Gradasso rivoltato apena,
Ranaldo un colpo ad ambe man li mena

84.

Sopra de l'elmo con tanto furore,
Che ben li fece batter dente a dente.
Tra sé ridendo, quel re di valore
Dicea: "Questo è un demonio veramente.
Quando egli ha il peggio e quando egli ha il megliore,
Ognior cerca la briga parimente.
Ma sempre mai non li andarà ben còlta:
Se non adesso, il giongo un'altra volta."

85.

Così parlando quel Gradasso altiero
Li viene adosso con gli occhi infiammati.
Ranaldo tenìa l'occhio al tavoliero:
Se 'l bisogna, segnor, non dimandati.
Un colpo mena quel gigante fiero
Ad ambe mani, ed ha i denti serrati.
Il baron nostro sta su la vedetta:
Trista sua vita se quel colpo aspetta!

86.

Ma certamente e' n'ebbe poca voglia;
Con un gran salto via se fu levato.
Radoppia il colpo il gigante con doglia;
Baiardo se gittò da l'altro lato.
- Può fare Iddio ch'una volta non coglia? -
Diceva il re Gradasso disperato;
E mena 'l terzo; ma nulla li vale:
Sempre Baiardo par che metta l'ale.

87.

Poi che assai se ebbe indarno affaticato,
Delibra altrove sua forza mostrare,
E nella schiera de' nemici entrato
Cavagli e cavallier fa trabuccare.
Ma cento passi non è dislongato,
Che Ranaldo lo vene a travagliare;
E benché molto stretto non lo offenda,
Forza li è pur che ad altro non attenda.

88.

Tornati sono alla cruda tenzone:
Bisogna che Ranaldo giochi netto.
Ecco venire il gigante Orïone,
Che se ne porta preso Ricciardetto.
Per li piedi il tenìa quel can fellone:
Forte cridava aiuto il giovanetto.
Quando Ranaldo a tal partito il vede,
Della compassïon morir si crede.

89.

Così nel viso li abondava il pianto,
Che veder non poteva alcuna cosa;
Mai fu turbato alla sua vita tanto.
Or li monta la colora orgogliosa.
Ed io vi narrarò ne l'altro canto
Il fin della battaglia dubitosa,
Che, come io dissi, cominciò a l'aurora,
E durò tutto il giorno, e dura ancora.



CANTO QUINTO


1.

Voi vi doveti, segnor, racordare
Come Ranaldo forte era turbato
Veggendo Ricciardetto via portare.
Gradasso incontinente ebbe lasciato,
E il gran gigante viene ad afrontare.
Era quello Orïone ignudo nato;
Negra ha la pelle, e tanto grossa e dura,
Che de coperta de arme nulla cura.

2.

Ranaldo dismontò subito a piede,
Perché forte temeva di Baiardo
Per il gran tronco che al gigante vede;
Esser non li bisogna pigro o tardo.
Apena che Orïone estima o crede
Che si ritrova in terra un sì gagliardo
Che ardisca far con lui battaglia stretta:
Però si sta ridendo, e quello aspetta.

3.

Ma non aveva Fusberta assaggiata,
Né le feroce braccia di Ranaldo,
Ché l'armatura se avrebbe augurata.
A due man mena il principe di saldo,
E nella cossa fa grande tagliata.
Quando Orïone sente il sangue caldo,
Tra' contra terra forte Ricciardetto,
Mugiando come un toro, il maledetto.

4.

Stava disteso Ricciardetto in terra,
Senza alcun spirto, sbigotito e smorto;
E quel gigante il grande arboro afferra:
Ranaldo in su l'aviso stava accorto.
Quando Orïone il gran colpo disserra,
Non che lui solo, un monte ne avria morto;
Ranaldo indietro si retira un passo.
Ecco a la zuffa arivò il re Gradasso.

5.

Non sa Ranaldo già più che si fare,
E certamente gli tocca paura.
Lui, che di core al mondo non ha pare,
Mena un gran colpo fuor d'ogni misura:
Fusberta se sentiva zuffellare.
Gionse Orïone al loco de cintura;
A meza spada nel fianco lo afferra:
Cadde il gigante in dui cavezzi in terra.

6.

Nulla dimora fa il franco barone,
Né pur guarda il gigante che è cascato,
Subitamente salta su l'arcione,
E contra di Gradasso se n'è andato.
Ma non se può levar de opinïone
Quel re il colpo che ha visto ismisurato;
Con la man disarmata ebbe a cignare
Verso Ranaldo, che li vôl parlare.

7.

E ragionando poi con lui dicia:
- E' sarebbe, barone, un gran peccato
Che lo ardir tuo e il fior de gagliardia,
Quanto ne hai oggi nel campo mostrato,
Perisse con sì brutta villania;
Ché tu sei da mia gente intornïato.
Come tu vedi, non te pôi partire:
Convienti esser pregione, o ver morire.

8.

Ma Dio non voglia che cotal diffetto
Per me si faccia a un baron sì gagliardo;
Unde per mio onore io aggio eletto,
Da poi che 'l giorno de oggi è tanto tardo,
Che noi veniamo dimane allo effetto,
Io senza alfana, e tu senza Baiardo;
Ché la virtute de ogni cavalliero
Si disaguaglia assai per il destriero.

9.

Ma con tal patto la battaglia sia,
Che stu me occidi o prendime pregione,
Ciascun chi è preso di tua compagnia,
O sia vasallo al re Marsilïone,
Seran lasciati su la fede mia;
Ma s'io te vinco, io voglio il tuo ronzone.
O vinca, o perda, poi me abbia a partire,
Né più in ponente mai debba venire. -

10.

Ranaldo già non stette altro a pensare,
Ma subito rispose: - Alto segnore,
Questa battaglia che debbiamo fare,
Essere a me non può se non de onore.
E di prodecia sei sì singulare,
Che, essendo vinto da tanto valore,
Non mi serà vergogna cotal sorte,
Anci una gloria aver da te la morte.

11.

Quanto alla prima parte, te rispondo
Che ben te voglio e debbo ringraziare,
Ma non che già mi trovi tanto al fondo,
Che da te debba la vita chiamare;
Perché, se armato fosse tutto 'l mondo,
Non potrebbe al partir mio divetare,
Non che voi tutti; e se forse hai talento
Farne la prova, io son molto contento. -

12.

Incontinente se ebbeno accordare
Della battaglia tutto il conveniente:
Il loco sia nel litto apresso il mare,
Lontan sei miglia a l'una e l'altra gente.
Ciascuno al suo talento se può armare
De arme a diffensa e di spada tagliente;
Lancia né mazza o dardo non si porta,
E denno andar soletti e senza scorta.

13.

Ciascuno è molto bene apparecchiato
Per domatina alla zuffa venire;
Ogni vantaggio a mente hanno tornato,
Le usate offese e l'arte del scrimire.
Ma prima che alcun de essi venga armato,
De Angelica vi voglio alquanto dire;
La qual per arte, come ebbe a contare,
Dentro al Cataio se fece portare.

14.

Benché lontana sia la giovanetta,
Non può Ranaldo levarse del core.
Come cerva ferita di saetta,
Che al lungo tempo accresce il suo dolore,
E quanto il corso più veloce affretta,
Più sangue perde ed ha pena maggiore:
Così ognor cresce alla donzella il caldo,
Anci il foco nel cor, che ha per Ranaldo.

15.

E non poteva la notte dormire,
Tanto la strenge il pensiero amoroso;
E se pur, vinta dal longo martìre,
Pigliava al far del giorno alcun riposo,
Sempre sognando stava in quel desire.
Ranaldo gli parea sempre crucioso
Fuggir, sì come fece in quella fiata
Che fu da lui nel bosco abandonata.

16.

Essa tenea la faccia in ver ponente,
E sospirando e piangendo talora
Diceva: "In quella parte, in quella gente
Quel crudel tanto bello ora dimora.
Ahi lassa! Lui di me cura nïente!
E questo è sol la doglia che me accora:
Colui, che di durezza un sasso pare,
Contra a mia voglia a me il conviene amare.

17.

Io aggio fatto ormai l'ultima prova
Di ciò che pôn gli incanti e le parole,
E l'erbe strane ho còlto a luna nova,
E le radice quando è oscuro il sole;
Né trovo che dal petto me rimova
Questa pena crudel, che al cor mi dole,
Erba né incanto o pietra precïosa:
Nulla mi val, ché amor vince ogni cosa.

18.

Perché non venne lui sopra a quel prato,
Là dove io presi il suo saggio cugino?
Che certamente io non avria cridato.
Ora è pregione adesso quel meschino.
Ma incontinente serà liberato,
Acciò che quello ingrato peregrino
Cognosca in tutto la bontate mia,
Che dà tal merto a sua discortesia."

19.

E detto questo se ne andò nel mare,
Là dove Malagise era pregione;
Con l'arte sua là giù si fe' portare,
Ché andarvi ad altra via non c'è ragione.
Malagise ode l'uscio disserrare,
E ben si crede in ferma opinïone,
Che sia il demonio, per farlo morire,
Perché a quel fondo altrui non suol mai gire.

20.

Gionta che fu là dentro la donzella,
Di farlo portar sopra ben si spaccia;
E poi che l'ebbe entro una sala bella,
La catena li sciolse dalle braccia;
E nulla per ancora gli favella,
Ma ceppi e ferri dai piè li dislaccia.
Come fu sciolto, li disse: - Barone,
Tu sei mo franco, ed ora eri prigione.

21.

Sì che, volendo una cortesia fare
A me, che fuor te trassi di quel fondo,
Da morte a vita mi pôi ritornare,
Se qua mi meni il tuo cugin iocondo:
Dico Ranaldo, che mi fa penare.
A te la mia gran doglia non nascondo:
Penar fa me de amore in sì gran foco,
Che giorni e notte mai non trovo loco.

22.

Se me prometti nel tuo sacramento
Far qua Ranaldo inanti a me venire,
Io te farò de una cosa contento,
Che forse de altra non hai più desire:
Darotti il libro tuo, se n'hai talento.
Ma guarda, stu prometti, non mentire;
Perché te aviso che uno annello ho in mano,
Che farà sempre ogni tuo incanto vano. -

23.

Malagise non fa troppo parole,
Ma come a quella piace, così giura;
Né sa come Ranaldo non ne vôle,
Anci crede menarlo alla sicura.
Già se chinava allo occidente il sole;
Ma, come gionta fu la notte scura,
Malagise un demonio ha tolto sotto,
E via per l'aria se ne va di botto.

24.

Quel demonio li parla tutta fiata
(E va volando per la notte bruna)
Della gente che in Spagna era arivata,
E come Ricciardetto ebbe fortuna,
E la battaglia come era ordinata.
Di ciò che è fatto, non gli è cosa alcuna
Che quel demonio non la sappia dire;
Anci più dice, perché sa mentire.

25.

E già son gionti presso a Barcellona
(Forse restava un'ora a farse giorno),
E Malagise il demonio abandona.
E per quei paviglion guardando intorno,
Dove sia de Ranaldo la persona,
E' dormir vede il cavallier adorno;
Nella trabacca sua stava colcato.
Malagise entra, ed ebbelo svegliato.

26.
Quando Ranaldo vide la sua faccia,
Non fu nella sua vita sì contento;
Del trapontin se leva e quello abbraccia,
E delle volte lo baciò da cento.
Disse a lui Malagise: - Ora te spaccia,
Ch'io son venuto sotto a sacramento.
Piacendo a te, me pôi deliberare:
Non te piacendo, in pregion vo' tornare.

27.

Non aver nella mente alcun sospetto
Ch'io voglia che tu facci un gran periglio;
Con una fanciulletta andrai nel letto,
Netta come ambro, e bianca come un giglio.
Me trai di noia, e te poni in diletto.
Quella fanciulla dal viso vermiglio
È tal, che tu nol pensaresti mai:
Angelica è colei di cui parlai. -

28.

Quando Ranaldo ha nominare inteso
Colei che tanto odiava nel suo core,
Dentro dal petto è di alta doglia acceso,
E tutto in viso li cangiò il colore.
Ora un partito, ora un altro n'ha preso
Di far risposta, e non la sa dir fuore;
Or la vôl fare, ora la vôl differire;
Ma nello effetto e' non sa che si dire.

29.

Al fin, come persona valorosa
Che in zanze false non se sa coprire,
Disse: - Odi, Malagise: ogni altra cosa
(E non ne trago il mio dover morire),
Ogni fortuna dura e spaventosa,
Ogni doglia, ogni affanno vo' soffrire,
Ogni periglio, per te liberare:
Dove Angelica sia, non voglio andare. -

30.

E Malagise tal risposta odìa,
Qual già non aspettava in veritate.
Prega Ranaldo quanto più sapìa,
Non per merito alcun, ma per pietate,
Che nol ritorna in quella pregionia.
Or gli ricorda la sanguinitate,
Or le proferte fatte alcuna volta;
Nulla gli val, Ranaldo non l'ascolta.

31.

Ma poi che un pezzo indarno ha predicato,
Disse: - Vedi, Ranaldo, e' si suol dire,
Ch'altro piacer non s'ha de l'omo ingrato
Se non buttarli in occhio il ben servire.
Quasi per te ne l'inferno m'ho dato:
Tu me vôi far nella pregion morire.
Guârti da me; ch'io ti farò uno inganno,
Che ti farà vergogna, e forse danno. -

32.

E, così detto, avante a lui se tolse.
Subitamente se fo dispartito;
E come fo nel loco dove volse
(Già caminando avea preso il partito),
Il suo libretto subito disciolse.
Chiama i demonii il negromante ardito;
Draginazo e Falsetta tra' da banda:
Agli altri il dipartir presto comanda.

33.

Falsetta fa adobar com'uno araldo,
Il qual serviva al re Marsilïone.
L'insegna avea di Spagna quel ribaldo,
La cotta d'arme, e in mano il suo bastone.
Va messagiero a nome de Ranaldo,
E gionse di Gradasso al paviglione,
E dice a lui che a l'ora de la nona
Avrà Ranaldo in campo sua persona.

34.

Gradasso lieto accetta quello invito,
E d'una coppa d'ôr l'ebbe donato.
Subito quel demonio è dipartito,
E tutto da quel che era, è tramutato;
Le annelle ha ne l'orecchie, e non in dito,
E molto drappo al capo ha inviluppato,
La veste lunga e d'ôr tutta vergata;
E di Gradasso porta l'ambasciata.

35.

Proprio parea di Persia uno almansore,
Con la spada di legno e col gran corno;
E qui, davanti a ciascadun segnore,
Giura che all'ora primera del giorno,
Senza nïuna scusa e senza errore,
Serà nel campo il suo segnore adorno,
Solo ed armato, come fo promesso;
E ciò dice a Ranaldo per espresso.

36.

In molta fretta se è Ranaldo armato;
E suoi gli sono intorno d'ogni banda.
Da parte Ricciardetto ebbe chiamato,
Il suo Baiardo assai gli racomanda.
- O sì, o no, - dicea - che sia tornato,
Io spero in Dio, che la vittoria manda;
Ma se altro piace a quel Segnor soprano,
Tu la sua gente torna a Carlo Mano.

37.

Fin che sei vivo debbilo obedire,
Né guardar che facesse in altro modo.
Or ira, or sdegno m'han fatto fallire;
Ma chi dà calci contra a mur sì sodo,
Non fa le pietre, ma il suo piè stordire.
A quel segnor, dignissimo di lodo,
Che non ebbe al fallir mio mai riguardo,
S'io son occiso, lascio il mio Baiardo. -

38.

Molte altre cose ancora gli dicia;
Forte piangendo, in bocca l'ha baciato.
Soletto alla marina poi s'invia;
A piedi sopra il litto fo arivato.
Quivi d'intorno alcun non apparia.
Era un naviglio alla riva attaccato,
Sopra di quel persona non appare:
Stassi Ranaldo Gradasso a aspettare.

39.

Or ecco Draginazo che s'appara;
Proprio è Gradasso, ed ha la sopravesta
Tutta d'azurro e d'ôr dentro la sbara,
E la corona d'ôr sopra la testa,
L'armi forbite e la gran simitara,
E 'l bianco corno, che giamai non resta,
E per cimero una bandiera bianca;
In summa di quel re nulla gli manca.

40.

Questo demonio ne vene sul campo:
Il passeggiare ha proprio di Gradasso;
Ben dadovero par ch'el butti vampo.
La simitara trasse con fraccasso.
Ranaldo, che non vôle avere inciampo,
Sta su l'aviso e tiene il brando basso;
Ma Draginazo con molta tempesta
Li calla un colpo al dritto della testa.

41.

Ranaldo ebbe quel colpo a riparare:
D'un gran riverso gli tira alla cossa.
Or cominciano e colpi a radoppiare;
A l'un e l'altro l'animo s'ingrossa.
Mo comincia Ranaldo a soffïare,
E vôl mostrare a un punto la sua possa:
Il scudo che avea in braccio getta a terra,
La sua Fusberta ad ambe mane afferra.

42.

Così crucioso, con la mente altiera,
Sopra del colpo tutto se abandona.
Per terra va la candida bandiera;
Calla Fusberta sopra alla corona,
E la barbuta getta tutta intiera.
Nel scudo d'osso il gran colpo risuona,
E dalla cima al fondo lo disserra;
Mette Fusberta un palmo sotto terra.

43.

Ben prese il tempo il demonio scaltrito:
Volta le spalle, e comincia a fuggire.
Crede Ranaldo averlo sbigotito,
E de allegrezza sé non può soffrire.
Quel maledetto al mar se n'è fuggito;
Dietro Ranaldo se 'l mette a seguire,
Dicendo: - Aspetta un poco, re gagliardo:
Chi fugge, non cavalca il mio Baiardo.

44.

Or debbe far un re sì fatta prova?
Non te vergogni le spalle voltare?
Torna nel campo e Baiardo ritrova:
La meglior bestia non puoi cavalcare.
Ben è guarnito ed ha la sella nova,
E pur ier sira lo feci ferrare.
Vien, te lo piglia: a che mi tieni a bada?
Eccolo quivi, in ponta a questa spada. -

45.

Ma quel demonio nïente l'aspetta,
Anci pariva dal vento portato.
Passa ne l'acqua, e pare una saetta,
E sopra quel naviglio fo montato.
Ranaldo incontinente in mar se getta,
E poi che sopra al legno fo arivato,
Vede il nemico, e un gran colpo gli mena:
Quel per la poppa salta alla carena.

46.

Ranaldo ognior più drieto se gl'incora,
E con Fusberta giù pur l'ha seguìto.
Quel sempre fugge, e n'esce per la prora.
Era 'l naviglio da terra partito,
Né pur Ranaldo se n'avede ancora,
Tanto è dietro al nemico invellenito;
Ed è dentro nel mar già sette miglia,
Quando disparve quella meraviglia.

47.

Quello andò in fumo. Or non me domandate
Se meraviglia Ranaldo se dona.
Tutte le parte del legno ha cercate:
Sopra al naviglio più non è persona.
La vella è piena, e le sarte tirate;
Camina ad alto e la terra abandona.
Ranaldo sta soletto sopra al legno:
Oh quanto se lamenta il baron degno!

48.

"Ah Dio del cel, - dicea - per qual peccato
M'hai tu mandato cotanta sciagura?
Ben mi confesso che molto ho fallato,
Ma questa penitenzia è troppo dura.
Io son sempre in eterno vergognato,
Ché certo la mia mente è ben sicura
Che, racontando quel che me è accaduto,
Io dirò il vero, e non serà creduto.

49.

La sua gente mi dette il mio segnore,
E quasi il stato suo mi pose in mano:
Io, vil, codardo, falso, traditore,
Gli lascio in terra e nel mar me allontano;
Ed or mi par d'odir l'alto romore
Della gran gente del popol pagano;
Parmi de' miei compagni odir le strida,
Veder parmi l'Alfrera che gli occida.

50.

Ahi Ricciardetto mio, dove ti lasso
Sì giovanetto, tra cotanta gente?
E voi, che pregion seti di Gradasso,
Guicciardo, Ivone, Alardo mio valente?
Or foss'io stato della vita casso,
Quando in Spagna passai primeramente!
Gagliardo fui tenuto e d'arme esperto:
Questa vergogna ha l'onor mio coperto.

51.

Io me ne vado; or chi farà mia scusa,
Quando serò de codardia appellato?
Chi non sta al paragon, se stesso accusa:
Più non son cavallier, ma riprovato.
Or foss'io adesso il figliol de Lanfusa,
E per lui nel suo loco impregionato!
Per lui dovessi in tormento morire!
Ch'io non ne sentirei mità martìre.

52.

Che se dirà di me nella gran corte,
Quando serà sentito il fatto in Franza?
Quanto Mongrana se dolerà forte
Che il sangue suo commetta tal mancanza!
Come trionfaranno in su le porte
Gaino con tutta casa di Maganza!
Ahimè! Già puote dirli traditore:
Parlar non posso più; son senza onore."

53.

Così diceva quel baron pregiato,
Ed altro ancora nel suo lamentare;
E ben tre volte fu deliberato
Con la sua spada se stesso passare;
E ben tre volte, come disperato,
Come era armato, gettarse nel mare:
Sempre il timor de l'anima e lo inferno
Li vetò far di sé quel mal governo.

54.

La nave tutta fiata via camina,
E fuor del stretto è già trecento miglia.
Non va il delfino per l'onda marina,
Quanto va questo legno a meraviglia.
A man sinistra la prora se inchina,
Volto ha la poppa al vento di Sibiglia;
Né così stette volta, e in uno istante
Tutta se è volta incontra di levante.

55.

Fornita era la nave da ogni banda,
Eccetto che persona non li appare,
Di pane e vino ed ottima vivanda.
Ranaldo ha poca voglia di mangiare:
In genocchione a Dio si racomanda;
E così stando, se vede arivare
Ad un giardin, dove è un palagio adorno;
Il mare ha quel giardin d'intorno intorno.

56.

Or qui lasciar lo voglio nel giardino,
Che sentirete poi mirabil cosa,
E tornar voglio a Orlando paladino,
Qual, come io dissi, con mente amorosa
Verso levante ha preso il suo camino;
Giorno né notte mai non se riposa,
Sol per cercare Angelica la bella,
Né trova chi di lei sappia novella.

57.

Il fiume della Tana avea passato,
Ed è soletto il franco cavalliero.
In tutto il giorno alcun non ha trovato:
Presso alla sera riscontra un palmiero.
Vecchio era assai e molto adolorato,
Cridando: - Oh caso dispietato e fiero!
Chi m'ha tolto il mio bene e 'l mio desio?
Figliol mio dolce, te acomando a Dio! -

58.

- Se Dio te aiute, dimme, peregrino,
Quella cagion che te fa lamentare. -
Così diceva Orlando; e quel meschino
Comincia il pianto forte a radoppiare,
Dicendo: - Lasso! misero! tapino!
Mala ventura ebbi oggi ad incontrare. -
Orlando di pregarlo non vien meno
Che il fatto gli raconti tutto a pieno.

59.

- Dirotti la cagion perch'io me doglio, -
Rispose lui, - da poi che il vôi sapere.
Qui drieto a due miglia è uno alto scoglio,
Che a la tua vista pô chiaro apparere;
Non a me, che non vedo come io soglio,
Per pianger molto e per molti anni avere.
La ripa di quel scoglio è d'erba priva,
E di colore assembra a fiamma viva.

60.

Alla sua cima una voce risuona,
Non se ode al mondo la più spaventosa;
Ma già non te so dir ciò che ragiona.
Corre di sotto una acqua furïosa,
Che cinge il scoglio a guisa di corona.
Un ponte vi è di pietra tenebrosa,
Con una porta che assembra a diamante;
E stavvi sopra armato un gran gigante.

61.

Un giovanetto mio figliuolo ed io
Quivi dapresso passavam pur ora;
E quel gigante maledetto e rio,
Quasi dir posso ch'io nol vidi ancora,
Sì de nascoso prese il figliol mio;
Hassel portato, e credo che il divora.
La cagion de che io piango, or saverai;
Per mio consiglio indietro tornarai. -

62.

Pensossi un poco, e poi rispose Orlando:
- Io voglio ad ogni modo avanti andare. -
Disse il palmiero: - A Dio ti racomando,
Tu non debbi aver voglia di campare.
Ma credi a me, che il ver te dico: quando
Avrai quel fier gigante a remirare,
Che tanto è lungo e sì membruto e grosso,
Pel non avrai che non ti tremi adosso. -

63.

Risene Orlando, e preselo a pregare
Che per Dio l'abbia un poco ivi aspettato,
E se nol vede presto ritornare,
Via se ne vada senza altro combiato.
Il termine de un'ora li ebbe a dare,
Poi verso il scoglio rosso se n'è andato.
Disse il gigante, veggendol venire:
- Cavallier franco, non voler morire.

64.

Quivi m'ha posto il re di Circasia,
Perch'io non lasci alcuno oltra passare;
Ché sopra al scoglio sta una fera ria,
Anci un gran mostro se debbe appellare,
Che a ciascadun che passa in questa via,
Ciò che dimanda, suole indivinare;
Ma poi bisogna che anco egli indivina
Quel che la dice, o che qua giù il roina. -

65.

Orlando del fanciullo adimandone:
Rispose averlo e volerlo tenire;
Onde per questo fu la questïone,
E cominciorno l'un l'altro a ferire.
Questo ha la spada, e quell'altro il bastone:
Ad un ad un non voglio i colpi dire.
Al fine Orlando tanto l'ha percosso,
Che quel si rese e disse: - Più non posso. -

66.

Così riscosse Orlando il giovanetto,
E ritornollo al padre lacrimoso.
Trasse il palmiero un drappo bianco e netto,
Che nella tasca tenìa nascoso.
Di questo fuor sviluppa un bel libretto,
Coperto ad oro e smalto luminoso;
Poi volto a Orlando disse: - Sir compiuto,
Sempre in mia vita ti serò tenuto.

67.

E s'io volessi te remeritare,
Non bastarebbe mia possanza umana.
Questo libretto voglilo accettare,
Che è de virtù mirabile e soprana,
Perché ogni dubbioso ragionare
Su queste carte si dichiara e spiana. -
E, donatogli il libro, disse: - Addio! -
E molto allegro da lui se partio.

68.

Orlando s'arestò col libro in mano,
E fra se stesso comincia a pensare;
Mirando al scoglio che è cotanto altano,
Ad ogni modo in cima vôl montare,
E vôl veder quel mostro tanto istrano,
Che ogni dimanda sapea indivinare.
E sol per questo volea far la prova,
Per saper dove Angelica si trova.

69.

Passa nel ponte con vista sicura,
Ché già non lo divieta quel gigante.
Egli ha provata Durindana dura,
Dàgli la strata: Orlando passa avante.
Per una tomba tenebrosa e oscura
Monta alla cima quel baron aitante,
Dove, entro a un sasso rotto per traverso,
Stava quel mostro orribile e diverso.

70.

Avea crin d'oro e la faccia ridente
Come donzella, e petto di lione,
Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente,
Le braccie d'orso e branche di grifone,
E busto e corpo e coda di serpente;
L'ale depinte avea come pavone.
Sempre battendo la coda lavora,
Con essa e sassi e il forte monte fora.

71.

Quando quel mostro vede il cavalliero,
Distese l'ale e la coda coperse:
Altro che il viso non mostrava intiero.
La pietra sotto lui tutta se aperse.
Orlando disse a lui con viso fiero:
- Tra le provenze e le lingue diverse,
Dal freddo al caldo e da sira a l'aurora,
Dimmi ove adesso Angelica dimora. -

72.

Dolce parlando, la maligna fiera
Così risponde a quel che Orlando chiede:
- Quella per cui tua mente se dispera,
Presso al Cataio in Albraca si vede.
Ma tu respondi ancora a mia manera:
Qual animal passeggia senza piede?
E poi qual altro al mondo se ritrova,
Che con quattro, dui, tre de andar se prova? -

73.

Pensa Orlando alla dimanda strana,
Né sa di quella punto sviluppare:
Senza dire altro trasse Durindana.
Quella comincia intorno a lui volare;
Or lo ferisce tutta subitana,
Or lo minaccia e fallo intorno andare,
Or di coda lo batte, or dello ungione:
Ben li è mistiero aver sua fatasone.

74.

Che se non fosse lui stato afatato,
Come era tutto, il cavalliero eletto,
Ben cento volte l'arebbe passato,
D'avanti a dietro, e dalle spalle al petto.
Quando fu Orlando assai ben regirato,
L'ira li monta e crescegli il dispetto;
Adocchia il tempo e, quando quella cala,
Piglia un gran salto, e gionsela ne l'ala.

75.

Cridando il crudel mostro cade a terra;
Longe d'intorno fu quel crido odito.
Le gambe a Orlando con la coda afferra,
E con le branche il scudo li ha gremito.
Ma presto fu finita questa guerra,
Perché nel ventre Orlando l'ha ferito;
Poi che de intorno a sé l'ebbe spiccato,
Giù di quel scoglio lo trabucca al prato.

76.

Smonta la ripa e prende il suo destriero,
Forte camina, come inamorato;
E cavalcando li venne in pensiero
De ciò che il mostro l'avea dimandato.
Tornagli a mente il libro del palmiero,
E fra sé disse: "Io fui ben smemorato!
Senza battaglia potea satisfare.
Ma così piacque a Dio che avesse andare."

77.

E guardando nel libro, pone cura
Quel che disse la fera indivinare;
Vede il vecchio marino e sua natura,
Che con l'ale che nota, ha a passeggiare;
Poi vede che l'umana creatura
In quattro piedi comincia ad andare,
E poi con duo, quando non va carpone;
Tre n'ha poi vecchio, contando il bastone.

78.

Leggendo il libro gionse a una rivera
De una acqua negra, orribile e profonda.
Passar non puote per nulla maniera,
Ché derupata è l'una e l'altra sponda.
Lui de trovare il varco pur se spera,
E, cavalcando il fiume alla seconda,
Vede un gran ponte e un gigante che guarda:
Vassene Orlando a lui, ché già non tarda.

79.

Come 'l gigante il vide, prese a dire:
- Misero cavallier! Malvagia sorte
Fu quella che ti fece qui venire.
Sappi che questo è il Ponte della Morte;
Né più di qui ti potresti partire,
Perché son strate inviluppate e torte,
Che pur al fiume te menan d'ogniora:
Convien che un di noi doi sul ponte mora. -

80.

Questo gigante che guardava il ponte,
Fu nominato Zambardo il robusto:
Più de duo piedi avea larga la fronte,
Ed a proporzïon poi l'altro busto.
Armato proprio rasembrava un monte,
E tenea in man di ferro un grosso fusto;
Dal fusto uscivan poi cinque catene,
Ciascuna una pallotta in cima tiene:

81.

Ogni pallotta vinte libbre pesa.
Da capo a piede è di un serpente armato,
Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa;
La simitara avea dal manco lato.
Ma, quel che è peggio, una rete ha distesa,
Perché, quando alcun l'abbia contrastato,
Ed abbia ardire e forza a meraviglia,
Con la rete di ferro al fine il piglia.

82.

E questa rete non si può vedere,
Perché coperta è tutta ne l'arena;
Lui col piede la scocca a suo piacere,
E il cavallier con quella al fiume mena.
Rimedio non si pote a questo avere;
Qualunche è preso, è morto con gran pena.
Non sa di questa cosa il franco conte:
Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte.

83.

Il scudo ha in braccio e Durindana in mano,
Guarda il nemico grande ed aiutante;
Tanto ne cura il senator romano,
Quanto quel fusse un piccoletto infante.
Dura battaglia fu sopra quel piano.
Ma in questo canto più non dico avante,
Ché quello assalto è tanto faticoso,
Che, avendo a dirlo, anch'io chiedo riposo.



CANTO SESTO


1.

Stati ad odir, segnor, la gran battaglia,
Che un'altra non fu mai cotanto oscura.
Di sopra odisti la forza e la taglia
De Zambardo, diversa creatura.
Ora odireti con quanta travaglia
Fu combattuto, e la disaventura
Che intravenne ad Orlando senatore,
Qual forse non fu mai, né fia maggiore.

2.

Lo ardito cavallier monta su il ponte;
Zambardo la sua mazza in mano afferra.
A mezza cossa non li aggiunge il conte,
Ma con gran salti si leva da terra,
Sì che ben spesso li tien fronte a fronte.
Ecco il gigante che il baston disserra:
Orlando vede il colpo che vien d'alto,
Da l'altro canto se gittò de un salto.

3.

Forte se turba quel saracin fello;
Ma ben lo fece Orlando più turbare,
Perché nel braccio il gionse a tal flagello,
Che il baston fece per terra cascare.
Subitamente poi parve uno uccello,
Che l'altro colpo avesse a radoppiare;
Ma tanto è duro il cor' di quel serpente,
Che sempre poco ne tocca, o nïente.

4.

La simitara avea tratto Zambardo,
Da poi ch'in terra gli cadde il bastone.
Ben vide quel barone esser gagliardo,
E de adoprar la rete fa rasone;
Ma quello aiuto vôl che sia il più tardo.
Or mena della spada un riversone;
A meza guancia fu il colpo diverso:
Ben vinti passi Orlando andò in traverso.

5.

Per questo è il conte forte riscaldato,
Il viso gli comincia a lampeggiare;
L'un e l'altro occhio aveva stralunato.
Questo gigante ormai non può campare:
Il colpo mena tanto infulminato,
Che Durindana facea vinculare,
Ed era grossa, come Turpin conta,
Ben quattro dita da l'elcio alla ponta.

6.

Orlando lo colpisce nel gallone,
Spezza le scaglie e il dosso del serpente.
Avea cinto di ferro un corrigione:
Tutto lo parte quel brando tagliente.
Sotto lo usbergo stava il pancirone,
Ma Durindana ciò non cura niente;
E certamente per mezo il tagliava,
Se per lui stesso a terra non cascava.

7.

A terra cadde, o per voglia, o per caso,
Io nol so dir; ma tutto se distese.
Color nel volto non gli era rimaso,
Quando vidde il gran colpo sì palese;
Il cor gli batte, e freddo ha il mento e 'l naso.
Il suo baston, ch'è in terra, ancor riprese;
Così a traverso verso Orlando mena,
E gionsel proprio a mezo alla catena.

8.

Il conte di quel colpo andò per terra,
E l'un vicino a l'altro era caduto.
Così distesi, ancora se fan guerra;
Più presto in piedi Orlando è rivenuto.
Nella barbuta ad ambe man lo afferra;
Lui anco è preso dal gigante arguto,
E stretto se lo abbraccia sopra al petto;
Via ne 'l porta nel fiume il maledetto.

9.

Orlando ad ambe man gli batte il volto,
Ché Durindana in terra avea lasciata;
Sì forte il batte, che 'l cervel gli ha tolto:
Cadde il gigante in terra un'altra fiata.
Incontinente il conte si è rivolto
Dietro alle spalle, e la testa ha abbracciata.
Balordito è il gigante, e non gli vede,
Ma al dispetto de Orlando salta in piede.

10.

Or si rinova il dispietato assalto:
Questo ha il bastone, e quello ha Durindana.
Già nol puotea ferire Orlando ad alto,
Standose fermo in su la terra piana,
Ma sempre nel colpire alciava un salto:
Battaglia non fu mai tanto villana.
Vero è che Orlando del scrimire ha l'arte;
Già ferito è il gigante in quattro parte.

11.

Mostra Zambardo un colpo radoppiare,
Ma nel ferire a mezo se rafrena;
E, come vede Orlando indietro andare,
Passagli adosso, e forte a due man mena.
Non vale a Orlando il suo presto saltare;
Sibilla il cielo e suona ogni catena.
Non se smarisce quel conte animoso,
Col brando incontra 'l colpo roïnoso:

12.

Ed ha rotto il bastone e fraccassato.
E non crediati poi ch'el stia a dormire;
Ma d'un riverso al fianco gli ha menato,
Là dove l'altra volta ebbe a colpire.
Quivi il cor' del serpente era tagliato:
Or che potrà Zambardo ben guarnire?
Ché Durindana vien con tal furore,
Che la saetta de 'l tron non l'ha maggiore.

13.

Quasi il parte da l'uno a l'altro fianco
(Da un lato se tenea poco, o nïente).
Venne il gigante in faccia tutto bianco,
E vede ben che è morto veramente.
Forte la terra batte col piè stanco,
E la rete si scocca incontinente,
E con tanto furor agrappa Orlando,
Che nel pigliar de man li trasse 'l brando.

14.

Le braccia al busto li strenge con pena,
Che già non si poteva dimenare;
Tanto ha grossa la rete ogni catena,
Che ad ambe man non si puotria pigliare.
- O Dio del celo, o Vergine serena, -
Diceva il conte - debbiame aiutare! -
Alor che quella rete Orlando afferra,
Cadde Zambardo morto in su la terra.

15.

Solitario è quel loco e sì diserto,
Che rare volte gli venìa persona.
Legato è il conte sotto il celo aperto;
Ogni speranza al tutto l'abandona.
Perduto è de l'ardire ogni suo merto:
Non gli val forza, né armatura buona.
Senza mangiare un dì stette in quel loco,
E quella notte dormì molto poco.

16.

Così quel giorno e la notte passava;
Cresce la fame, e la speranza manca.
A ciò che sente d'intorno, guardava:
Ed ecco un frate con la barba bianca.
Come lo vidde, il conte lo chiamava,
Quanto levar puotea la voce stanca:
- Patre, amico de Dio, donami aiuto!
Ch'io sono al fin della vita venuto. -

17.

Forte si meraviglia il vecchio frate,
E tutte le catene va mirando;
Ma non sa come averle dischiavate.
Diceva il conte: - Pigliate il mio brando,
E sopra a me questa rete tagliate. -
Rispose il frate: - A Dio te racomando,
S'io te occidessi, io serìa irregulare;
Questa malvagità non voglio fare. -

18.

- Stati securo in su la fede mia, -
Diceva Orlando - ch'io son tanto armato,
Che quella spada non mi tagliaria. -
Così dicendo tanto l'ha pregato,
Che il monaco quel brando pur prendia:
Apena che di terra l'ha levato.
Quanto può l'alcia sopra alla catena:
Non che la rompa, ma la segna apena.

19.

Poi che se vidde indarno affaticare,
Getta la spada, e con parlare umano
Comincia 'l cavalliero a confortare:
- Vogli morir - dicea - come cristiano,
Né ti voler per questo disperare.
Abbi speranza nel Segnor soprano,
Ché, avendo in pacïenzia questa morte,
Te farà cavallier della sua corte. -

20.

Molte altre cose assai gli sapea dire,
E tutto il martilogio gli ha contato,
La pena che ogni Santo ebbe a soffrire:
Chi crucifisso, e chi fo scorticato.
Dicea: - Figliolo, il te convien morire:
Abbine Dio del celo ringraziato. -
Rispose Orlando, con parlar modesto:
- Ringraziato sia lui, ma non di questo;

21.

Perch'io vorrebbi aiuto, e non conforto.
Mal aggia l'asinel che t'ha portato!
Se un giovane venìa, non serìa morto:
Non potea giunger qui più sciagurato. -
Rispose il frate: - Ahimè! barone accorto,
Io vedo ben che tu sei disperato.
Poi che ti è forza la vita lasciare,
L'anima pensa, e non l'abbandonare.

22.

Tu sei barone di tanta presenza,
E lascite alla morte spaventare?
Sappi che la divina Provvidenza
Non abandona chi in lei vôl sperare:
Troppo è dismisurata sua potenza!
Io di me stesso ti voglio contare,
Che sempre ho, la mia vita, in Dio sperato:
Odi da qual fortuna io son campato.

23.

Tre frati ed io di Ermenia se partimo,
Per andar al perdono in Zorzania;
E smarrimo la strata, come io stimo,
Ed arivamo quivi in Circasia.
Un fraticel de' nostri andava primo,
Perché diceva lui saper la via.
Ed ecco indietro correndo è rivolto,
Cridando aiuto, e pallido nel volto.

24.

Tutti guardamo; ed ecco giù del monte
Venne un gigante troppo smisurato.
Un occhio solo aveva in mezo al fronte;
Io non ti sapria dir de che era armato:
Pareano ungie di draco insieme agionte.
Tre dardi aveva e un gran baston ferrato;
Ma ciò non bisognava a nostra presa,
Che tutti ce legò senza contesa.

25.

A una spelonca dentro ce fe' entrare,
Dove molti altri avea nella pregione;
Lì con questi occhi miei viddi io sbranare
Un nostro fraticel, che era garzone;
E così crudo lo viddi mangiare,
Che mai non fo maggior compassïone.
Poi volto a me dicea: "Questo letame
Non se potrà mangiar, se non con fame";

26.
E con un piè mi trabuccò del sasso.
Era quel scoglio orribile ed arguto:
Trecento braccia è dalla cima al basso.
In Dio speravo, e Lui mi dette aiuto;
Perché ruinando io giù tutto in un fasso,
Me fo un ramo de pruno in man venuto,
Che uscia del scoglio con branchi spinosi;
A quel me appresi, e sotto a quel me ascosi.

27.

Io stavo queto e pur non soffiava,
Fin che venuto fu la notte oscura. -
Mentre che 'l frate così ragionava
Guardosse indietro, e con molta paura
Fuggia nel bosco. - Ahimè tristo! - cridava
- Ecco la maladetta creatura,
Quel che io t'ho detto ch'è cotanto rio.
Franco barone, io te acomando a Dio. -

28.

Così li disse, e più non aspettava,
Ché presto nella selva se nascose.
Quel gigante crudel quivi arivava:
La barba e le mascielle ha sanguinose;
Con quel grande occhio d'intorno guardava.
Vedendo Orlando, a riguardar se il pose;
Sul col lo abbranca e forte lo dimena,
Ma nol può sviluppar della catena.

29.

- Io non vo' già lasciar questo grandone, -
Diceva lui - dapoi ch'io l'ho trovato;
Debbe esser sodo come un bon montone:
Integro a cena me lo avrò mangiato,
Sol de una spalla vo' fare un boccone. -
Così dicendo, ha il grande occhio voltato,
E vede Durindana su la terra:
Presto se china e quella in mano afferra.

30.

E soi tre dardi e il suo baston ferrato
Ad una quercia avea posati apena,
Che Durindana, quel brando afilato,
Con ambe mano adosso a Orlando mena;
Lui non occise, perché era fatato,
Ma ben gli taglia adosso ogni catena;
E sì gran bastonata sente il conte,
Che tutto suda dai piedi alla fronte.

31.

Ma tanto è l'allegrezza de esser sciolto,
Che nulla cura quella passïone.
Dalle man del gigante è presto tolto;
Corre alla quercia, e piglia il gran bastone.
Quel dispietato se turbò nel volto,
Ché se 'l credea portar come un castrone:
Poi che altramente vede il fatto andare,
Per forza se il destina conquistare.

32.

Come sapiti, essi hanno arme cambiate.
Orlando teme assai della sua spada,
Però non se avicina molte fiate;
Da largo quel gigante tiene a bada.
Ma lui menava botte disperate:
Il conte non ne vôl di quella biada;
Or là, or qua giamai fermo non tarda,
E da sua Durindana ben se guarda.

33.

Batte spesso il gigante del bastone,
Ma tanto viene a dir come nïente,
Ché quello è armato d'ungie de grifone:
Più dura cosa non è veramente.
Per lunga stracca pensa quel barone
Che nei tre giorni pur sarà vincente;
E mentre che 'l combatte in tal riguardo,
Muta pensiero, e prende in mano un dardo.

34.

Un di quei dardi che lasciò il gigante;
Orlando prestamente in man l'ha tolto.
Non fallò il colpo quel segnor d'Anglante,
Ché proprio a mezo l'occhio l'ebbe còlto.
Un sol n'avea, come odisti davante,
E quel sopra del naso in cima al volto:
Per quello occhio andò il dardo entro al cervello;
Cade il gigante in terra con flagello.

35.

Non fa più colpo a sua morte mistiero:
Orlando ingenocchion Dio ne ringraccia.
Ora ritorna il frate in sul sentiero,
Ma come vede quel gigante in faccia,
Ben che sia morto, li parve sì fiero,
Che ancor fuggendo nel bosco si caccia.
Ridendo Orlando il chiama ed assicura:
E quel ritorna, ed ha pur gran paura.

36.

E poi diceva: - O cavallier de Dio,
Ché ben così ti debbo nominare,
Opera de un baron devoto e pio
Serà de morte l'anime campare
Che avea nella pregion quel mostro rio:
Alla spelonca te saprò guidare.
Ma se un gigante fosse rivenuto,
Da me non aspettare alcuno aiuto. -

37.

Così dicendo alla spelonca il guida,
Ma de entrar dentro il frate dubitava.
Orlando in su la bocca forte crida:
Una gran pietra quel buco serrava.
Là giù se odino voce in pianto e strida,
Ché quella gente forte lamentava.
La pietra era de un pezzo, quadra e dura;
Dece piedi è ogni quadro per misura.

38.

Aveva un piede e mezo di grossezza,
Con due catene quella si sbarava.
In questo loco infinita fortezza
Volse mostrare il gran conte di Brava;
Con Durindana le catene spezza,
Poi su le braccia la pietra levava;
E tutti quei prigion subito sciolse,
Ed andò ciascadun là dove volse.

39.

De qui se parte il conte, e lascia il frate;
Va per la selva dietro ad un sentiero,
E gionse proprio dove quattro strate
Faceano croce; e stava in gran pensiero
Qual de esse meni alle terre abitate.
Vede per l'una venire un correro;
Con molta fretta quel correro andava:
Il conte de novelle il dimandava.

40.

Dicea colui: - Di Media son venuto,
E voglio andare al re di Circasia;
Per tutto il mondo vo' cercando aiuto
Per una dama, che è regina mia.
Ora ascoltati il caso intravenuto:
Il grande imperator di Tartaria
De la regina è inamorato forte,
Ma quella dama a lui vôl mal di morte.

41.

Il patre della dama, Galifrone,
È omo antiquo ed amator di pace;
Né col Tartaro vôl la questïone,
Ché quello è un segnor forte e troppo audace.
Vôl che la figlia, contra a ogni ragione,
Prenda colui che tanto li dispiace:
La damigella prima vôl morire
Che alla voglia del patre consentire.

42.

Ella ne è dentro ad Albraca fuggita,
Che longe è dal Cataio una giornata;
Ed è una rocca forte e ben guarnita,
Da fare a lungo assedio gran durata.
Lì dentro adesso è la dama polita,
Angelica nel mondo nominata;
Ché qualunche è nel cel più chiara stella,
Ha manco luce ed è di lei men bella. -

43.

Poi che partito fo quel messagiero,
Orlando via cavalca alla spiccata;
E ben pare a se stesso nel pensiero
Aver la bella dama guadagnata.
Così pensando, il franco cavalliero
Vede una torre con lunga murata,
La qual chiudeva de uno ad altro monte;
Di sotto ha una rivera con un ponte.

44.

Sopra a quel ponte stava una donzella,
Con una coppa di cristallo in mano.
Veggendo il conte, con dolce favella
Fassigli incontra, e con un viso umano
Dice: - Baron, che seti su la sella,
Se avanti andati, vo' andareti in vano.
Per forza o ingegno non si può passare:
La nostra usanza vi convien servare.

45.

Ed è l'usanza che in questo cristallo
Bever conviensi di questa rivera. -
Non pensa il conte inganno o altro fallo:
Prende la coppa piena, e beve intera.
Come ha bevuto, non fa lungo stallo
Che tutto è tramutato a quel che egli era;
Né sa per che qui venne, o come, o quando,
Né se egli è un altro, o se egli è pur Orlando.

46.

Angelica la bella gli è fuggita
Fuor della mente, e lo infinito amore
Che tanto ha travagliata la sua vita;
Non se ricorda Carlo imperatore.
Ogni altra cosa ha del petto bandita,
Sol la nova donzella gli è nel core;
Non che di lei se speri aver piacere,
Ma sta suggetto ad ogni suo volere.

47.

Entra la porta sopra a Brigliadoro,
Fuor di se stesso, quel conte di Brava.
Smonta a un palagio de sì bel lavoro,
Che per gran meraviglia il riguardava;
Sopra a colonne de ambro e base d'oro
Una ampla e ricca logia se posava;
Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto,
Il cel de azurro ed ôr tutto è depinto.

48.

Davanti della logia un giardin era,
Di verdi cedri e di palme adombrato,
E de arbori gentil de ogni maniera.
Di sotto a questi verdeggiava un prato,
Nel qual sempre fioriva primavera:
Di marmoro era tutto circondato;
E da ciascuna pianta e ciascun fiore
Usciva un fiato di suave odore.

49.

Posesi il conte la logia a mirare,
Che avea tre facce, ciascuna depinta.
Sì seppe quel maestro lavorare,
Che la natura vi serebbe vinta.
Mentre che il conte stava a riguardare,
Vide una istoria nobile e distinta.
Donzelle e cavallieri eran coloro:
Il nome de ciascuno è scritto d'oro.

50.

Era una giovanetta in ripa al mare,
Sì vivamente in viso colorita,
Che, chi la vede, par che oda parlare.
Questa ciascuno alla sua ripa invita,
Poi li fa tutti in bestie tramutare.
La forma umana si vedia rapita;
Chi lupo, chi leone e chi cingiale,
Chi diventa orso, e chi grifon con l'ale.

51.

Vedevasi arivar quivi una nave,
E un cavalliero uscir di quella fuore,
Che con bel viso e con parlar suave
Quella donzella accende del suo amore.
Essa pareva donarli la chiave,
Sotto la qual si guarda quel liquore,
Col qual più fiate quella dama altera
Tanti baron avea mutati in fera.

52.

Poi si vedea lei tanto accecata
Del grande amor che portava al barone,
Che dalla sua stessa arte era ingannata,
Bevendo al napo della incantasone;
Ed era in bianca cerva tramutata,
E da poi presa in una cacciasone
(Circella era chiamata quella dama):
Dolesi quel baron che lei tanto ama.

53.

Tutta la istoria sua ve era compita,
Come lui fugge, e lei dama tornava.
La depintura è sì ricca e polita,
Che d'ôr tutto il giardino aluminava.
Il conte, che ha la mente sbigotita,
Fuor de ogni altro pensier quella mirava.
Mentre che de se stesso è tutto fore,
Sente far nel giardino un gran romore.

54.

Ma poi vi contarò di passo in passo
Di quel romore, e chi ne fu cagione.
Ora voglio tornare al re Gradasso,
Che tutto armato, come campïone,
Alla marina giù discese al basso.
Tutto quel giorno aspetta il fio de Amone:
Or pensati se il debbe aspettare,
Ché quel dua millia leghe è longe in mare.

55.

Ma poi che vede il cel tutto stellato,
E che Ranaldo pur non è apparito,
Credendo certamente esser gabato
Ritorna al campo tutto invelenito.
Diciam de Ricciardetto adolorato,
Che, poi che vede il giorno esserne gito,
E che non è tornato il suo germano,
O morto, o preso lo crede certano.

56.

De l'animo che egli è, voi lo pensati;
Ma non lo abatte già tanto il dolore,
Che non abbia i Cristian tutti adunati,
E del suo dipartir conta il tenore;
E quella notte se ne sono andati.
Non ebbeno i Pagani alcun sentore;
Ché ben tre leghe il sir di Montealbano
Dal re Marsilio aloggiava lontano.

57.

Via caminando van senza riposo,
Fin che son gionti di Francia al confino.
Or tornamo a Gradasso furïoso:
Tutta sua gente fa armare al matino.
Marsilio da altra parte è pauroso,
Ché preso è Ferraguto e Serpentino,
Né vi ha baron che ardisca di star saldo:
Fugirno i Cristïan, perso è Ranaldo.

58.

Viene lui stesso, con basso visaggio,
Avante al re Gradasso ingenocchione;
De' Cristïani raconta lo oltraggio,
Che fuggito è Ranaldo, quel giottone.
Esso promette voler fare omaggio,
Tenir il regno come suo barone;
Ed in poche parole èssi acordato;
L'un campo e l'altro insieme è mescolato.

59.

Uscì Grandonio fuor de Barcellona;
E fece poi Marsilio il giuramento
Di seguir de Gradasso la corona
Contra di Carlo e del suo tenimento.
Esso in secreto e palese ragiona
Che disfarà Parigi al fondamento,
Se non gli è dato il suo Baiardo in mano;
E tutta Francia vôl gettare al piano.

60.

Già Ricciardetto con tutta la gente
È gionto dal re Carlo imperatore;
Ma di Ranaldo non sa dir nïente.
Di questo è nato in corte un gran romore.
Quei di Magancia assai vilanamente
Dicono che Ranaldo è un traditore.
Ben vi è chi il niega, ed ha questi a mentire,
E vôl battaglia con chi lo vôl dire.

61.

Ma il re Gradasso ha già passati i monti,
Ed a Parise se ne vien disteso.
Raduna Carlo soi principi e conti,
E bastagli lo ardir de esser diffeso.
Nella cità guarnisce torre e ponti,
Ogni partito della guerra è preso.
Stanno ordinati; ed ecco una matina
Vedon venir la gente saracina.

62.

Lo imperatore ha le schiere ordinate
Già molti giorni avanti nella terra.
Or le bandiere tutte son spiegate,
E suonan gl'instrumenti de la guerra.
Tutte le gente sono in piaza armate,
La porta di San Celso se disserra;
Pedoni avanti, e dietro i cavallieri:
Il primo assalto fa il danese Ogieri.

63.

Il re Gradasso ha sua gente partita
In cinque parte, ognuna è gran battaglia.
La prima è de India una gente infinita:
Tutti son negri la brutta canaglia.
Sotto a duo re sta questa gente unita:
Cardone è l'uno, e come cane abaglia;
Il suo compagno è il dispietato Urnasso,
Che ha in man la cetta e de sei dardi un fasso.

64.

A Stracciaberra la seconda tocca.
Mai non fu la più brutta creatura:
Dui denti ha de cingial fuor della bocca,
Sol nella vista a ogni om mette paura.
Con lui Francardo, che con l'arco scocca
Dardi ben lunghi e grossi oltra misura.
Di Taprobana è poi la terza schiera;
Conducela il suo re, e quello è l'Alfrera.

65.

La quarta è tutta la gente di Spagna,
Il re Marsilio ed ogni suo barone.
La quinta, che empie il monte e la campagna,
È proprio di Gradasso il suo penone;
Tanta è la gente smisurata e magna,
Che non se ne può far descrizïone.
Ma parlamo ora del forte Danese,
Che con Cardone è già gionto alle prese.

66.

Dodeci millia di bella brigata
Mena il danese Ogieri alla battaglia,
E tutta insieme stretta e ben serrata;
La schiera de quei negri apre e sbaraglia.
Contra a Cardone ha la lancia arestata:
Quel brutto viso come un cane abaglia;
Sopra un gambilo armato è il maledetto.
Danese lo colpisce a mezo il petto.

67.

E non li vale scudo o pancirone,
Ché giù di quel gambilo è ruinato;
Or tra' di calci al vento sul sabbione,
Perché da banda in banda era passato.
Movese Urnasso, l'altro compagnone:
Verso il Danese ha de un dardo lanciato.
Passa ogni maglia, e la corazza, e il scudo,
Ed andò il ferro insino al petto nudo.

68.

Ogier turbato li sperona adosso;
Quel lanciò l'altro con tanto furore,
Che li passò la spalla insino a l'osso,
E ben sente il Danese un gran dolore,
Fra sé dicendo: "Se accostar mi posso,
Io te castigarò, can traditore!"
Ma quello Urnasso e dardi in terra getta,
E prende ad ambe mani una gran cetta.

69.

Segnor, sappiate che il caval de Urnasso
Fu bon destriero e pien de molto ardire:
Un corno aveva in fronte lungo un passo,
Con quel suoleva altrui spesso ferire.
Ma per adesso di cantar vi lasso,
Ché, quando è troppo, incresce ogni bel dire:
E la battaglia, ch'ora è cominciata,
Serà crudele e lunga e smisurata.



CANTO SETTIMO


1.

Dura battaglia e crudele e diversa
È cominciata, come ho sopra detto;
Ora il Danese Urnasso giù riversa:
Partito l'ha Curtana insino al petto.
Questa schiera pagana era ben persa;
Ma quel destrier de Urnasso maledetto
Ferì il Danese col corno alla coscia:
Lo arnese e quella passa con angoscia.

2.

Era il Danese in tre parte ferito,
E tornò indrieto a farse medicare.
Lo imperator, che 'l tutto avea sentito,
Fa Salamone alla battaglia entrare,
E dopo lui Turpino, il prete ardito;
Il ponte a San Dionigi fa callare,
E mette Gaino fuor con la sua scorta:
Ricardo fece uscir de un'altra porta.

3.

De un'altra uscitte il possente Angelieri,
Dudon quel forte, che a bontà non mente:
E da Porta Real vien Olivieri,
E di Bergogna quel Guido possente;
Il duca Naimo e il figlio Berlengieri,
Avolio, Otone, Avino, ogniom valente,
Chi da una porta e chi da l'altra vene,
Per dare a' Saracin sconfitta e pene.

4.

Lo imperator, de gli altri più feroce,
Uscitte armato, e guida la sua schiera,
Racomandando a Dio con umil voce
La cità di Parigi, che non piera.
Monaci e preti con reliquie e croce
Vanno de intorno, e fan molte preghera
A Dio e a' Santi, che diffenda e guardi
Re Carlo Mano e' soi baron gagliardi.

5.

Ora suona a martello ogni campana,
Trombe, tamburi, e cridi ismisurati;
E da ogni parte la gente pagana
Davanti, in mezzo e dietro eno assaltati.
Battaglia non fu mai cotanto strana,
Ché tutti insieme son ramescolati.
Olivier tra la gente saracina
Un fiume par che fenda la marina.

6.

Cavalli e cavallier vanno a traverso,
E questo occide, e quel getta per terra;
Mena Altachiera a dritto ed a roverso,
Più che mille altri ai Saracin fa guerra:
Non creder che un sol colpo egli abbia perso.
Ecco scontrato fu con Stracciaberra,
Quel negro de India, re di Lucinorco,
C'ha for di bocca il dente come porco.

7.

Tra lor durò la battaglia nïente,
Ché il marchese Olivier mosse Altachiera,
Tra occhio e occhio e l'uno e l'altro dente,
Partendo in mezo quella faccia nera;
Poi dà tra li altri col brando tagliente,
Mete in ruina tutta quella schiera;
E mentre che 'l combatte con furore,
Ariva quivi Carlo imperatore.

8.

Avea quel re la spada insanguinata,
Montato era quel giorno in su Baiardo;
La gente saracina ha sbarattata,
Mai non fu visto un re tanto gagliardo.
Ripone il brando e una lancia ha pigliata,
Però che ebbe adocchiato il re Francardo:
Francardo, re d'Elissa, l'Indïano,
Che combattendo va con lo arco in mano.

9.

Sagittando va sempre quel diverso:
Tutto era negro, e il suo gambilo è bianco.
Lo imperatore il gionse su il traverso,
E tutto lo passò da fianco a fianco;
De l'anima pensati, il corpo è perso.
Ma già non parve allor Baiardo stanco;
Col morto era il gambilo in sul sentiero,
Sopra de un salto li passò il destriero.

10.

- Chi mi potrà giamai chiuder il passo,
Ch'io non ritrovi a mio diletto scampo? -
Dicea il re Carlo; e con molto fracasso
Parea fra' Saracin di foco un vampo.
Cornuto, quel destrier che fu de Urnasso,
Andava a vota sella per il campo.
Col corno in fronte va verso Baiardo:
Non si spaventa quel destrier gagliardo.

11.

Senza che Carlo lo governi o guide,
Volta le groppe e un par de calci sferra;
Dove la spalla a ponto se divide,
Gionse a Cornuto, e gettalo per terra.
Oh quanto Carlo forte se ne ride!
Mo se incomincia ad ingrossar la guerra,
Perché de' Saracin gionge ogni schiera;
Davanti a tutti gli altri vien l'Alfrera.

12.

Su la zirafa viene il smisurato,
Menando forte al basso del bastone:
Turpin de Rana al campo ebbe trovato,
Sotto la cinta se il pose al gallone;
Tal cura n'ha se non l'avesse a lato.
Dopo lui branca Berlengiere e Otone:
De tutti tre dopo ne fece un fasso,
Legati insieme li porta a Gradasso.

13.

E ritornò ben presto alla campagna,
Ché tutti gli altri ancora vôl pigliare.
Gionse Marsilio e sua gente di Spagna;
Or si comincia le man a menare.
La vita o il corpo qua non si sparagna,
Ciascun tanto più fa, quanto può fare.
Già tutti i paladini ed Olivieri
Sono redutti intorno allo imperieri.

14.

Egli era in su Baiardo, copertato
A zigli d'ôr da le côme al tallone;
Oliviero il marchese a lato a lato,
Alle sue spalle il possente Dudone,
Angelieri e Ricardo apregïato,
Il duca Naimo e il conte Ganelone.
Ben stretti insieme vanno con ruina
Contra a Marsilio e gente saracina.

15.

Ferraguto scontrò con Olivieri:
Ebbe vantaggio alquanto quel pagano,
Ma non che lo piegasse de il destrieri;
Poi cominciorno con le spade in mano.
E scontrorno Spinella ed Angelieri;
E il re Morgante se scontrò con Gano,
E lo Argalifa e il duca di Bavera,
E tutta insieme poi schiera con schiera.

16.

Così le schiere sono insieme urtate.
Grandonio era afrontato con Dudone;
Questi si davan diverse mazate,
Però che l'uno e l'altro avea il bastone.
Par che le gente siano acoppïate;
Re Carlo Mano è con Marsilïone:
E ben l'arebbe nel tutto abattuto,
Se non gli fosse gionto Ferraguto,

17.

Che lasciò la battaglia de Oliviero,
Tanto gl'increbbe di quel suo cïano.
Ma quel marchese, ardito cavalliero,
Venne allo aiuto lui de Carlo Mano.
Or ciascun di lor quattro è bon guerrero,
Di core ardito e ben presto di mano;
Re Carlo era quel giorno più gagliardo
Che fosse mai, perché era su Baiardo.

18.

Ciascuno è gran barone, o re possente,
E per onore e gloria se procaccia;
Non se adoprano i scudi per nïente,
Ogni om mena del brando ad ambe braccia.
Ma in questo tempo la cristiana gente
La schiera saracina in rotta caccia;
Del re Marsilio è in terra la bandiera.
Ecco alla zuffa è tornato l'Alfrera.

19.

Quella gente de Spagna se ne andava
A tutta briglia fuggendo nel piano.
Marsilio, né Grandonio li voltava,
Anci con gli altri in frotta se ne vano.
E lo Argalifa le gambe menava,
E il re Morgante, quel falso pagano;
Spinella si fuggiva alla distesa:
Sol Ferraguto è quel che fa diffesa.

20.

Lui ritornava a guisa di leone,
Né mai le spalle al tutto rivoltava.
Adosso a lui sempre è il franco Dudone,
Olivieri e il re Carlo martellava.
Lui or de ponta, or mena riversone,
Or questo, or quel di tre spesso cacciava;
Ma, come egli era punto dai soi mosso,
A furia tutti tre gli eran adosso.

21.

E certamente l'avrian morto, o preso,
Ma, come è detto, ritornò l'Alfrera.
Mena il bastone di cotanto peso,
Al primo colpo divide una schiera.
Già Guido di Bergogna a lui si è reso,
Con esso il vecchio duca di Bavera;
Ma Olivïer, Dudone e Carlo Mano
Tutti tre insieme adosso a lui ne vano.

22.

Chi di qua, chi di là li viene a dare,
Ciascun li è intorno con fronte sicura;
Lui la zirafa non può rivoltare,
Ch'è bestia pigra molto per natura.
Colpi diversi ben potea menare:
Re Carlo e gli altri de schiffarli han cura;
Ma, poi che più non può, nanti a Gradasso
Con la ziraffa fugge di trapasso.

23.

Il re Gradasso lo vede venire,
Che l'avea prima in bona opinïone.
Verso di lui se afronta, e prese a dire:
- Ahi brutto manigoldo! vil briccone!
Non te vergogni a tal modo fuggire?
Tanto sei grande e sei tanto poltrone?
Va nel mio paviglion, vituperato!
Fa che più mai io non ti veda armato. -

24.

E così detto, tocca la sua alfana;
Al primo scontro riversò Dudone.
Mostra Gradasso forza più che umana:
Ricardo abatte e lo re Salamone.
Movesi la sua gente sericana,
A tutti fa il suo core di dracone;
Di ferro intorno è cinta la sua lanza:
Mai non fu al mondo sì fatta possanza.

25.

E' se fu riscontrato al conte Gano:
Gionse nel scudo, a petto del falcone;
A gambe aperte lo gittò sul piano.
Da longe ebbe veduto il re Carlone:
Spronagli adosso, con la lancia in mano,
Al primo colpo il getta de l'arcione;
La briglia de Baiardo in mano ha tolta:
Presto le groppe quel destrier rivolta.

26.
Forte cridando, un par de calci mena,
Di sotto dal genocchio il colse un poco;
La schinera è incantata e grossa e piena,
Pur dentro se piegò gettando foco.
Mai non sentì Gradasso cotal pena:
Tanto ha la doglia, che non trova loco.
Lascia Baiardo e la briglia abandona:
Dentro a Parigi va la bestia bona.

27.

Gradasso si ritorna al pavaglione;
Non dimandati se l'ha gran dolore.
S'è radotto nel campo ier un vecchione,
Che della medicina avea l'onore.
Legò il genocchio con molta ragione;
Poi de radice e d'erbe avea un liquore,
Che, come il re Gradasso l'ha bevuto,
Par che quel colpo mai non abbia avuto.

28.

Or torna alla battaglia assai più fiero:
Non è rimedio alla sua gran possanza.
Venegli addosso il marchese Oliviero,
Ma lui lo atterra de un colpo de lanza.
Avolio, Avino e Guido ed Angeliero
Van tutti quattro insieme ad una danza:
A dire in summa, e' non vi fu barone
Che non l'avesse quel giorno pregione.

29.

Il popol cristïano in fuga è volto.
Né contra a' Saracin più fan diffesa.
Ogni franco baron di mezzo è tolto,
L'altra gentaglia fugge alla distesa.
Non vi è chi mostri a quei pagani il volto;
Tutta la bona gente è morta, o presa;
Gli altri tutti ne vanno in abandono.
Sempre alle spalle e Saracin li sono.

30.

Or dentro da Parigi è ben palese
La gran sconfitta, e che Carlo è in pregione.
Salta del letto subito il Danese,
Forte piangendo, quel franco barone.
Fascia la coscia, vestise l'arnese,
Ed a la porta ne viene pedone;
Ché, per non indugiare, il sir pregiato
Comanda che il destrier li sia menato.

31.

Come qui gionge, la porta è serrata,
Di fuor da quella se odeno gran stride;
Morta è tutta la gente battizata.
Non vôle aprir quel portiero omicide;
Perché la Pagania non vi sia entrata,
Comporta che i Pagan sua gente occide.
Il Danese lo prega e lo conforta
Che sotto a sua diffesa apra la porta.

32.

Quel portier crudo con turbata faccia
Dice al Danese che non vôle aprire,
E con parole superbe il minaccia,
Se dalla guardia sua non se ha a partire.
Il Danese turbato prende una accia;
Ma, come quello il vede a sé venire,
Lascia la porta e fugge per la terra:
Presto il Danese quella apre e disserra.

33.

Il ponte cala lo ardito guerrero;
Sopra vi monta lui con l'accia in mano.
Ora di aver boni occhi li è mestiero,
Ché dentro fugge a furia ogni Cristiano,
E ciascadun vôle essere il primero.
Meschiato è tra lor seco alcun pagano;
Ben lo cognosce il Danese possente,
E con quella accia fa ciascun dolente.

34.

Gionge la furia de' pagani in questa:
Avanti a tutti gli altri è Serpentino.
Sopra del ponte salta con tempesta,
L'accia mena il Danese paladino,
E gionge a Serpentino in su la testa.
Tutto se avampa a foco l'elmo fino,
Perché di fatasone era sicura
Del franco Serpentin quella armatura.

35.

Sente il Danese la folta arivare:
Gionge Gradasso e Ferragù possente.
Ben vede lui che non può riparare,
Tanto gli ingrossa d'intorno la gente;
Il ponte alle sue spalle fa tagliare.
Giamai non fu un baron tanto valente;
Contra tanti pagan tutto soletto
Diffese un pezo il ponte al lor dispetto.

36.

Intorno li è Gradasso tutta fiata,
E ben comanda che altri non se impaccia.
Sente il Danese la porta serrata:
Ormai più non si cura, e mena l'accia.
Gradasso con la man l'ebbe spezzata;
Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia.
Grande è il Danese e forte campïone,
Ma pur Gradasso lo porta prigione.

37.

Dentro alla terra non è più barone,
Ed è venuto già la notte scura.
Il popol tutto fa processïone,
Con veste bianche e con la mente pura:
Le chiesie sono aperte e le pregione.
Il giorno aspetta con molta paura;
Né altro ne resta che, alla porta aperta,
Veder se stesso e sua cità deserta.

38.

Astolfo con quelli altri fo lasciato,
Né se amentava alcun che 'l fosse vivo;
Perché, come fu prima impregionato,
Fu detto a pieno che de vita è privo.
Era lui sempre di parlar usato,
E vantatore assai più che non scrivo;
Però, come odì 'l fatto, disse: - Ahi lasso!
Ben seppe come io stava il re Gradasso.

39.

Se io me trovavo della pregion fuora,
Non era giamai preso il re Carlone:
Ma ben li ponerò rimedio ancora.
Il re Gradasso vo' pigliar pregione;
E domatina, al tempo de l'aurora,
Armato e solo io montarò in arcione;
Stati voi sopra a' merli alla vedetta.
Tristo è il pagan che nel campo me aspetta! -

40.

Di for se allegra quella gente fiera,
E stanno al re Gradasso tutti intorno.
Lui sta nel mezzo con superba ciera,
Per prender la citade al novo giorno;
Per allegrezza perdonò a l'Alfrera.
Or condutti e pregion davanti fôrno:
Come Gradasso vide Carlo Mano,
Seco lo assetta e prendelo per mano.

41.

Ed a lui disse: - Savio imperatore,
Ciascun segnor gentil e valoroso
La gloria cerca e pascese de onore.
Chi attende a far ricchezze, o aver riposo,
Senza mostrare in prima il suo valore,
Merta del regno al tutto esser deposo.
Io, che in Levante mi potea possare,
Sono in Ponente per fama acquistare.

42.

Non certamente per acquistar Franza,
Né Spagna, né Alamagna, né Ungaria:
Lo effetto ne farà testimonianza.
A me basta mia antiqua segnoria;
Equale a me non voglio di possanza.
Adunque ascolta la sentenzia mia:
Un giorno integro tu con toi baroni
Voglio che in campo me siati prigioni;

43.

Poi ne potrai a tua cità tornare,
Ché io non voglio in tuo stato por la mano,
Ma con tal patto: che me abbi a mandare
Il destrier del segnor di Montealbano;
Ché de ragione io l'ebbi ad acquistare,
Abenché me gabasse quel villano.
E simil voglio, come torni Orlando,
Che in Sericana mi mandi il suo brando. -

44.

Re Carlo dice de darli Baiardo,
E che del brando farà suo potere;
Ma il re Gradasso il prega senza tardo
Che mandi a tuorlo, ché lo vuol vedere.
Così ne viene a Parigi Ricardo;
Ma come Astolfo questo ebbe a sapere
(Lui del governo ha pigliato il bastone),
Prende Ricardo e mettelo in pregione.

45.

Di fuor del campo manda uno araldo
A disfidar Gradasso e la sua gente;
E se lui dice aver preso Ranaldo,
O ver cacciato, o morto, che il ne mente,
E disdir lo farà come ribaldo;
Che Carlo ha a fare in quel destrier nïente.
Ma se lo vôle, esso il venga acquistare;
Doman su il campo ge l'avrò a menare.

46.

Gradasso domandava a re Carlone
Chi fosse questo Astolfo e di che sorte.
Carlo gli dice sua condizïone,
Ed è turbato ne l'animo forte.
Gano dicea: - Segnor, egli è un buffone,
Che dà diletto a tutta nostra corte;
Non guardare a suo dir, né star per esso
Che non ci attendi quel che ci hai promesso. -

47.

Dicea Gradasso a lui: - Tu dici bene,
Ma non creder però per quel ben dire
Di andarne tu, se Baiardo non viene.
Sia chi si vôle, egli è de molto ardire.
Voi seti qui tutti presi con pene,
E lui vôl meco a battaglia venire.
Or se ne venga, e sia pur bon guerrero,
Ch'io son contento; ma mena il destriero.

48.

Ma s'io guadagno per forza il ronzone,
Io pur far posso de voi il mio volere,
Né son tenuto alla condizïone,
Se non m'aveti il patto ad ottenere. -
O quanto era turbato il re Carlone!
Ché, dove il crede libertade avere,
E stato, e robba, ed ogni suo barone,
Perde ogni cosa; e un paccio ne è cagione.

49.

Astolfo, come prima apparve il giorno,
Baiardo ha tutto a pardi copertato;
Di grosse perle ha l'elmo al cerchio adorno
Guarnito, e d'ôr la spada al manco lato.
E tante ricche petre aveva intorno,
Che a un re de tutto il mondo avria bastato:
Il scudo è d'oro; e su la coscia avia
La lancia d'ôr, che fu de l'Argalia.

50.

Il sole a punto alora si levava,
Quando lui giunse in su la prataria.
A gran furore il suo corno sonava,
E ad alta voce dopo il suon dicia:
- O re Gradasso, se forse te grava
Provarti solo alla persona mia,
Mena con teco il gran gigante Alfrera,
E, se te piace, mille in una schiera.

51.

Mena Marsilio e il falso Balugante,
Insieme Serpentino e Falsirone;
Mena Grandonio, che è sì gran gigante,
Che un'altra volta il tratai da castrone,
E Ferraguto, che è tanto arrogante:
Ogni tuo paladino, ogni barone
Mena con teco, e tutta la tua gente;
Ché te con tutti non temo nïente. -

52.

Con tal parole Astolfo avea cridato:
Oh quanto il re Gradasso ne ridia!
Pur se arma tutto e vassene sul prato,
Ché de pigliar Baiardo voglia avia.
Cortesemente Astolfo ha salutato,
Poi dice: - Io non so già che tu ti sia;
Io domandai de tua condizïone:
Gano me dice che tu sei buffone.

53.

Altri m'ha detto poi che sei segnore
Leggiadro, largo, nobile e cortese,
E che sei de ardir pieno e di valore:
Quel che tu sia, io non faccio contese,
Anci sempre ti voglio fare onore;
Ma questo ti so ben dirti palese,
Ch'io vo' pigliarte, e sii, se vôi, gagliardo:
Altro del tuo non voglio, che Baiardo. -

54.

- Ma tu fai senza l'osto la ragione, -
Diceva Astolfo - e convienla riffare;
Al primo scontro te levo de arcione,
E, poi che te odo cortese parlare,
Del tuo non voglio il valor d'un bottone,
Ma vo' che ogni pregion m'abbi a donare;
E te lasciarò andare in Pagania
Salvo, con tutta la tua compagnia. -

55.

- Io son contento, per lo Dio Macone, -
Disse Gradasso - e così te lo giuro. -
Poi volta indrieto, e guarda il suo troncone,
Cinto di ferro e tanto grosso e duro,
Che non di tôrre Astolfo del ronzone,
Ma credia di atterrare un grosso muro.
Da l'altra parte Astolfo ben se afranca;
Forza non ha, ma l'animo non manca.

56.

Già su la alfana se move Gradasso,
Né Astolfo d'altra parte sta a guardare;
L'un più che l'altro viene a gran fraccasso,
A mezo 'l corso si ebbeno a scontrare.
Astolfo toccò primo il scudo abasso,
Che per nïente non volìa fallare:
Sì come io dissi, al scudo basso il tocca,
E fuor de sella netto lo trabocca.

57.

Quando Gradasso vede ch'egli è in terra,
Apena che a sé crede che il sia vero:
Ben vede mo che è finita la guerra,
E perduto è Baiardo, il bon destriero.
Levasi in piede, e la sua alfana afferra,
Vòlto ad Astolfo, e disse: - Cavalliero,
Con meco hai tu vinta la tenzone:
A tuo piacer vien, piglia ogni pregione. -

58.

Così ne vanno insieme a mano a mano;
Gradasso molto li faceva onore.
Carlo né i paladini ancor non sano
Di quella giostra che è fatta, il tenore;
Ed Astolfo a Gradasso dice piano,
Che nulla dica a Carlo imperatore,
Ed a lui sol de dir lassi l'impaccio,
Ché alquanto ne vôl prender di solaccio.

59.

E gionto avanti a lui, con viso acerbo
Disse: - E peccati te han cerchiato in tondo.
Tanto eri altiero e tanto eri superbo,
Che non stimavi tutto quanto il mondo.
Ranaldo e Orlando, che fôr di tal nerbo,
Sempre cercasti di metterli al fondo;
Ecco: usurpato te avevi Baiardo,
Or l'ha acquistato questo re gagliardo.

60.

A torto me ponesti in la pregione,
Per far careze a casa di Magancia:
Or dimanda al tuo conte Ganelone
Che ti conservi nel regno di Francia.
Or non v'è Orlando, fior de ogni barone,
Non v'è Ranaldo, quella franca lancia;
Che se sapesti tal gente tenire,
Non sentiresti mo questo martìre.

61.

Io ho donato a Gradasso il ronzone,
E già mi son con lui bene accordato;
Stommi con seco, e servo da buffone,
Mercè di Gano, che me gli ha lodato:
So che li piace mia condizïone.
Ogni om di voi li avrò racomandato:
Lui Carlo Mano vôl per ripostieri,
Danese scalco, e per coquo Olivieri.

62.

Io li ho lodato Gano di Maganza
Per omo forte e digno de alto afare,
Sì che stimata sia la sua possanza:
Le legne e l'acqua converrà portare.
Tutti voi altri poi, gente da zanza,
A questi soi baron vi vôl donare;
E se a lor serà grata l'arte mia,
Farò che avreti bona compagnia. -

63.

Già non rideva Astolfo de nïente,
E proprio par che 'l dica da davera.
Non dimandar se il re Carlo è dolente,
E ciascadun che è preso in quella schiera.
Dice Turpino a lui: - Ahi miscredente!
Hai tu lasciata nostra fede intiera? -
A lui rispose Astolfo: - Sì, pritone,
Lasciato ho Cristo, ed adoro Macone. -

64.

Ciascuno è smorto e sbigotito e bianco:
Chi piange, e chi lamenta, e chi sospira.
Ma poi che Astolfo di beffare è stanco,
Avanti a Carlo ingenocchion se tira,
E disse: - Segnor mio, voi seti franco;
E se il mio fallir mai vi trasse ad ira,
Per pietate e per Dio chiedo perdono,
Ché, sia quel ch'io mi voglia, vostro sono.

65.

Ma ben ve dico che mai per nïente
Non voglio in vostra corte più venire.
Stia con voi Gano ed ogni suo parente,
Che sanno il bianco in nero convertire.
Il stato mio vi lascio obidïente;
Io domatina mi voglio partire,
Né mai me posarò per freddo o caldo,
In sin che Orlando non trovi e Ranaldo. -

66.

Non sanno ancor se 'l beffa, o dice il vero:
Tutti l'un l'altro se guardano in volto;
Sin che Gradasso, quel segnor altiero,
Comanda che ciascun via se sia tolto.
Gano fu il primo a montare a destriero:
Astolfo, che lo vede, il tempo ha còlto,
E disse a lui: - Non andate, barone:
Gli altri son franchi, e voi seti pregione. -

67.

- Di cui sono io pregion? - diceva Gano;
Rispose a lui: - De Astolfo de Inghilterra. -
Alor Gradasso fa palese e piano
Come sia stata tra lor duo la guerra.
Astolfo il conte Gano prende a mano,
Con lui davanti di Carlo se atterra,
E ingenocchiato disse: - Alto segnore,
Costui voglio francar per vostro amore.

68.

Ma con tal patti e tal condizïone,
Che in vostra mano e' converrà giurare,
Per quattro giorni de entrare in pregione,
E dove, e quando io lo vorò mandare.
Ma, sopra a questo, vuo' promissïone,
Perché egli è usato la fede mancare,
Da' paladini e da vostra corona,
Darmi legata e presa sua persona. -

69.

Rispose Carlo: - Io voglio che lo faccia! -
E fecelo giurare incontinente.
Or de andare a Parigi ogni om si spaccia.
Altro che Astolfo non se ode nïente:
E chi lo bacia in viso, e chi lo abbraccia,
Ed a lui solo va tutta la gente:
Campato ha Astolfo, ed è suo quest'onore,
La fè de Cristo e Carlo imperatore.

70.

Carlo si forza assai de il ritenire:
Irlanda tutta li volea donare.
Ma lui se è destinato di partire,
Ché vôl Ranaldo e Orlando ritrovare.
Qua più non ne dirò, lasciatel gire,
Che assai di lui avrò poi a contare:
Or quella notte, inanti al matutino,
Partì Gradasso ed ogni Saracino.

71.

Andarno in Spagna, e lì restò Marsiglio,
Con la sua gente ed ogni suo barone.
Gradasso ivi montò sopra al naviglio,
Che era una quantità fuor di ragione.
Or di narrarvi fatica non piglio
Il suo vïaggio e quelle regïone
Di negra gente sotto il cel sì caldo;
Ma trovar voglio ove lasciai Ranaldo.

72.

E conterovi de una alta ventura
Che li intravenne, e ben meravigliosa,
E di letizia piena e di sciagura,
Che forse sua persona valorosa
Mai non fu a sorte sì spietata e dura.
Ma pigliar voglio adesso alcuna posa,
E poi vi contarò ne l'altro canto
Cose mirabil di allegrezza e pianto.



CANTO OTTAVO


1.

Gionse Ranaldo a Palazo Zoioso
(Così se avea quella isola a chiamare),
Ove la nave fie' il primo riposo,
La nave che ha il nocchier che non appare.
Era quello un giardin de arbori ombroso,
Da ciascun lato in cerco batte il mare;
Piano era tutto, coperto a verdura;
Quindeci miglia è intorno per misura.

2.

Di ver ponente, aponto sopra al lito,
Un bel palagio ricco se mostrava,
Fatto de un marmo sì terso e polito,
Che il giardin tutto in esso se specchiava.
Ranaldo in terra presto fu salito,
Ché star sopra alla nave dubitava;
Apena sopra il litto era smontato,
Ecco una dama, che l'ha salutato.

3.

La dama li dicea: - Franco barone,
Qua ve ha portato la vostra ventura;
E non pensati che senza cagione
Siati condotto, con tanta paura,
Tanto di longe, in strana regïone;
Ma vostra sorte, che al principio è dura,
Avrà fin dolce, allegro e dilettoso,
Se avete il cor, come io credo, amoroso. -

4.

Così dicendo per la mano il piglia,
E dentro al bel palagio l'ha menato:
Era la porta candida e vermiglia,
E di ner marmo, e verde, e di meschiato.
Il spazo che coi piedi se scapiglia,
Pur di quel marmo è tutto varïato;
Di qua, di là son logie in bel lavoro,
Con relevi e compassi azuro e de oro.

5.

Giardini occulti di fresca verdura
Son sopra a' tetti e per terra nascosi;
Di gemme e d'oro a vaga depintura
Son tutti e lochi nobili e zoiosi;
Chiare fontane e fresche a dismisura
Son circondate d'arboscelli ombrosi;
Sopra ogni cosa, quel loco ha uno odore
Da tornar lieto ogni affannato core.

6.

La dama entra una logia col barone,
Adorna molto, ricca e delicata,
Per ogni faccia e per ogni cantone
Di smalto in lama d'oro istorïata;
Verdi arboscelli e di bella fazione
Dal loco aperto la teneano ombrata;
E le colonne di quel bel lavoro
Han di cristallo il fusto e il capo d'oro.

7.

In questa logia il cavalliero intrava.
Di belle dame ivi era una adunanza;
Tre cantavano insieme, e una suonava
Uno instrumento fuor de nostra usanza,
Ma dolce molto il cantare acordava;
L'altre poi tutte menano una danza.
Come intrò dentro il cavalliero adorno,
Così danzando lo acerchiarno intorno.

8.

Una di quelle con sembianza umana
Disse: - Segnor, le tavole son pose,
E l'ora della cena è prossimana. -
Così per l'erbe fresche ed odorose
Seco il menarno a lato alla fontana
Sotto un coperto di vermiglie rose:
Quivi è apparato, che nulla vi manca,
Di drappo d'oro e di tovaglia bianca.

9.

Quattro donzelle se fôrno assettate,
E tolsen dentro a lor Ranaldo in megio.
Ranaldo sta smarito in veritate;
Di grosse perle adorno era il suo segio.
Quivi venner vivande delicate,
Coppe con zoie di mirabil pregio,
Vin di bon gusto e di suave odore:
Servon tre dame a lui con molto onore.

10.

Poi che la cena comincia a finire,
E fôr scoperte le tavole d'oro,
Arpe e leuti se poterno udire.
A Ranaldo se acosta una di loro,
Basso alla orecchia li comincia a dire:
- Questa casa real, questo tesoro
E l'altre cose che non pôi vedere,
Che più son molto, sono a tuo piacere.

11.

Per tua cagione è tutto edificato,
E per te solo il fece la regina;
Ben ti dei reputare aventurato,
Che te ami quella dama pellegrina.
Essa è più bianca che ziglio nel prato,
Vermiglia più che rosa in su la spina;
La giovenetta Angelica se chiama,
Che tua persona più che il suo core ama. -

12.

Quando Ranaldo, fra tanta allegrezza,
Ode nomar colei che odiava tanto,
Non ebbe alla sua vita tal tristezza,
E cambiosse nel viso tutto quanto;
La lieta casa ormai nulla non prezza,
Anci li assembra un loco pien di pianto.
Ma quella dama li dice: - Barone,
Anci non pôi disdir, ché sei pregione.

13.

Qua non te val Fusberta adoperare,
Né te varìa, se avesti il tuo Baiardo:
Intorno ad ogni parte cinge il mare;
Qui non te vale ardir né esser gagliardo.
Quel cor tanto aspro ti convien mutare:
Lei altro non disia fuor che il tuo sguardo.
Se de mirarla il cor non ti conforta,
Come vedrai alcun che odio ti porta? -

14.

Così dicea la bella giovanetta,
Ma nulla ne ascoltava il cavalliero,
Né quivi alcuna de le dame aspetta,
Anci soletto va per il verziero.
Non trova cosa quivi che 'l diletta;
Ma con cor crudo, dispietato e fiero
Partir de quivi al tutto se destina,
E da ponente torna alla marina.

15.

Trova il naviglio che l'avea portato,
E sopra a quel soletto torna ancora,
Perché nel mar si serebbe gettato
Più presto che al giardin far più dimora.
Non se parte il naviglio, anzi è acostato,
E questo è la gran doglia che lo acora;
E fa pensier, se non se pô partire,
Gettarse in mare ed al tutto morire.

16.

Ora il naviglio nel mar se alontana,
E con ponente in poppa via camina;
Non lo potria contar la voce umana
Come la nave va con gran ruina.
Ne l'altro giorno una gran selva e strana
Vede, ed a quella il legno se avicina.
Ranaldo al litto di quella dismonta:
Subito un vecchio bianco a lui se afronta.

17.

Forte piangendo quel vecchio dicia:
- Deh non me abandonar, franco barone,
Se onor te move di cavalleria,
Che è la diffesa di iusta ragione!
Una donzella, che è figliola mia,
Emme rapita da un falso latrone,
E pur adesso presa se la mena:
Ducento passi non è longe apena. -

18.

Mosse pietate quel baron gagliardo:
Benché sia a piedi, armato con la spada
A seguire il ladron già non fu tardo;
Coperto d'arme corre quella strada.
Come lo vide quel ladron ribaldo,
Lascia la dama, e già non stette a bada;
Pose alla bocca un grandissimo corno:
Par che risuoni l'aria e il cel d'intorno.

19.

Venne Ranaldo la vista ad alciare:
A sé davanti vede un monticello,
Che facea un capo piccoletto in mare.
Alla cima di quello era un castello,
Che al suon del corno il ponte ebbe a calare;
Fuor ne venne un gigante iniquo e fello:
Sedeci piedi è da la terra altano,
Una catena e un dardo tiene in mano.

20.

Quella catena ha da capo un uncino:
Or chi potrà questa opra indovinare?
Come fu gionto il gigante mastino,
Il dardo con gran forza ebbe a lanciare.
Gionge nel scudo, che è ben forte e fino,
Ma tutto quanto pur l'ebbe a passare;
Usbergo e maglia tutto ebbe passato:
Ferì il barone alquanto nel costato.

21.

Dicea Ranaldo a lui: - Te tien a mente
Chi meglio de noi duo di spada fiera! -
E vàlli addosso iniquitosamente.
Come il gigante il vide nella ciera,
Volta le spalle e non tarda nïente;
Forte correndo fugge a una riviera.
Questa riviera un ponte sopra avia:
Una sol pietra quel ponte facìa.

22.

Nel capo di quel ponte era uno annello;
Dentro li attacca il gigante l'oncino.
E già Ranaldo è sopra 'l ponticello,
Ché, correndo, al pagano era vicino.
Tirò lo ingegno con gran forza il fello:
La pietra se profonda. - O Dio divino -
Dicea Ranaldo - aiuta! O Matre eterna! -
Così dicendo va nella caverna.

23.

Era la tana oscura e tenebrosa,
E sopra ad essa la fiumana andava;
Una catena dentro vi era ascosa,
Che il caduto baron presto legava.
E quel gigante già non se riposa;
Così legato in spalla sel portava,
A lui dicendo: - E perché davi impaccio
Al mio compagno? Ed io te ho gionto al laccio. -

24.

Non respondia Ranaldo alcuna cosa,
Ma nella mente tristo ne dicia:
"Or ti par che fortuna ruïnosa
Una disgrazia dietro a l'altra invia!
Qual sorte al mondo è la più dolorosa
Non se paragia alla sventura mia,
Ch'in tal miseria mi vedo arivare,
Né con qual modo lo sapria contare."

25.

Così dicendo, già sono su il ponte
Che del crudel castello era l'intrata:
Teste de occisi nella prima fronte,
E gente morta vi pende apiccata;
Ma, quel che era più scuro, eran disionte
Le membra ancora vive alcuna fiata.
Vermiglio è lo castello, e da lontano
Sembrava foco, ed era sangue umano.

26.
Ranaldo sol pregando Idio se aiuta:
Ben vi confesso che ora ebbe paura.
Già davanti una vecchia era venuta,
Tutta coperta de una veste oscura,
Macra nel volto, orribile e canuta,
E di sembianza dispietata e dura.
Lei fa Ranaldo alla terra gettare
Così legato, e comincia parlare.

27.

- Forse per fama avrai sentito dire, -
Dicea la vecchia - la crudele usanza
Che questa rocca ha preso a mantenire.
Ora nel tempo che a viver te avanza,
Poi che a diman s'indugia il tuo morire,
(Ché già de vita non aver speranza),
In questo tempo ti voglio contare
Qual cagion fece la usanza ordinare.

28.

Un cavallier di possanza infinita
Di questa rocca un tempo fu segnore.
Vita tenea magnifica e fiorita,
Ad ogni forastier faceva onore;
Ciascun che passa per la strada invita,
Cavallier, dame e gente di valore.
Avea costui per moglie una donzella,
Che altra al mondo mai fu tanto bella.

29.

Quel cavalliero avea nome Grifone;
Questa rocca Altaripa era chiamata,
E la sua dama Stella, per ragione,
Ché ben parea del celo esser levata.
Era di maggio alla bella stagione;
Andava il cavalliero alcuna fiata
A quella selva che è in su la marina,
Dove giungesti tu in questa mattina.

30.

E passar per lo bosco ebbe sentito
Un altro cavallier, che a caccia andava.
Sì come a tutti, fie' il cortese invito,
Ed alla rocca qua suso il menava.
Fu quest'altro ch'io dico, mio marito:
Marchino, il sir de Aronda, se chiamava.
Lui fu menato dentro a questa stanza,
Ed onorato assai, come era usanza.

31.

Or, come volse la disaventura,
Gli occhi alla bella Stella ebbe voltato,
E fo preso de amore oltra misura,
E seco pensò il viso delicato
Di quella mansueta creatura;
In summa, è dentro il cor tanto infiammato,
Ch'altro nol stringe, né d'altro ha pensiero,
Se non di tuor la donna al cavalliero.

32.

Da questa rocca si parte fellone;
Torna cambiato in viso a meraviglia:
Altro che lui non sapea la cagione.
Parte da Aronda con la sua famiglia;
Porta le insegne seco di Grifone,
E di persona alquanto il rasomiglia.
E soi compagni nel bosco nascose,
Le insegne e l'arme pur con essi pose.

33.

Lui, come a caccia, tutto disarmato
Va per la selva, e forte suona un corno;
Il cortese Grifon l'ebbe ascoltato,
Ch'era nel bosco ancora lui quel giorno.
In quella parte presto ne fu andato:
Marchino il falso si guardava intorno,
E, come non avesse alcun veduto,
Forte diceva: "Io l'averò perduto."

34.

Poi ver Grifon se ne vene a voltare.
Come il vedesse allor primeramente,
Diceva: "Io vengo un mio cane a cercare,
Ma in questo loco non so andar nïente."
Or vanno insieme, e vengon a rivare
Ove Marchino ha nascoso la gente;
E, per venir più presto al compimento,
Occiserlo costoro a tradimento.

35.

Con la sua insegna la rocca pigliaro,
Né dentro vi lasciâr persona viva;
Fanciulli e vecchi, senza alcun riparo,
Ed ogni dama fu de vita priva.
La bella Stella qua dentro trovaro,
Che la sventura sua forte piangiva.
Molte carezze li facea Marchino:
Mai non se piega quel cor pellegrino.

36.

Ella pensava lo oltraggio spietato
Che li avea fatto il falso traditore,
E Grifon, che da lei fu tanto amato,
Sempre li stava notte e dì nel core;
Né altro desia che averlo vendicato,
Né trova qual partito sia il megliore.
Infin li offerse il suo voler crudele
Quello animal che al mondo è di più fele.

37.

Lo animal che è più crudo e spaventevole,
Ed è più ardente che foco che sia,
È la moglie che un tempo fu amorevole,
Che, disprezata, cade in zelosia:
Non è il leon ferito più spiacevole,
Né la serpe calcata è tanto ria,
Quanto è la moglie fiera in quella fiata
Che per altrui sé vede abandonata.

38.

Ed io ben lo so dir, che lo provai,
Quando avvisata fui di questa cosa.
Io non sentetti maggior doglia mai,
E quasi venni in tutto rabbïosa:
Ben lo mostrò la crudeltà che usai,
Che forse ti parrà meravigliosa;
Ma dove zelosia strenge lo amore,
Quel mal che io feci in duo, è ancor peggiore.

39.

Duo fanciulletti avevo di Marchino;
Il primo lo scanai con la mia mano.
Stava a guardarme l'altro piccolino,
E dicea: "Matre, deh per Dio! fa piano."
Io presi per li piedi quel meschino,
E detti il capo a un sasso prossimano.
Te par ch'io vendicassi il mio dispetto?
Ma questo fu un principio, e non lo effetto.

40.

Quasi vivendo ancora lo squartai;
De il petto a l'uno e a l'altro trassi il core.
Le piccolette membra minuzzai:
Pensa se, ciò facendo, avia dolore!
Ma ancor mi giova ch'io mi vendicai.
Servai le teste, non già per amore,
Ché in me non era amor, né anco pietade:
Servalle per usar più crudeltade.

41.

Quelle portai qua suso de nascoso;
La carne che feci io, poi posi al foco:
Tanto poté lo oltraggio dispettoso!
Io stessa fui beccaro, io stessa coco.
A mensa li ebbe il patre doloroso,
E quelle se mangiò con festa e gioco.
Ahi crudel sole, ahi giorno scelerato,
Che comportò veder tanto peccato!

42.

Io mi parti' dapoi nascosamente,
Le mani e il petto di sangue macchiata.
Al re de Orgagna andai subitamente,
Che già lunga stagion m'aveva amata
(Era costui della Stella parente),
E racontai l'istoria dispietata.
Quel re condussi io armato in su l'arcione
A far vendetta del morto Grifone.

43.

Ma non fo questa cosa così presta,
Che, come io fui partita dal castello,
La cruda Stella, menando gran festa,
A Marchin va davanti in viso fello,
E li appresenta l'una e l'altra testa
De' figli, ch'io servai dentro a un piatello.
Benché per morte ciascuna era trista,
Pur li cognobbe 'l patre in prima vista.

44.

La damisella aveva il crin disciolto,
La faccia altiera e la mente sicura,
Ed a lui disse: "L'uno e l'altro volto
Son de' toi figli: dàgli sepoltura.
Il resto hai tu nel tuo ventre sepolto:
Tu il divorasti: non aver più cura."
Ora ha gran pena il falso traditore,
Ché crudeltà combatte con amore.

45.

Lo oltraggio ismisurato ben lo invita
A far di quella dama crudo strazio;
Da l'altra parte la faccia fiorita
E lo afocato amor gli dava impazio.
Delibra vendicarse alla finita:
Ma qual vendetta lo potria far sazio?
Ché, pensando al suo oltraggio, in veritade
Non v'era pena di tal crudeltade.

46.

Il corpo di Grifon fece portare,
Che, così occiso, ancor giacea nel piano;
Fece la dama a quel corpo legare,
Viso con viso stretto, e mano a mano:
Così con lei poi se ebbe a dilettare.
Or fu piacer giamai tant'inumano?
Gran puza mena il corpo tutta fiata;
La damisella a quel stava legata.

47.

In questo tempo venne il re de Orgagna,
Ed io con esso, con molta brigata;
Ma come fumo visti alla campagna,
Marchin la bella Stella ebbe scanata.
Né ancor per questo dapoi la sparagna,
Ma usava con lei morta tutta fiata.
Credo io che il fece sol per darse vanto
Che altro om non fusse scelerato tanto.

48.

Noi qui vennemo, e con cruda battaglia
La forte rocca alfin pur fo pigliata;
E Marchin preso, di ardente tenaglia
Fu sua persona tutta lacerata:
Chi rompe le sue membra, e chi le taglia.
La bella dama poi fu sotterrata
Intra un sepolcro adorno; per ragione
Posto fu seco il suo caro Grifone.

49.

Il re de Orgagna poi se ne fu andato,
Ed io rimasi in questa rocca oscura.
Era lo octavo mese già passato,
Quando sentimo in quella sepoltura
Un grido tanto orribile e spietato,
Ch'io non vo' dir che gli altri abbian paura;
Ma tre giganti ne fôr spaventati,
Che il re de Orgagna meco avea lasciati.

50.

Un de essi, alquanto più di core ardito,
Volse la sepoltura un poco aprire,
Ma ben ne fo poi presto repentito;
Però che un mostro, che non puote uscire,
Pur for gettò una branca, ed ha 'l gremito:
In poco d'ora lo fece morire.
Stracciollo in pezzi e trassel dentro, possa
La carne devorò con tutte l'ossa.

51.

Non se trovò più om tanto sicuro,
Che dentro a quella chiesia voglia entrare;
Cinger poi la feci io d'un forte muro,
Quello sepolcro a ingegno disserrare.
Uscinne un mostro contrafatto e oscuro,
Tanto che alcun non li ardisce a guardare:
La orribil forma sua non te descrivo,
Perché sarai da lui di vita privo.

52.

Noi poi servamo così fatta usanza,
Che ciascun giorno qualcuno è pigliato,
E lo gettamo dentro a quella stanza,
Perché la bestia l'abbia devorato.
Ma tanto ne pigliamo, che ne avanza;
Alcun se scanna, alcun vien impiccato;
Squartansi vivi ancora alcuna fiata,
Come veder potesti in su la entrata. -

53.

Poi che la usanza cruda, ismisurata,
Fu per Ranaldo pienamente intesa,
E l'orribil cagione e scelerata
Che fie' la bestia, a chi non val diffesa,
Rivolto a quella vechia dispietata,
Disse: - Deh! matre, non mi far contesa.
Concedime, per Dio, che dentro vada,
Armato come io sono, e con la spada. -

54.

Rise la vecchia e disse: - Or pur ti vaglia!
Quante arme vôi, ti lasciarò portare;
Ché il mostro con suo dente il ferro taglia,
Né contra alle ungie sue se pote armare.
A te convien morir, non far battaglia,
Ché la sua pelle non se può tagliare;
Ma, per fare il tuo peggio, io son contenta,
Perché la bestia più lo armato stenta. -

55.

Sì come apparve il giorno il sol lucente,
Ranaldo dentro al muro è giù calato,
E fu una porta alciata: incontinente
Esce 'l mostro diverso e sfigurato.
Sì forte batte l'uno a l'altro dente,
Che ciascun sopra al muro è spaventato,
Né di star tanto ad alto se assicura:
Altri se asconde e fugge per paura.

56.

Solo è Ranaldo lui senza spavento:
Armato è tutto, ed in mano ha Fusberta.
Ma credo io che a voi tutti sia in talento
Di quel mostro saper la forma aperta.
Acciò che abbiati il suo cominciamento,
Fièllo il demonio, questa è cosa certa,
Del seme de Marchin, che 'n corpo porta
Quella donzella che da lui fu morta.

57.

Egli era più che un bove di grandezza:
Il muso aveva proprio di serpente;
Sei palme avea la bocca di longhezza,
Ben mezo palmo è lungo ciascun dente.
La fronte ha de cingiale, in tal fierezza
Che non si può guardarla per nïente;
E di ciascuna tempia usciva un corno,
Che move a suo piacere e volge intorno.

58.

Ciascuno corno taglia come spata;
Mugia con voce piena di terrore,
La pelle ha verde e gialla e varïata
Di negro e bianco e di rosso colore;
Avea la barba sempre insanguinata,
Occhi di foco e guardo traditore;
La mano ha d'omo ed armata de ungione
Maggior che quel de l'orso o del leone.

59.

Ne l'ungie e dente avea cotanta possa,
Che piastra o maglia non li può durare;
E la pelle sì dura e tanto grossa,
Che nulla cosa la potria tagliare.
Questa bestia feroce ora se è mossa,
E va con furia Ranaldo a trovare
Su duo piè ritta, con la bocca aperta.
Mena Ranaldo un colpo con Fusberta,

60.

E proprio a mezo il muso l'ebbe còlta.
Or par di foco la bestia adirata,
E con più furia a Ranaldo rivolta
Con la mano alta tira una ciampata.
Troppo non gionse avanti quella volta,
Ma quanta maglia prese, ebbe stracciata,
Tanto avea duro il dispietato ungione!
Sino alla carne disarmò il barone.

61.

Ora per questo Ranaldo non resta:
Benché abbia il peggio, pur non si spaventa;
Tira a due mani al dritto della testa.
Quella bestia crudel par che non senta,
Anci a ogni colpo mena più tempesta;
Salta de intorno, né giamai se allenta:
Or de una zampa, ora de l'altra mena
Con tal prestezza che si vede apena.

62.

In quattro parte è già il baron ferito,
Ma non ha il mondo così fatto core;
Vedesi morto, e non è sbigotito:
Perde il suo sangue, e cresce il suo furore.
Lui certamente avea preso il partito
Che al disperato caso era megliore;
Però che, se nol fa il mostro perire,
Pur lì di fame li convien morire.

63.

Già se faceva il giorno alquanto scuro,
E dura la battaglia tutta fiata.
Ranaldo se è accostato a l'alto muro:
Il sangue ha perso, e la lena è mancata,
E ben è del morir certo e sicuro,
Ma mena pur gran colpi della spata;
Vero è che sangue al mostro non ha mosso,
Ma fraccassato li ha la carne e l'osso.

64.

Or se 'l destina in tutto di stordire:
Mena un gran colpo quel baron soprano.
La mala bestia il brando ebbe a gremire:
Or che dee far il sir di Montealbano?
Diffender non si può, né può fuggire,
Perché Fusberta li è tolta di mano.
Ma poi vi dirò come andò il fatto:
In questo canto più di lui non tratto.



CANTO NONO


1.

Odito aveti la sozza figura
Che avea la fiera orribile e deserta,
Qual con Ranaldo alla battaglia dura,
E come li ha di man tolto Fusberta.
E lui lasciamo in quella gran paura,
Ché bisogna che altrove io mi converta:
Or de una dama lo amoroso caldo
Contar conviensi, e poi torno a Ranaldo.

2.

Voi vi doveti, segnor, racordare
Di Angelica, la bella giovanetta,
E come Malagise ebbe a lasciare;
E giorno e notte stava alla vedetta.
Or quanto gli rencresce lo aspettare,
Sappialo dir colui che il tempo aspetta:
Dico che aspetta promessa d'amore,
Perché ogni altro aspettare è rose e fiore.

3.

Ella guardava verso la marina,
Verso la terra, per monte e per piano;
Se alcuna nave vede, la meschina,
O scorge vela molto di lontano,
Lei, compiacendo a se stessa, indivina
Che dentro vi è il segnor di Montealbano;
Se vede in terra bestia o ver carretta,
Sopra di quella il suo Ranaldo aspetta.

4.

Ed ecco Malagise a lei ritorna
(E già non ha Ranaldo in compagnia),
Pallido, afflitto e con barba musorna:
Gli occhi battuti alla terra tenìa;
Non ha di drappo la persona adorna,
Ma par che n'esca alor di pregionia.
La dama, che in tal forma l'ebbe scorto,
- Ahimè, - cridava - il mio Ranaldo è morto! -

5.

- Anci non è già morto per ancora, -
Rispose Malagise alla donzella
- Ma non puotrà già far lunga dimora,
Che non sia occisa la persona fella.
Che maledetto sia quel giorno e l'ora
Che fece una alma sì de amor ribella! -
Poi conta tutto a lei, di ponto in ponto,
Come alla rocca crudel l'avea gionto;

6.

E come ad ogni modo vôl che 'l mora,
E che quel mostro l'abbia divorato.
Non domandati se la dama acora,
Che quasi il spirto al tutto li è mancato.
Ella parea di vita al tutto fora,
Con gli occhi vòlti e col viso agiacciato;
Ma, poi che fu tornata in suo vigore,
A Malagise disse: - Ahi traditore!

7.

Traditor, crudo, perfido, ribaldo,
Che ancora ardisci a dimorarmi a canto,
Ed hai condotto il tuo cugin Ranaldo
Vicino a morte, con periglio tanto!
Ma se l'aiuto non gli dài di saldo,
Non ti varan demonii, né tuo incanto;
Ché incontinente ti farò bruciare,
E la tua polver gettarò nel mare.

8.

Non pigliar scusa, falso truffatore,
De aver ciò fatto per la mia querella.
Ora non era partito megliore
Che, avendo uno a morire, io fossi quella?
Lui di beltate e di prodezza è il fiore,
Io vile e sciagurata feminella.
Ma, oltra a questo, non debbi pensare
Che senza lui io non puotria campare? -

9.

Diceva Malagise: - Ancor soccorso,
Volendo tu, se li potrà donare;
Ma te bisogna prender questo corso,
E tu sia quella che il vada a campare;
Ché, benché sia crudel più che alcuno orso,
A suo dispetto converratti amare;
Sì che spazzati pure e sii ben presta,
Ché nostra indugia forse lo molesta. -

10.

Così dicendo li porge una corda,
Di lacci ad ogni palmo ragroppata,
E una gran lima, che segava sorda,
E uno alto pan di cera impegolata:
Come le debbia adoprar li racorda.
Angelica dal vento è via portata,
Sopra a un demonio, che ha la faccia nera;
A Crudel Rocca gionse quella sera.

11.

Ora voglio a Ranaldo ritornare,
Che era condutto a caso tanto scuro,
Che della morte non potea campare:
Perduto ha il brando che 'l facea sicuro.
Fuggendo intorno, ogni cosa ha a guardare;
Ed ecco avanza, quasi a mezo 'l muro,
Un travo fitto dece piedi ad alto.
Prese Ranaldo un smisurato salto,

12.

E gionse al travo, e con la man l'ha preso,
Poi con gran forza sopra li montava;
Così tra celo e terra era sospeso.
Or quel mostro crudel ben furïava;
Avenga che sia grosso e di tal peso,
Spesso vicino a Ranaldo saltava,
E quasi alcuna volta un poco il tocca:
Pare a Ranaldo sempre esserli in bocca.

13.

Era venuta già la notte bruna.
Stassi Ranaldo a quel legno abracciato,
Né sa veder qual senno o qual fortuna
Lo possa di quel loco aver campato.
Ed ecco, sotto il lume de la luna,
Però che era sereno e il cel stellato,
Sente per l'aria non sa che volare:
Quasi una dama ne l'ombra li pare.

14.

Angelica era quella, che venìa
Per dar soccorso al franco cavalliero;
Poi che in faccia Ranaldo la vedia,
Gettarsi a terra prese nel pensiero,
Perché tanto odio a quella dama avia,
Che più non li dispiace il mostro fiero:
Ello esser morto stima minor pene
Che veder quella che a campare il viene.

15.

Ella si stava ne l'aria sospesa,
E ingenocchiata diceva: - Barone,
Sopra d'ogni altra doglia il cor mi pesa
Che tu sia gionto qui per mia cagione.
Ben ti confesso ch'io son tanto accesa,
Ch'io potrebbi uscir fuor d'ogni ragione;
Ma che nocer potessi a tua persona,
Questo pensiero al tutto lo abandona.

16.

Fu la mia stima che con tuo diletto,
Con apiacere e riposo e con zoglia
Fussi condotto avanti al mio cospetto;
Ora te vedo de cotanta noglia
E da periglio estremo sì costretto,
Che quasi mi ne uccido di gran doglia;
Ma sia ogni timor pur da te rimosso,
Ch'io il seppi ad ora che campar ti posso.

17.

Non te rincresca de venirmi in braccio,
Che via per l'aria te possa portare.
Vedrai di terra uno infinito spaccio
Sotto a' tuoi piedi in un punto passare;
Te potrai far de un alto disio saccio,
Se mai ti venne voglia di volare.
Vien, monta sopra a me, baron gagliardo:
Forse non son peggior del tuo Baiardo. -

18.

Era Ranaldo tanto addolorato,
Che con gran pena la puoteva odire.
Pur li rispose: - Per lo Dio beato,
Più son contento di dover morire,
Che per tuo mezo vederme campato;
E quando non ti vogli pur partire,
Di questo loco me voglio gettare:
Or statte e vanne, e fa come ti pare. -

19.

Non crediati che sia maggior iniuria
Che alla donna che chiede, esser sprezzata.
Tutte hanno in odio che la sua lussuria
Gli possa essere in viso improperata;
Ma questa dispettosa e trista furia
Angelica non mosse in questa fiata:
Tanto portava a quel barone amore,
Che ogni sua ingiuria a lei parea minore.

20.

Ella rispose: - Io farò il tuo volere,
E se altro far volessi, io non potrei:
S'io pensassi morendo a te piacere,
Adesso con mia man me occiderei.
Ma tu m'hai bene in odio oltra al dovere!
A ciò me en testimonii omini e dei;
Sol il sprezarmi è 'l mal che mi pôi fare,
Ma che io non te ami, non me pôi vetare. -

21.

Così dicendo nel campo discende,
Ove rugiava lo animal spietato,
E la corda alaciata giù distende,
Poi quel pan della cera ebbe gettato.
Quel crudel mostro in bocca presto il prende:
L'un dente e l'altro insieme è impegolato;
Mugia saltando e cerca uscir de impaccio:
Al primo salto fu gionto nel laccio.

22.

Così legato il lasciò la donzella,
E lei si dipartì subitamente.
Era levato già la chiara stella
Che vien davanti al sole in orïente:
Vede Ranaldo quella bestia fella,
Che ha la bocca di pece piena e il dente;
E poi legata per cotal maniera,
Che mover non si può dal loco ove era.

23.

Subitamente salta gioso al piano,
Dove è la fiera fera di natura,
Che facea un crido tant'orrendo e strano,
Che al mur de intorno potea far paura.
Ranaldo prende sua Fusberta in mano,
E de assalire 'l mostro si assicura;
Ma quella bestia si scote sì forte,
Che par che debbia romper le ritorte.

24.

Ranaldo non li lascia prender fiato,
Or la ferisce in capo, or nella panza,
Or da il sinestro, ora da il destro lato;
Il ferir de quel mostro era una cianza.
Egli avrebbe una pietra, un fer tagliato,
Ma quella pelle ogni durezza avanza.
Per ciò non è Ranaldo sbigotito,
Ma subito pigliò questo partito:

25.

A quella bestia salta sopra al dosso,
La gola ad ambe man gli ebbe a pigliare,
E le genocchie strenge a più non posso:
Mai non se vide il più fier cavalcare.
Era il barone in faccia tutto rosso:
Quivi ogni suo valor convien mostrare;
E quivi più che altrove l'ha mostrato,
Ché con le mani il mostro ha strangolato.

26.
Poi che la bestia al tutto è suffocata,
Pensa Ranaldo della sua partita;
Ma quella piazza intorno era serrata
De un grosso muro e de altezza infinita.
Sol di verso il castello era una grata,
Che de travi accialin tutta era ordita;
Ben la assagiò Ranaldo con la spata,
Ma troppo è sua grossezza smisurata.

27.

Ora Ranaldo se vide pregione,
Che già di questo non pensava in prima,
E del suo scampo manca ogni ragione,
Ché di morir di fame lui se estima.
Guarda d'intorno per ogni cantone,
Ed ha veduta in terra la gran lima,
La lima che la dama avea portata;
Stima il baron che Dio l'abbia mandata.

28.

Con quella lima la pregione apriva,
E poco manca che non possa uscire.
Ciascuna stella nel cel se copriva,
E cominciava il giorno ad apparire;
Ed eccoti un gigante quivi ariva,
Ma de venire a lui non ebbe ardire;
Anci, come il barone ebbe veduto,
Fugge, forte cridando: - Aiuto! aiuto! -

29.

In questo avea Ranaldo sbarattato
Tutto il serraglio, e quella grata aperta;
Ma per il crido di quel smisurato
Gionge la gente crudele e diserta.
E già Ranaldo fuora era saltato;
Or li conviene adoperar Fusberta,
Ché intorno a lui de gente crescìa il ballo:
Già son più che seicento senza fallo.

30.

Nulla ne cura quel franco barone,
Se ben sei tanto fosse il populaccio.
Davanti a gli altri stava un gigantone,
Quel proprio che Ranaldo prese al laccio.
Mai non fu visto il più falso poltrone;
Ma ben presto Ranaldo gli diè il spaccio:
Sotto il genocchio un colpo li disserra,
E senza gambe il fie' cadere in terra.

31.

Quivi lo lascia, e tra gli altri se caccia,
E sua Fusberta mena con ruina;
Presto a lui sol rimase quella piaccia,
Via ne fuggia la gente saracina.
Chi senza capo va, chi senza braccia,
Piena è di sangue la piaza meschina.
La vecchia nel palazo era serrata,
E dentro ha con lei molta brigata.

32.

L'altro gigante ancora è dentro chiuso;
Gionge Ranaldo, e già non sta a guardare:
Rompe la porta e favi entro un gran buso,
Poi con la man la prende a dimenare.
Il gran gigante se vede confuso,
Tema e vergogna il fanno dubitare.
Da capo a piedi egli era tutto armato:
Apre la porta, e fuora fu saltato.

33.

E nella gionta mostra molto ardire;
Sopra a Ranaldo un gran colpo ha donato.
Ridendo quel baron li prese a dire:
- Io son contento di averti onorato.
Il sir de Montealban te fa morire:
Giù nello inferno tu serai lodato;
Ché ben lì trovarai gran compagnia,
Che io li ho mandato con Fusberta mia. -

34.

Così dicendo quel baron valente
Mena un gran colpo fuor de ogni misura,
Fende al gigante il capo insino al dente;
Or fuggon gli altri tutti con paura.
Intra Ranaldo, e occide l'altra gente;
Ma quella vecchia dispietata e scura
Stava assettata sopra de un balcone;
Giù si gettò, come vide il barone.

35.

Ben cento pedi quel balcone era alto:
Se la vecchia se occise, io nol domando.
Quando Ranaldo vide quel gran salto,
- Va - disse - al diavol, ch'io te racomando. -
Fatta è la sala già di sangue un smalto:
Sempre mena Ranaldo intorno il brando.
Acciò che tutto il fatto a un ponto scriva,
Non rimase al castello anima viva.

36.

Da poi se parte, e torna alla marina:
Non ha più voglia nel naviglio entrare,
Ma così a piedi nel litto camina;
Ed una dama venne a riscontrare,
Che dicea: - Lassa! misera! tapina!
La vita voglio al tutto abandonare. -
Ma parlar più di ciò lascia Turpino,
E torna a dir de Astolfo paladino.

37.

Era partito Astolfo già di Franza:
Baiardo il buon destrier menato avia;
L'arme ha dorate, e dorata ha la lanza,
E va soletto e senza compagnia.
Già passato ha il paese di Maganza,
E già la Magna grande e la Ongaria;
Passa il Danubio nella Transilvana,
La Rossia bianca, ed è gionto alla Tana.

38.

Alla man destra volta giuso al basso,
E ne la Circasia fece la intrata.
Or quella regïone era in conquasso,
Tutta la gente se vedeva armata;
Però che Sacripante, il re circasso,
Una gran guerra aveva incominciata
Contra Agricane, re di Tartaria;
L'uno e l'altro segnor gran possa avia.

39.

La cagione era di questo rumore
Non odio antiquo o zelosia di stato,
Né lo confin di regno o disonore,
Né lo esser per vittoria reputato;
Ma l'arme li avea posto in mano Amore,
Perché Agricane al tutto è destinato
Angelica per moglie di ottenire:
Essa ha proposto più presto morire.

40.

Ed ha mandato in ogni regïone,
Presso e lontano, e per ogni paese;
O sia re grande, o sia picciol barone,
Invita ciascaduno a sue diffese;
E già molte migliaia di persone,
Per aiutar la dama, han le armi prese;
Ma prima assai de gli altri Sacripante,
Che lungamente li era stato amante.

41.

Egli era innamorato oltra a misura
Della donzella, e lei lui poco amava;
Ma questa è più d'amor la gran sciagura,
Che il non essere amato non disgrava.
Or, per non far più lunga la scrittura,
Re Sacripante sua gente adunava,
E già se stava nel campo attendato,
Quando li venne Astolfo apresentato.

42.

Perché aveva quel re fatto ordinare
Per ogni passo e per ogni sentiero
Dove persone potea capitare,
Che ciascun, paesano o forastiero,
Avanti a lui se debba appresentare;
E se de lui li faceva mestiero,
Con bono accordio seco il retenia;
Non se accordando, andava alla sua via.

43.

Venne Astolfo da lui sopra Baiardo,
E fu da Sacripante assai mirato;
E ben lo stimò fior de ogni gagliardo,
Tanto lo vede gentilmente armato.
Già non aveva la insegna da il pardo,
Ma sopravesta e scudo avea dorato;
E perciò sempre per quel tenitoro
Nomossi il cavallier da il scudo d'oro.

44.

Disseli Sacripante: - Sir valente,
Che soldo chiedi per la tua persona? -
Rispose Astolfo: - Tutta la tua gente,
Quanta ne è in campo sotto tua corona.
Altro partito non voglio nïente:
Così mi piglia, o così me abandona;
In altro modo non sapria servire,
Perché io so comandar, non obedire.

45.

Ma acciò che pensi se me la dei dare
(Perché forse me stimi per un paccio),
Voglio una prova nel presente fare:
Che me leghi di dietro il manco braccio;
Questo esercito poi voglio pigliare,
Da tua persona a l'ultimo ragaccio;
E perché meraviglia non te mova,
Adesso adesso ne farò la prova. -

46.

Il re, rivolto a' soi baron, dicia
Che li incresciva di quel cavalliero,
Che a tal partito il senno perso avia;
E che potrebbe anco esser de legiero
Che lo intelletto li ritornaria,
Quando di lui se pigliasse pensiero.
Altri diceva: - Deh! lasciamlo andare!
Poco de un paccio se può guadagnare. -

47.

E così Astolfo fu licenziato,
E via cavalca senza altro pensiero.
Quel re di Circasia molto ha guardato
L'arme dorate e Baiardo il destriero;
E ne l'animo suo si ha destinato
De andar soletto dietro al cavalliero:
Poca fatica a quello alto re pare
L'arme ad Astolfo e quel caval levare.

48.

De sopra a l'elmo trasse la corona,
Ché già non voleva esser cognosciuto;
Lo usato scudo e le insegne abandona.
Era questo re grande e ben membruto,
E forte a meraviglia di persona,
Molto avisato in guerra e proveduto:
Ma poi racontaremo sue prodece
Nella gran guerra che a Albraca se fece.

49.

Lui segue Astolfo, come è sopra detto,
Che era davanti bene una giornata,
E cavalcava via tutto soletto.
Ed ecco scontra a mezo della strata
Un Saracin, che un altro sì perfetto
Non ha la terra, che è dal mar voltata;
Sua gran virtù conviene che se scopra
A quella guerra ch'io dissi di sopra.

50.

Quel saracino ha nome Brandimarte,
Ed era conte di Rocca Silvana;
In tutta Pagania per ogni parte
Era sua fama nobile e soprana.
Di torniamenti e giostra sapea l'arte;
Ma, sopra tutto, la persona umana
Era cortese, il suo leggiadro core
Fu sempre acceso di gentile amore.

51.

Costui menava seco una donzella,
Alor che con Astolfo se scontrava,
Che tanto cara gli è quanto era bella,
E di bellezza le belle avanzava.
Or come Astolfo il vide in su la sella,
Subitamente a giostra lo invitava:
- Prendi del campo, - Astolfo li dicia
- O ver lascia la dama, e va a tua via. -

52.

Diceva Brandimarte: - Per Macone,
Prima vi voglio la vita lasciare;
Ma io te aviso, franco campïone,
Poi che donzella non hai a menare,
Che, se io te abato, te torò il ronzone,
E converratti a pedi caminare;
E già non stimo farti villania:
Tu non hai dama, e vôi tormi la mia. -

53.

Aveva quel barone un gran destriero,
Che fu ben certo delli avantaggiati.
Or volta l'uno e l'altro cavalliero,
Da poi che insieme fôrno desfidati,
E ritrovârsi al mezo del sentiero,
E de gran colpi se fôrno atrovati.
Ma Brandimarte cadde con tempesta,
E scontrarno e destrier testa per testa.

54.

Morì quel del barone incontinente:
Baiardo non curò di quella urtata.
Ciò non estima il cavallier valente;
Ma di perder la dama delicata
Al tutto se dispera nella mente,
Ché più che 'l proprio cor l'aveva amata.
Poi che ha perso ogni bene, ogni diletto,
Trasse la spada per darse nel petto.

55.

Astolfo, che a quello atto ben comprese
Che il cavallier moriva disperato,
Subitamente di Baiardo scese,
E con parole assai l'ha confortato.
- Credi, - diceva - ch'io sia sì scortese,
Ch'io te toglia quel ben che hai tanto amato?
Teco giostrai per vittoria e per fama:
Mio sia l'onore, e tua sia questa dama. -

56.

Il cavallier che a piedi l'ascoltava,
E prima di dolor volea morire,
Or di tanta allegrezza lacrimava,
Che non poteva una parola dire,
Ma e piedi al duca e le gambe baciava,
E forte singiottendo disse: - Sire,
Or se radoppia la vergogna mia,
Poi ch'io son vinto ancor di cortesia.

57.

Ed io ben son contento tutta fiata
Di avere ogni vergogna per tuo onore;
Tu m'hai la vita al presente campata:
Sempre perder la voglio per tuo amore.
Io non posso mostrarti mente grata,
Ché di servirti non aggio valore;
E tu sei de ogni cosa sì compiuto,
Che a l'altri servi, e tu non chiedi aiuto. -

58.

Mentre che stanno in questo ragionare,
Re Sacripante ariva alla foresta;
E quando la fanciulla ebbe a mirare,
Destina di lasciar la prima inchiesta,
Ché quella dama volìa conquistare,
Fra sé dicendo: "Oh che ventura è questa!
Io feci aviso avere arme e destriero;
Or far meglior guadagno è di mestiero."

59.

Con alta voce crida il Saracino:
- Di qualunche di voi la dama sia,
A me la lascia, e vada al suo cammino,
O che si prova alla persona mia. -
- Tu non sei cavallier, ma sì assassino, -
Il franco Brandimarte li dicia
- Ché tu sei su il destriero, io sono a piedi,
Ed a robarme a battaglia mi chiedi. -

60.

E poi ad Astolfo se ebbe ingenocchiare,
E li dimanda con ogni preghiere
Che il suo destrier li piaccia di prestare.
Ridendo Astolfo con piacevol ciere
Disse: - Il mio per nïente non vo' dare,
Ma il suo ti donerò ben voluntiere;
E guadagnar lo voglio per tuo amore:
Tuo fia il cavallo, e mio serà l'onore. -

61.

A Sacripante poi disse: - Barone,
Prima che acquisti questa damigella,
Convienti fare un'altra questïone;
E se io ti getto fora de la sella,
Io te farò partir senza ronzone;
Se tu me abbatti, serò pure a quella,
E tu te pigliarai questo destriero;
Poi della dama a te lascio il pensiero. -

62.

- O Dio Macon, - diceva Sacripante
- Quanto aiutarme tua mente procura!
Per l'arme venni e per quello afferante,
E trovai questa bella creatura!
Ed ora mi guadagno in uno instante
La dama col destriero e l'armatura! -
Così dicendo da Astolfo si scosta,
E, vòlto, disse a lui: - Vieni a tua posta. -

63.

Ora son mossi con molto furore;
Nel corso ciascadun sua lancia aresta:
L'un se crede de l'altro esser megliore,
E vannose a ferir con gran tempesta.
Ma Sacripante cadde con dolore,
Sopra del prato percosse la testa.
Astolfo quivi in terra lo abandona:
Il suo destriero a Brandimarte dona.

64.

- Odisti mai più piacevol novella, -
Diceva Astolfo - di questo barone,
Che se credette levarmi di sella,
Ed esso ne convien andar pedone? -
Così ne va parlando; e la donzella
Gli dice: - Il fiume della oblivïone
È qui davanti; sicché, cavallieri,
Pigliàti al nostro aiuto bon pensieri.

65.

Se ogni om de noi non è cauto e prudente,
Noi siam tutti perduti questa sera;
Lo ardir, né l'arma non varrà nïente,
Ché qui presso a tre miglia è una rivera,
Che tra' l'omo a se stesso de la mente:
Non se può racordar più quel che egli era.
Onde io mi penso che assai meglio sia
Tornare a dietro e lasciar questa via;

66.

Ché la rivera non si può passare,
Perché ciascuna ripa ha uno alto monte;
Da l'uno a l'altro una muraglia appare,
Che le due rocche tiene insieme agionte.
Stavi una dama nel mezo a mirare,
Sotto una torre, ch'è in guardia del ponte;
Con una coppa lucida e pulita
Ciascun che ariva a ber del fiume invita.

67.

Come ha bevuto, perde ogni memoria,
Tanto che il proprio nome ha smenticato;
Ma se alcun più superbo, per sua boria,
Volesse a forza il ponte esser passato,
Serìa impossibil lui acquistar vittoria,
Ché sempre alcun barone appregïato
Tien quella dama fuora d'intelletto,
Per far vendetta d'ogni suo dispetto. -

68.

Con tal parole la dama procura
Che il suo vïaggio si debba mutare.
Ciascun de' cavallier non ha paura,
Ed ha diletto tal cosa trovare;
E per veder quella strana ventura,
De esser là gionti mille anni li pare;
E cavalcando, vicino alla sera
Gionsero al ponte sopra alla rivera.

69.

La damisella ch'era guardïana,
A loro incontra sopra al ponte è gita,
E con gentil sembiante, in voce umana,
A ber del fiume ciascadun invita.
- Ahi! - disse Astolfo - Via, falsa, puttana!
Ché l'arte tua malvaggia è pur finita:
Morir convienti, tientene ben certa,
Ché la tua fraude al tutto è discoperta. -

70.

La damisella che il parlare intese,
Lascia cader il cristal che avea in mano.
Un sì gran foco nel ponte se accese,
Che il volervi passar serebbe vano.
L'altra donzella ben quello atto intese,
Ed ambi i cavallier prese per mano:
L'altra dama, dico io, di Brandimarte,
Che sa di questa ogni malizia ed arte.

71.

Lei prese a mano ciascun cavalliero,
E quanto ne pô gir, tanto ne andava,
Drieto alla ripa, per stretto sentiero.
L'acqua incantata quivi si vargava
Sopra de un ponte che passa al verziero.
Per altrui quella porta non se usava,
Ma la nova donzella, che è ben scorta
Di questo incanto, sapea quella porta.

72.

Brandimarte gettò la porta in terra,
E già se vede quel falso giardino,
Che tanti cavallier dentro a sé serra.
Quivi era chiuso Orlando paladino,
E il re Ballano, quel mastro di guerra,
E Chiarïone, il franco saracino;
Era lì dentro Oberto dal Leone,
Con Aquilante e il suo fratel Grifone.

73.

Eravi ancora il forte re Adrïano,
Ed eravi Antifor de Albarosia;
Non cognoscon l'un l'altro, e insieme vano,
Né sapria dire alcun quel che lui sia,
Né se egli è saracino, o cristïano:
Tutti son persi per negromanzia.
Tutti li ha persi quella falsa dama,
Che Dragontina per nome se chiama.

74.

Or se incomincia una gran questïone,
Ché Astolfo e Brandimarte sono entrati.
Il re Ballano e il forte Chiarïone
Per Dragontina stan quel giorno armati.
Adrïano e Antifor e ogni barone
Son tutti insieme, li altri smemorati;
Tutti en nel prato, il conte Orlando eccetto,
Che la logia mirava per diletto.

75.

Era ancor tutto armato il cavalliero,
Perché gionto era pur quella matina;
E Brigliadoro, il suo franco destriero,
Legato è tra le rose ad una spina.
Lui de altra cosa non avea pensiero;
Ed eccoti qui gionge Dragontina,
Dicendo: - Cavallier, per lo mio amore
Non anderai dove odi quel rumore? -

76.

Altro non pensa il cavallier soprano,
Salta in arcione e la visera serra:
Alla zuffa ne va col brando in mano.
Già Brandimarte ha Chiarïon per terra,
Ed Astolfo ha abbattuto il re Ballano,
Ed a cavallo e a pedi se fan guerra.
Ma, come prima gionse il conte Orlando,
Cognobbe Astolfo Durindana el brando;

77.

E crida forte: - O cavallier pregiato,
Fiore e corona de ogni paladino!
Oh sempre Dio del cel ne sia lodato!
Non me cognosci ch'io son tuo cugino,
Che tanto per il mondo te ho cercato?
Chi te condusse per questo giardino? -
Il conte de nïente non lo ascolta,
Né se ricorda vederlo altra volta;

78.

Ma con gran furia e senza alcun riguardo
Un grandissimo colpo a due man mena;
E se non fosse che il destrier Baiardo
È di tal senno e di cotanta lena,
Serebbe ucciso quel duca gagliardo,
Ché morto l'avria Orlando con gran pena:
Ben che il mur del giardin fosse molto alto,
Baiardo a un tratto lo passò de un salto.

79.

Orlando fuor del ponte se ne uscia,
Ché quel nemico al tutto vôl pigliare;
E benché Brigliador forte corria,
Già con Baiardo non puotea durare,
Ma pur lo segue quanto più puotia.
Or non più adesso per questo cantare;
Ne l'altro avreti, se tornati a odire,
Del duca Astolfo un smisurato ardire.



CANTO DECIMO


1.

Orlando segue Astolfo a tutta briglia,
Forte spronando, ma nulla gli vale;
Corre Baiardo più che a meraviglia:
Giurato avria ciascun che l'avesse ale.
Il duca in ver levante il camin piglia,
Benché di Brandimarte gli par male,
Che gli era stato un pezo compagnone;
Or lo lasciava peggio che pregione.

2.

Ma lui tanto temeva Durindana,
Che avria lasciato un suo carnal germano.
Or poi che Orlando per la selva strana
Vede averlo seguìto un pezo invano,
E che da lui più sempre se alontana
(Già quasi più nol vede sopra al piano),
Nella campagna lui non fe' dimora:
Verso il giardin correndo torna ancora.

3.

La battaglia là dentro ancor durava,
Però che Brandimarte stava in sella,
Ed or Ballano, or Chiarïone urtava,
E ciascadun di loro a lui martella.
Ma la sua dama piangendo il pregava
Ch'el lascia la battaglia iniqua e fella,
E coi duo cavallier faccia la pace,
Facendo quel che a Dragontina piace;

4.

Perché altramente non puotrà campare,
Quando non beva de l'acqua incantata;
Né se curi al presente smemorare,
Ma così aspetti la sua ritornata,
Che certamente lo verrà aiutare.
Né più nïente se fu dimorata,
Ma volta il palafreno alla pianura,
E via camina per la selva oscura.

5.

Or la battaglia subito se parte,
E son finite le crudel contese;
E Dragontina piglia Brandimarte,
E dàgli il beveraggio lì palese
Della fiumana che è fatto per arte.
Più oltra il cavallier mai non intese,
Né se ricorda come qui sia gionto:
Tutto divenne un altro in su quel ponto.

6.

Dolce bevanda e felice liquore,
Che puote alcun della sua mente trare!
Or sciolto è Brandimarte dello amore
Che in tanta doglia lo facea penare.
Non ha speranza più, non ha timore
Di perder lodo, o vergogna acquistare;
Sol Dragontina ha nel pensier presente,
E de altra cosa non cura nïente.

7.

Orlando è ritornato nel giardino,
Avanti a Dragontina è ingenocchiato,
E fa sua scusa con parlar tapino,
Se quell'altro baron non ha pigliato.
Tanto li sta sumesso il paladino,
Che ad un piccol fantin serìa bastato.
Ora tornamo de Astolfo a contare,
Che de aver drieto Orlando ancor li pare;

8.

Unde camina continuamente,
E notte e giorno, il cavallier soprano.
Il primo giorno non trovò nïente
Per quel diserto inospite e silvano,
Ma nel secondo vede una gran gente,
Che era attendata sopra di quel piano:
Ad uno araldo Astolfo dimandava
Che gente è questa che quivi accampava.

9.

Lo araldo gli mostrava una bandera,
Che quasi il mezo de il campo tenìa,
E dice: - Quivi aloggia con sua schera
Il re de' re, segnor de Tartaria. -
(Era quella bandera tutta nera,
Un caval bianco dentro a quella avia,
D'intorno ornato a perle, a zoglie e ad oro:
Non avea il mondo più ricco lavoro.)

10.

- Quell'altra c'ha il sol d'oro in campo bianco,
È del re de Mongalia, Saritrone,
Che non ha il mondo un baron tanto franco.
Vedi la verde da il bianco leone?
Quella è del smisurato Radamanto,
Che vinti piedi è lungo il campïone,
E signoreggia sotto tramontana
Mosca la grande e la terra Comana.

11.

Quella vermiglia, che ha le lune d'oro
È del gran Polifermo, re de Orgagna,
Che di stato è possente e di tesoro,
Ed è gagliardo sopra a la campagna.
Io te vo' racontar tutti costoro,
Né vo' che alcun stendardo vi remagna,
Che nol cognoschi e nol possi contare,
Se in altre parte forse hai arrivare.

12.

Vedi là il forte re della Gotìa,
Che Pandragon per nome era chiamato.
Vedi lo imperator de la Rossia,
Che ha nome Argante, ed è sì smisurato.
Vedi Lurcone ed il fier Santaria;
Il primo è di Norvega incoronato,
Il secondo de Sueza; e prossimana
Ha la bandera del re de Normana.

13.

Quel re per nome è chiamato Brontino,
Che porta nel stendardo verde un core.
Il re di Danna li aloggia vicino,
Che ha nome Uldano, ed ha molto valore.
Costoro a l'India prendono il camino,
Perché Agricane è de tutti il segnore,
E tutti sottoposti a sé li mena,
Per dare a Galifrone amara pena.

14.

Quel Galifrone in India signoreggia
Una gran terra, che ha nome il Cataio,
Ed ha una figlia, a cui non se pareggia
Rosa più fresca de il mese de maio.
Ora Agricane per costei vaneggia,
Né tiene altro pensiero intro il coraio
Che de acquistar quella bella fanciulla;
Di regno o stato non si cura nulla.

15.

Vero è ch'iersera il vecchio Galifrone
Mandò nel campo una sua ambasciaria,
Facendo molto d'escusazïone,
Se non li dava la figlia in balìa;
Però che quella, contro ogni ragione,
La rocca de Albracà tolto li avia,
E che, radotta in quella terra forte,
Dicea volervi star fino alla morte.

16.

Or potrebbe esser che tutta la gente
Andasse a Albraca per porvi l'assedio;
Ché il patre non ha colpa de nïente,
Se la sua figlia ha il re Agricane a tedio.
Ma io m'estimo bene e certamente
Che la fanciulla non vi avrà remedio
A far con questo già lunga contesa:
Meglio è per lei che subito sia resa. -

17.

Dapoi che Astolfo la cagione intende
Perché era quivi la gente adunata,
Subitamente il suo vïaggio prende;
Forte cavalca ciascuna giornata,
Fin che alla rocca di Albraca discende,
Dove stava la dama delicata;
La qual, sì come Astolfo vide in faccia,
Subito lo cognobbe, e quello abbraccia.

18.

- Per mille volte tu sia il benvenuto, -
Dicea la dama - franco paladino,
Che sei giunto al bisogno dello aiuto!
Teco fosse Ranaldo, il tuo cugino!
Questo castello avessi io poi perduto,
E tutto il regno (io non daria un lupino),
Pur che qua fosse quel baron iocondo,
Che più val sol che tutto l'altro mondo. -

19.

Diceva Astolfo: - Io non ti vo' negare,
Che un franco cavallier non sia Ranaldo;
Ma questo ben ti voglio racordare,
Che a la battaglia son di lui più saldo.
Alcuna fiata avemmo insieme a fare,
Ed io gli ho posto intorno tanto caldo,
Che io l'ho fatto sudare insino a l'osso,
E dire: "Io te mi rendo, e più non posso."

20.

E il simil ti vo' dire ancor de Orlando,
Che della gagliardia se tien stendardo;
Ma se mancasse Durindana il brando,
Come a quell'altro è mancato Baiardo,
Non se andarebbe pel mondo vantando,
Né se terrebbe cotanto gagliardo;
Non con meco però, ché in ogni guerra
Che ebbi con seco, lo gettai per terra. -

21.

La dama non sta già seco a contendere,
Perché sapea come era solaccevole;
Né di Ranaldo lo volse reprendere,
Benché odirlo biasmar li è dispiacevole;
E ben ne sapea lei la ragion rendere,
Perché era di quel tempo racordevole
Quando vide a Parigi ogni barone,
E di lor tutti la condizïone.

22.

La dama fa ad Astolfo un grande onore,
E dentro dalla rocca lo aloggiava.
Ed eccoti levare un gran romore,
Per un messagio che quivi arivava;
Di polvere era pieno e di sudore:
- A l'arme! a l'arme! - per tutto cridava.
Dentro alla terra se arma ogni persona,
Perché a martello ogni campana suona.

23.

Eran qui dentro cavallier tre millia,
Dentro alla rocca avea mille pedoni.
La dama con Astolfo se consiglia,
E con li principal de' soi baroni;
Ed alla fine il partito se piglia
De diffender le mure e' torrïoni.
La terra è di fortezza sì mirabile,
Che per battaglia al tutto è inespugnabile.

24.

Delibrâr che la terra se guardasse,
Che per ben quindeci anni era fornita.
Diceva a loro Astolfo: - Se io pensasse
Perdere un giorno qui della mia vita,
Che quei re ad uno ad un non assaggiasse,
Voria che l'alma mia fosse finita;
Ed allo inferno me voglio donare,
Se questo giorno non li faccio armare. -

25.

E così detto le sue arme prende,
Sopra Baiardo al campo se abandona;
Dice cose mirabile e stupende,
Da far meravigliare ogni persona.
- Forsi ch'io vi farò sficar le tende,
Soletto come io son! - così ragiona.
- Nïun non camparà, questo è certano:
Tutti vi voglio occider di mia mano. -

26.
Vintidue centenara di migliara
De cavallier avia quel re nel campo;
Turpino è quel che questa cosa nara.
Astolfo non li estima, e getta vampo.
Dice il proverbio: "Guastando se impara":
Cadde quel giorno Astolfo a tale inciampo,
Che alquanto se mutò de opinïone,
Governandosi poi con più ragione.

27.

Ma nel presente tutti li disfida,
Chiamando Radamanto e Saritrone;
Polifermo ed Argante forte iscrida,
E Brontino dispreza e Pandragone;
Ma più Agricane, che de li altri è guida,
E il forte Uldano, e il perfido Lurcone;
Con quisti il re di Sueza, Santaria:
A tutti dice oltraggio e vilania.

28.

Or se arma tutto il campo a gran furore.
Non fo mai vista cosa tanto oscura
Quanto è quel populaccio, pien de errore,
Che de un sol cavallier se mette in cura.
Tanto alto è il crido e sì grande il romore,
Che ne risuona il monte e la pianura,
E spiegan le bandiere tutte quante;
Dece re insieme a quelle vanno avante.

29.

E quando Astolfo viderno soletto,
Pur vergognando andârli tutti adosso;
Argante imperator, senza rispetto,
Fuor della schiera subito se è mosso.
Largo sei palmi è tra le spalle il petto:
Mai non fo visto un capo tanto grosso;
Schizzato il naso e l'occhio piccolino,
E il mento acuto, quel brutto mastino.

30.

E sopra un gran destrier, che è di pel sôro,
Con la testa alta Astolfo riscontrava.
Il franco duca con la lancia d'oro
For della sella netto il trabuccava:
Ben fe' meravigliar tutti coloro.
Il forte Uldano sua lancia abassava,
Che fu segnor gagliardo e ben cortese:
Cugin carnale è questo de il Danese.

31.

Astolfo con la lancia l'ha scontrato;
Disconzamente in terra il trabuccava.
Ciascun dei re ben se è meravigliato,
E più l'un l'altro già non aspettava.
Movesi un crido grande e smisurato:
- Adosso! adosso! - ciascadun cridava;
E tutti insieme quella gran canaglia
Contra de Astolfo viene alla battaglia.

32.

Lui d'altra parte sta fermo e securo,
E tutta quella gente solo aspetta,
Come una rocca cinta de alto muro;
Sopra Baiardo a gran fatti se assetta.
Per la polvere il celo è fatto scuro,
Che move quella gente maledetta;
Quattro vengono avanti: Saritrone,
Radamanto, Agricane e Pandragone.

33.

Or Saritrone fu il primo incontrato,
E verso il cel rivolse ambe le piante;
Ma Radamanto da il dritto costato
Percosse il duca; e quasi in quello instante
Agricane il ferì da l'altro lato;
E nella fronte de l'elmo davante
Pur in quel tempo il gionse Pandragone:
Questi tre colpi lo levâr d'arcione.

34.

E tramortito in terra se distese,
Per tre gran colpi che avea ricevuti.
Radamanto è smontato, e lui lo prese,
Benché sian l'altri quivi ancor venuti.
Vero è che Astolfo non fece diffese,
Ché era stordito, e non vi è chi lo aiuti.
Ebbe Agricane assai meglior riguardo,
Ché lasciò Astolfo, e guadagnò Baiardo.

35.

Io non so dir, segnor, se quel destriero,
Per aver perso il suo primo patrone,
Non era tra' Pagan più tanto fiero;
O che lo essere in strana regïone
Gli tolse del fuggire ogni pensiero;
Ma prender se lasciò come un castrone:
Senza contesa il potente Agricane
Ebbe il caval fatato in le sue mane.

36.

Or preso è Astolfo e perduto Baiardo
E il ricco arnese e la lancia dorata;
In Albraca non è baron gagliardo
Che ardisca uscir di quella alcuna fiata.
Sopra le mura stan con gran riguardo,
Col ponte alciato e la porta serrata;
E mentre che così stanno a guardare,
Vedeno un giorno gran gente arivare.

37.

Se volete saper che gente sia
Questa che gionge con tanto romore,
Questo è quel gran segnor di Circasia,
Re Sacripante, lo animoso core;
Ed ha seco infinita compagnia:
Sette re sono, ed uno imperatore,
Che vengon la donzella ad aiutare;
Il nome de ciascun vi vo' contare.

38.

Il primo che è davanti, è cristïano,
Benché macchiato è forte de eresia:
Re de Ermenia, ed ha nome Varano,
Che è de ardir pieno e d'alta vigoria.
Sotto sua insegna trenta millia vano,
Che tutti al saettare han maestria:
E l'altro, che ha la schiera sua seconda,
È l'alto imperator de Tribisonda,

39.

Ed è per nome Brunaldo chiamato:
Vintisei millia ha di fiorita gente.
Il terzo è di Roase incoronato,
Che ha nome Ungiano, ed è molto possente:
Cinquanta millia è il suo popul armato.
Poi son duo re, ciascuno è più valente:
Ogniom di loro ha molta signoria,
L'un tien la Media, e l'altro la Turchia.

40.

Quel de la Media ha nome Savarone:
Torindo il Turco per nome si spande.
Questo ha quaranta millia di persone,
E il primo trentasei dalle sue bande.
Odito hai nominar la regïone
Di Babilonia, e Baldaca la grande:
Di quella gente è venuto il segnore,
Re Trufaldino, il falso traditore.

41.

E le sue gente mena tutte quante,
Che son ben cento millia, in una schiera.
Re di Damasco, schiatta di gigante,
Ne ha vinti millia sotto sua bandiera.
Bordacco ha nome; e segue Sacripante,
Re de' Cercassi, quella anima fiera,
Di corpo forte, de animo prudente;
Ottanta millia è tutta la sua gente.

42.

Giunsero ad Albracà quella matina
Che la presa di Astolfo era seguìta;
Ed assalirno il campo con roina,
Benché Agricane ha una gente infinita.
Era nella prima ora matutina,
E l'alba pur allora era apparita,
Quando se incominciò la gran battaglia,
Che a l'una e l'altra gente diè travaglia.

43.

Or chi potrà la quinta parte dire
Della battaglia cruda e perigliosa?
E l'aspro scontro, e il diverso colpire,
E il crido della gente dolorosa,
Che d'una e da altra parte hanno a morire?
Chi mostrarà la terra sanguinosa,
L'arme suonante e bandiere stracciate,
E il campo pien di lancie fraccassate?

44.

La prima zuffa fu del re Varano,
Che senza alcun romor sua schiera guida.
Comandamento fa di mano in mano
Che pregion non si pigli, e ogni om se occida.
Fu lo assalto improviso e subitano,
Il campo tutto - A l'arme! a l'arme! - crida;
Chi si diffende, e chi prende armatura,
Chi se nasconde e fugge per paura.

45.

Ma non bisogna già star troppo a bada,
Ché li inimici entro alle tende sono;
Vanno e Tartari al taglio de la spada,
Né trovan delli Ermeni alcun perdono;
Per boschi e per campagna, e fuor di strada
Fugge tutta la gente in abandono.
Ecco la furia adosso più li abonda:
Gionto è lo imperator de Trebisonda.

46.

Con la sua gente e Tartari sbaraglia.
Ora ecco Ungiano, il forte campïone,
Ch'è gionto con quest'altri alla battaglia;
E già Torindo e il franco Savarone
La gente tartaresca abatte e taglia;
Alla riscossa sta sotto il penone
Re Sacripante, e Bordaco è rimaso
Con Trufaldino, il traditor malvaso.

47.

La battaglia era tutta inviluppata:
Chi qua, chi là per lo campo fuggia.
La polvere tanto alto era levata,
Che l'un da l'altro non se cognoscia;
Ed è la cosa sì disordinata,
Che non giova possanza o vigoria
Del re Agricane, che è cotanto forte;
Ma a lui davanti son sue gente morte.

48.

Quel re di gran dolor la morte brama;
Soletto fuor de schiera se tra' avante,
Ciascun de' soi baron per nome chiama:
Uldano, e Saritrone, e il fiero Argante,
E Pandragone, degno di gran fama,
Lurcone, e Radamanto, che è gigante,
Polifermo e Brontino e Santaria
Ad alta voce chiama tutta via.

49.

Montato era Agrican sopra Baiardo;
Davanti a tutti vien con l'asta in mano.
Apre ogni schiere quel destrier gagliardo,
Con tanta furia vien sopra del piano;
Abatte ciascadun senza riguardo:
Ed ecco riscontrato ha il re Varano.
Avanti lo colpisce entro la testa,
Gettalo a terra con molta tempesta.

50.

Brunaldo fu cacciato dello arcione
Da Polifermo; ed ecco il forte Argante
Che con la lancia atterra Savarone;
E Radamanto, quel crudo gigante,
Abatte Ungiano sopra del sabbione.
Or vede bene il franco Sacripante
Tutta sua gente morta e sbigotita,
Se sua persona non li porge aita.

51.

Lascia sua schiera il re pien di valore
Sopra il destriero, ed abassa la lanza,
E Polifermo atterra con furore;
Brontino e Pandragon poco li avanza,
E questo Argante, che era imperatore,
Ché tutti in terra vanno ad una danza;
E poi ch'egli ha la spada in sua man tolta,
La gente tartaresca fugge in volta.

52.

In altra parte combatte Agricane,
E meraviglia fa di sua persona;
Vede sua gente per coste e per piane
Fuggire in rotta, e che il campo abandona.
Per la grande ira morde ambe le mane,
E in quella parte crucïoso sprona;
Urta ed occide chi li viene avante,
O sia de' suoi, o sia de Sacripante.

53.

Come di verno, nel tempo guazoso,
Giù de un gran monte viene un fiume in volta,
Che va sopra a la ripa ruinoso,
Grosso di pioggia e di neve disciolta:
Cotal veniva quel re furïoso,
Con ira grande e con tempesta molta.
Una gran prova poi, che egli ebbe a fare,
Vi vo' ne l'altro canto racontare.



CANTO DECIMOPRIMO


1.

Di sopra odisti il corso e la roina
Del re Agricane, quella anima fiera.
Come un gran fiume fende la marina,
Sì come una bombarda apre una schiera,
Così quel re col brando non afina,
Ogni stendardo atterra, ogni bandiera;
Taglia e nimici e spezza la sua gente,
Né l'un né l'altro non cura nïente.

2.

Né Tartaro o Circasso lui riguarda,
Né de amici o nemici fa pensiero;
A quel vôl mal, che il camino gli intarda.
Ora è pur gionto quel segnor altiero
Dove discerne la prova gagliarda
Che fa il re Sacripante in sul destriero:
Vede fuggire e soi con alte stride,
E il re circasso vede, che li occide.

3.

- Fuggitevi de qui, vituperati! -
Disse Agricane - popol da nïente;
Né miei vasalli più vi nominati,
Ch'io non voglio esser re de cotal gente.
Via nel mal ponto! e me quivi lasciati;
Ché io molto meglio restarò vincente
Sol, come io sono, de questa battaglia,
Che in compagnia de voi, brutta canaglia. -

4.

Così dicendo, si fa largo fare,
E Sacripante alla battaglia invita.
Or non doveti, segnor, dubitare
Se ben l'accetta quella anima ardita;
E incontinente un messo ebbe a mandare
Dentro alla terra, alla dama fiorita;
Pregando lei che su la rocca saglia,
Per radoppiarli il core alla battaglia.

5.

Venne la damisella sopra al muro,
E mandò un brando al re di Circasia,
Ad ogni prova tagliente e sicuro.
Il re Agricane gran doglia ne avia,
Pur diceva ghignando: - Io non mi curo,
Ché quella spada al fin serà la mia,
E Sacripante insieme, e quel castello,
Con quella ria putana de bordello.

6.

Non se vergogna, brutta incantatrice,
Ad altro più che a me portare amore,
Ché se puotea chiamar tanto felice
E aver del mondo la parte maggiore.
Certo il ver de le femine si dice,
Che sempre mai se apprendeno al peggiore:
Il re de' re puotea aver per marito,
E un vil circasso tol per appetito. -

7.

Così dicendo, turbato se volta,
Ed al nemico assai se è dilungato:
La grossa lancia su la coscia ha tolta.
E già da l'altra parte è rivoltato
Re Sacripante, e vien con furia molta;
E l'uno e l'altro insieme è riscontrato
Con tal romore e con tanta roina
Che par che il cel profondi e il mondo afina.

8.

L'un l'altro in fronte a l'elmo se è percosso,
Con quelle lancie grosse e smisurate,
Né alcun per questo se è de l'arcion mosso;
L'aste fino alla resta han fraccassate,
Benché tre palmi ciascun tronco è grosso.
Già fan rivolta, ed hanno in man le spate,
E furïosi tornansi a ferire.
Ché ciascun vôle o vincere o morire.

9.

Chi mai vide due tori alla verdura
Per una vacca accesi di furore,
Che a fronte a fronte fan battaglia dura
Con voce orrenda e piena di terrore;
Veggia qui duo guerrer senza paura,
Che non stiman la vita per amore,
Anci hanno e scudi per terra gettati,
E la lor guerra fan da disperati.

10.

Or Sacripante al tutto se abandona,
A due man mena un colpo dispietato.
Gionselo in testa, e taglia la corona:
Lo elmo non può tagliar, ché era incantato.
Ma Agrican il colpisce alla persona,
E sopra a un fianco l'ha forte piagato.
Ciascun di vendicarse ben procaccia,
E rendonsi pan fresco per fogaccia.

11.

Né sì spesso la pioggia, o la tempesta,
Né la neve sì folta da il cel cade,
Quanto in quella battaglia aspra e molesta
Se odino spesso e colpi delle spade.
E' da l'arcion son sangue insin la testa:
Mai non se vide tanta crudeltade.
Ciascun de vinte piaghe è sanguinoso,
E cresce ognor lo assalto furïoso.

12.

Vero è che Sacripante sta pur peggio,
Perché versa più sangue il fianco fore;
Ma lui della sua vita fa dispreggio,
E riguardando Angelica, il bel fiore,
Fra sé diceva: "O re del celo, io cheggio
Che quel ch'io faccio per soperchio amore
Angelica lo veda, e siagli grato;
Poi son contento di morir nel prato.

13.

Io son contento al tutto de morire,
Pur ch'io compiaccia a quella creatura.
Oh se lei nel presente avesse a dire:
'Certo io son ben spietata e troppo dura,
Facendo un cavallier de amor perire,
Che per piacermi sua vita non cura!'
Se ciò dicesse, ed io fossi acertato,
E morto e vivo poi serìa beato."

14.

E sopra a tal pensier tanto se infiama,
Che non fu cor giamai così perverso;
Ad ogni colpo Angelica pur chiama,
E mena il brando a dritto ed a roverso.
Altro non ha nel cor che quella dama:
Piaga non cura, o sangue che abbia perso;
Ma pur il spirto a poco a poco manca,
Benché nol sente, ed ha la faccia bianca.

15.

Li altri re intorno stavano a guardare
La gran battaglia piena di spavento.
A ciascaduno un gran dalmaggio pare
Veder morir quel re pien de ardimento.
Ma sopra a tutti nol può comportare
Torindo il Turco, ed ha molto tormento
Di veder Sacripante in tal travaglia,
Né sa come sturbar quella battaglia.

16.

E tra li cavallier comincia a dire
Come egli è certamente un gran peccato
Veder quel franco re così morire.
E seguia poi: - Ahi populaccio ingrato!
Potrai tu forse con gli occhi soffrire
Di veder morto quel che t'ha campato?
Noi fuggivamo in rotta ed in sconfita:
Esso ce ha reso e l'onore e la vita.

17.

Deh non abbiate di color spavento,
Benché sia innumerabil quantitate.
Diamo pur dentro a lor con ardimento,
Che poco lì faren noi con le spate.
Né vi crediati di far tradimento,
Perché questa battaglia disturbate,
Ché tradimento non si può appellare
Quel che si fa per suo segnor campare.

18.

Sia mia la colpa, se colpa ne viene,
E vostre sian le lode tutte quante. -
Così dicendo più non se ritiene,
Ma con ruina sprona il suo aferrante.
La grossa lancia alla resta sostiene;
Primo e secundo che li viene avante,
E il terzo e il quarto abatte con furore:
Or se comincia altissimo romore.

19.

Ché ciascun turco e ciascadun circasso,
Ciascun di Tribisonda e di Soria,
E gli altri tutti che al presente lasso,
Perché dietro a Torindo ognun seguia,
Ne' Tartari ferirno con fraccasso,
Contra a quei de Mongalia e di Rossia.
Ecco di sopra si lieva il polvino,
Ché da quel canto gionge Trufaldino,

20.

Quel di Baldache, ch'è tanto potente.
Or comincia la zuffa smisurata,
Ché cento millia è tutta la sua gente,
Che in una schiera vien stretta e serrata.
Agricane a tal cose pone mente,
E vede la sua gente sbarattata;
E, vòlto a Sacripante, disse: - Sire,
Le vostre gente han fatto un gran fallire.

21.

A te ben ne darò bon guidardone:
Tu prova contra a' mei quel che pôi fare. -
L'un va di qua, di là l'altro barone,
E comincia le schiere a sbarattare,
Menando i brandi con distruzïone.
Mai tanta gente se ebbe a consumare,
Ché trenta falcie più non fan nel prato,
Quanti ciascun di loro oggi ha tagliato.

22.

Agricane inscontrò con Trufaldino.
Vede quel falso che non può campare;
Fassegli inanzi sopra del camino,
Dicendo: - Ben di me ti pôi vantare,
Se tu me abatti sopra de un roncino,
E il tuo destriero al mondo non ha pare!
Lascia il vantaggio, come il dover chiede,
Che alla battaglia te desfido a piede. -

23.

Era Agricane assai di fama caldo:
Subito smonta alla verde campagna;
A un conte dà il destrier del bon Ranaldo,
Ché già non vôl che altrui quel se guadagna.
Ben colse il tempo Trufaldin ribaldo:
Volta la briglia, e mena le calcagna;
E prima che Agrican sia rimontato,
Lui tra sua gente è già remescolato.

24.

Or si riversa tutta la battaglia
Verso la terra, e fuggono e Circassi.
Quei di Baldache, la brutta canaglia,
Fuggono e Sorïan dolenti e lassi,
Gettan per terra lancie e scudi e maglia,
E gettan le saette con turcassi.
Non vi è chi contra a' Tartari risponde:
Fuggono i Turchi e quei di Trebisonde.

25.

E già son gionti ove il fosso confina
Sotto alla terra, che è cotanto forte.
Là gioso ogni om se getta con roina,
Ché il ponte è alciato, e chiuse son le porte.
Che debbe fare Angelica meschina,
Che vede le sue gente tutte morte?
Apre la porta e il ponte fa callare,
Ché già soletta lei non vôl campare.

26.
Come la porta in quel ponte se apria,
Sia maledetto chi a drieto rimane.
La gente tartaresca che seguia,
È mescolata con loro alle mane.
Or la porta gataia giù cadia,
E restò dentro il forte re Agricane;
Trecento cavallier de sue masnate
Fôr con lui chiusi dentro alla citate.

27.

Egli era in su Baiardo copertato:
Mai non fu visto un baron tanto fiero.
Bordaco il Damaschino era tornato
Dentro alla terra, e vede il cavalliero,
E con molta arroganza li ha parlato:
- Or tua possanza ti farà mestiero:
Non te varrà Baiardo a questo ponto.
Ve' che una volta pur vi fosti gionto!

28.

In ogni modo te convien morire,
Né pôi mostrar valor né far deffesa. -
Il re Agrican ridendo prese a dire:
- Non facciam di parole più contesa,
Ma tu comincia, se hai ponto de ardire:
Della mia morte pigliane l'impresa,
Ché tu serai il primo a caminare
Là giù, dove molti altri aggio a mandare. -

29.

Portava il re Bordaco una catena,
Che avea da capo una palla impiombata;
Con quella ad Agricane a due man mena,
Ma lui riscontra al colpo con la spata,
Né parve pur che lo toccasse apena,
Ché quella cadde alla terra tagliata.
Dicea il Tartaro a lui: - Sapra' mi dire
Qual sappia de noi duo meglio ferire. -

30.

Così dicendo, quel baron possente
A due man mena sopra al bacinetto,
E quel fraccassa, e mette il brando al dente
E parte il mento e il collo insino al petto.
Veggendo quel gran colpo, l'altra gente
Tutti fuggian, turbati nello aspetto,
E tutti in fuga se pongono in caccia;
Il re Agrican li segue e li minaccia.

31.

Egli è di core ardente e tanto fiero,
Che sempre voluntate lo trasporta;
Però che, se egli aveva nel pensiero
Tornare adrieto, ed aprir quella porta,
Prender la terra assai gli era leggiero,
Ed Angelica avere, o presa o morta.
Ma la ira, che ciascun di senno priva,
Dietro il pose alla gente che fuggiva.

32.

Battaglia è ancora di fuor tutta fiata,
Molto crudele, orribile e diversa;
Qui l'una e l'altra gente è radunata:
Chi more, e chi del ponte se sumersa.
Tanto è quivi de' morti la tagliata,
Che il sangue che de' corpi fuor riversa,
Sparge per tutto e corre tanto grosso,
Che insino a l'orlo ha già cresciuto il fosso.

33.

Ma dentro dalla terra altro terrore
E più crudel partito se apresenta.
Quel re sopra Baiardo con furore,
Terribile a vedere, ogniun spaventa.
Non fu battaglia al mondo mai maggiore,
Né dove tanta gente fosse spenta;
Tanti ne occise quel pagan gagliardo,
Che a pena e corpi passa con Baiardo.

34.

Prima che fosse in Albraca serrato,
Come intendesti, il re de Tartaria,
Già se era prima dentro recovrato
Re Sacripante, pien di gagliardia.
Medicar se faceva disarmato,
E tanto sangue già perduto avia,
Che di star dritto non avea potere,
Ma sopra al letto stavasi a giacere.

35.

Ora torniamo al potente Agricane,
Che assembra una fortuna di marina.
Il brando sanguinoso ha con due mane:
Mai non fo vista cotanta roina.
Oditi e gran lamenti e voce strane,
Ché tutta è occisa la gente tapina,
Re Sacripante, e in letto, con dolore,
Dimanda la cagion di quel romore.

36.

Piangendo un suo scudier li prese a dire:
- Intrato è re Agricane, il maledetto,
Che la citade pone a gran martìre. -
Ciò odendo Sacripante esce del letto.
Ciascun de' suoi ben lo volea tenire,
Ma lui saltò di fuora al lor dispetto;
Né altre arme porta che il sol brando e il scudo,
Vestito di camisa, e il resto nudo.

37.

E riscontra le schiere spaventate:
Nïun per tema sa quel che se faccia.
Lui li cridava: - Ah gente svergognate!
Poi che un sol cavallier tutti vi caccia,
Come nel fango non vi sotterrate?
Come osati ad alcun mostrar la faccia?
Gettati l'arme, e andati alla poltrogna,
Poi non sapeti quel che sia vergogna.

38.

Vedeti come io vado disarmato
E quasi nudo, per avere onore. -
Il popol che fuggiva se è firmato,
Di meraviglia pieno e di stupore:
Ciascuno alle sue spalle è rivoltato,
Perché la fama del suo gran valore
Era tanto alta, e i fatti a non mentire,
Che a questi spaventati dava ardire.

39.

Ecco Agricane in mezo della strata,
Che mena in rotta quella gente persa,
Ed ha quest'altra schiera riscontrata
Con Sacripante, che il passo attraversa.
Nova battaglia qui se è cominciata,
Più de l'altra feroce, e più diversa,
Benché e Tartari sono poca gente;
Ma dà a lor core il suo segnor valente.

40.

Da l'altra parte tanto eran spronati
Quei della terra da quel re circasso,
Che se stimano al tutto svergognati,
Se son cacciati adesso di quel passo.
Quivi de frezze e de dardi lanciati,
Di mazze e spade ve era tal fraccasso,
Qual più giamai stimar se puote in guerra;
Altri che morti non se vede in terra.

41.

Sopra a tutti l'ardito Sacripante
Di sua persona fa prova sicura.
Senz'arme indosso agli altri sta davante,
Che meraviglia è pur che ancora dura.
Ma tanto è destro, e di gambe aiutante,
Che alcuna cosa non gli fa paura;
Né con il scudo copre sol se stesso,
Ma li altri colpi ancor ripara spesso.

42.

Ora un gran sasso mena, or getta un dardo
Ora combatte con la lancia in mano,
Or coperto del scudo, con riguardo,
Col brando sta a' nemici prossimano;
E tanto fa, che Agricane il gagliardo
Ogni sua forza adoperava in vano:
Né vi vale il vigor, né lo ardimento;
Già morti sono e soi più de trecento.

43.

Né lui se può da tanti riparare,
Dardi e saette adosso li piovia;
Re Sacripante sol gli dà che fare,
E li altri lo tempestan tutta via.
Rotto è il cimer, ché penne non appare,
E il scudo fraccassato in braccio avia;
L'elmo di sasso al capo li risuona,
De arme lanciate ha piena la persona.

44.

Qual, stretto dalla gente e dal romore,
Turbato esce il leon della foresta,
Che se vergogna di mostrar timore,
E va di passo torcendo la testa;
Batte la coda, mugia con terrore,
Ad ogni crido se volge ed arresta:
Tale è Agricane, che convien fuggire,
Ma ancor fuggendo mostra molto ardire.

45.

Ad ogni trenta passi indietro volta,
Sempre minaccia con voce orgogliosa;
Ma la gente che il segue è troppo molta,
Ché già per la cità se sa la cosa,
E da ogni parte è qui la gente colta.
Ecco una schiera che se era nascosa,
Esce improviso, come cosa nova,
Ed alle spalle a quel re se ritrova.

46.

Ma ciò non puote quel re spaventare,
Che con furia e roina se è addricciato.
Pedoni e cavallier fa a terra andare;
Prende il brando a due mane il disperato.
Or quivi alquanto lo voglio lasciare,
Ed a Ranaldo voglio esser tornato,
Che da Rocca Crudele è già partito,
E sopra al mar camina a piè sul lito.

47.

Ciò me sentisti ben di sopra dire,
E come riscontrato ha quella dama,
Che par che di dolor voglia morire.
Cortesemente quel baron la chiama,
E prega lei per ogni suo desire,
Per quella cosa che più nel mondo ama,
E per lo Iddio del celo, e per Macone,
Che del suo dôl li dica la cagione.

48.

Piangendo respondia la sconsolata:
- Io farò tutto il tuo voler compiuto.
Oh Dio! che al mondo mai non fossi nata,
Dapoi che ogni mio bene ho io perduto!
Tutta la terra cerco, ed ho cercata,
Né ancor cercando spero alcuno aiuto;
Però che ritrovarme è di mestieri
Un che combatta a nove cavallieri. -

49.

Dicea Ranaldo: - Io non mi vo' dar vanto,
Già de duo cavallier, non che di nove;
Ma il tuo dolce parlare e il tuo bel pianto
Tanta pietate nel petto mi move,
Che, se io non son bastante a un fatto tanto,
L'ardir mi basta a voler far le prove;
Siché del caso tuo prendi conforto,
Ché certo o vinceraggio, o serò morto. -

50.

Disse la dama: - A Dio ti racomando!
Della proferta ti ringrazio assai;
Ma tu non sei colui ch'io vo cercando,
Ch'io credo ben che nol trovarò mai.
Sappi che tra quei nove è il conte Orlando.
Forse per fama cognosciuto l'hai;
E gli altri ancor son gente de valore:
Di questa impresa non avresti onore. -

51.

Quando Ranaldo ascolta la donzella,
Ed ode il conte Orlando nominare,
Piacevolmente ancora a sé l'appella,
Prega che Orlando li voglia insegnare.
Così da lei intese la novella
De il fiume che non lascia ricordare;
E il tutto li contò de ponto in ponto,
Come Orlando con gli altri lì fo gionto.

52.

Intende che la dama che parlava,
È quella che partì da Brandimarte.
Ranaldo strettamente la pregava
Che lo voglia condure in quella parte;
E prometteva in sua fede, e giurava
Che faria tanto, o per forza o per arte,
O combattendo o simulando amore,
Che traria quei baron tutti di errore.

53.

Vedea la dama quel barone adatto,
E di persona sì bene intagliato,
Che aconcio li pareva a ogni gran fatto,
Ed era ancora non vilmente armato.
Ma questo canto più breve vi tratto,
Però che l'altro vi fia prolongato
Nel racontar d'una lunga novella
Che a narrar prese questa damigella.



CANTO DUODECIMO


1.

Io ve ho contato la battaglia oscura,
Che ancor mi trona in capo quel romore
De Sacripante, che è senza paura,
E de Agricane, il franco e alto segnore;
Più quella cruda voce non me dura,
E dolcemente contarò de amore:
Teneti voi, segnor, nel pensier saldo
Dove io lasciai parlarvi de Ranaldo.

2.

La damisella subito dismonta,
E il palafreno a lui donar volìa.
Dicea Ranaldo a lei: - Tu mi fai onta
Ad invitarme a tanta vilania. -
Lei rispondeva con parole pronta,
Che seco a piedi mai nol menaria:
Al fin, per far questa novella corta,
Lui montò in sella e quella in groppa porta.

3.

La dama andava alquanto spaventata,
Per la temenza che avea del suo onore;
Ma poi che tutto il giorno ha cavalcata,
Né mai Ranaldo ragionò de amore,
Alquanto nel parlar rasicurata,
Disse a lui: - Cavallier pien di valore,
Or entrar nella selva si conviene,
Che cento leghe di traverso tiene.

4.

Acciò che men te incresca il caminare
Per questa selva orribile e deserta,
Una novella te voglio contare,
Che intravenne, ed è ben cosa certa.
In Babilonia potrai arivare,
Dove la istoria manifesta è aperta;
Però (quel ch'io ti narro è veritade)
Fu fatto dentro de quella citade.

5.

Un cavallier, che Iroldo era chiamato,
Ebbe una dama nomata Tisbina;
Ed era lui da questa tanto amato,
Quanto Tristan da Isotta la regina.
Esso era ancor di lei inamorato,
Che sempre, dalla sera alla mattina,
E dal nascente giorno a notte oscura,
Sol di lei pensa, e de altro non ha cura.

6.

Vicino ad essi un barone abitava,
Di Babilonia stimato il maggiore;
E certamente ciò ben meritava,
Ché è di cortesia pieno e di valore.
Molta ricchezza, de che egli abondava,
Dispendea tutta quanta in farsi onore;
Piacevol nelle feste, in l'arme fiero,
Leggiadro amante e franco cavalliero.

7.

Prasildo nominato era il barone.
Quello invitato è un giorno ad un giardino,
Dove Tisbina con altre persone
Faceva un gioco, in atto peregrino.
Era quel gioco di cotal ragione,
Che alcun li tenea in grembo il capo chino;
Quella alle spalle una palma voltava:
Chi quella batte a caso indivinava.

8.

Stava Prasildo a riguardare il gioco:
Tisbina alle percosse l'ha invitato;
Ed in conclusïon prese quel loco,
Perché fo prestamente indivinato.
Standoli in grembo, sente sì gran foco
Nel cor, che non l'avrebbe mai pensato;
Per non indivinar mette ogni cura,
Ché di levarse quindi avea paura.

9.

Dapoi che il gioco è partito e la festa,
Non parte già la fiamma dal suo core,
Ma tutto 'l giorno integro lo molesta,
La notte lo assalisce in più furore.
Or quella cagion trova, ed ora questa
Che al volto li è fuggito ogni colore,
Che la quïete del dormir gli è tolta,
Né trova loco, e ben spesso si volta;

10.

Ora li par la piuma assai più dura
Che non suole apparere un sasso vivo.
Cresce nel petto la vivace cura,
Che d'ogni altro pensiero il cor l'ha privo.
Sospira giorno e notte a dismisura,
Con quella affezïon ch'io non descrivo,
Perché descriver non se può lo amore
A chi nol sente e a cui non l'ha nel core.

11.

E correnti cavalli, e cani arditi,
De che molto piacer prender suolia,
Li sono al tutto del pensier fuggiti.
Or se diletta in dolce compagnia,
Spesso festeggia e fa molti conviti,
Versi compone e canta in melodia,
Giostra sovente, ed entra in torniamenti
Con gran destrieri e ricchi paramenti.

12.

E benché pria cortese fosse assai,
Ora è cento per un multiplicato,
Ché la virtude cresce sempre mai,
Che se ritrova in l'omo inamorato:
E nella vita mia già non trovai
Un ben che per amor sia rio tornato;
Ma Prasildo, che è tanto d'amor preso,
Sopra a quel che se stima, fo corteso.

13.

Egli ha trovato una sua messagiera,
Che avea molta amicizia con Tisbina,
Che la combatte e il mattino e la sera,
Né per una repulsa se rafina.
Ma poco viene a dir, ché quella altiera
A preghi né a pietade mai se inchina;
Perché sempre interviene in veritate
Che la alterezza è gionta con beltate.

14.

Quante volte li disse: "O bella dama,
Cognosci l'ora della tua ventura,
Dapoi che un tal baron più che sé te ama,
Ché non ha il cel più vaga creatura.
Forse anco avrai di questo tempo brama,
Ché il felice destin sempre non dura;
Prendi diletto, mentre sei su il verde,
Ché lo avuto piacer mai non se perde.

15.

Questa età giovenil che è sì zoiosa,
Tutta in diletto consumar si deve,
Perché quasi in un ponto ce è nascosa.
Come dissolve il sol la bianca neve,
Come in un giorno la vermiglia rosa
Perde il vago colore in tempo breve,
Così fugge la età come un baleno,
E non se può tenir, ché non ha freno."

16.

Spesso con queste e con altre parole
Era Tisbina combattuta in vano.
Ma, quale in prato le fresche vïole
Nel tempo freddo pallide se fano,
Come il splendido giaccio al vivo sole,
Cotal se disfacea il baron soprano,
E condotto era a sì malvagia sorte,
Che altro ristor non spera che la morte.

17.

Più non festeggia, sì come era usato:
In odio ha ogni diletto, e ancor se stesso.
Palido molto e macro è diventato,
Né quel che esser suolea, pareva adesso.
Altro diporto non ha ritrovato,
Se non che della terra usciva spesso,
E suolea solo in un boschetto andare
Del suo crudele amore a lamentare.

18.

Tra l'altre volte avenne una matina
Che Iroldo in quel boschetto a caccia andava,
Ed avea seco la bella Tisbina;
E così andando, ciascuno ascoltava
Pianto dirotto con voce meschina.
Prasildo sì soave lamentava,
E sì dolce parole al dir gli cade,
Che avria spezzato un sasso di pietade.

19.

"Odeti, fiori, e voi, selve, - dicia -
Poi che quella crudel più non me ascolta,
Dati odïenza alla sventura mia.
Tu, sol, che hai mo del cel la notte tolta,
Voi, chiare stelle, e luna che vai via,
Oditi il mio dolor solo una volta:
Ché in queste voce estreme aggio a finire
Con cruda morte il lungo mio martìre.

20.

Così farò contenta quella altiera,
A cui la vita mia tanto dispiace,
Poi che ha voluto il celo un'alma fiera
Coprire in viso de pietose face.
Essa ha diletto che un suo servo pèra,
Ed io me occiderò, poi che li piace;
Né de altre cose aggio io maggior diletto,
Che di poter piacer nel suo cospetto.

21.

Ma sia la morte mia, per Dio, nascosa
Tra queste selve, e non se sappia mai
Che la mia sorte è tanto dolorosa,
(Né mai palese non me lamentai),
Ché quella dama in vista grazïosa
Potria de crudeltà colparsi assai;
Ed io così crudel l'amo a gran torto,
Ed amarolla ancor poi che io sia morto."

22.

Con più parole assai se lamentava
Quel baron franco, con voce tapina,
E dal fianco la spada denudava,
Palido assai per la morte vicina;
E il suo caro diletto ognior chiamava.
Morir volea nel nome di Tisbina;
Ché, nomandola spesso, gli era aviso
Andar con quel bel nome in paradiso.

23.

Ma essa col suo amante ha bene inteso
Di quel barone il suo pianto focoso.
Iroldo di pietate è tanto acceso,
Che ne avea il viso tutto lacrimoso;
E con la dama ha già partito preso
Di riparare al caso doloroso.
Essendo Iroldo nascoso rimaso,
Mostra Tisbina agionger quivi a caso.

24.

Né mostra avere inteso quei richiami,
Né che tanto crudel l'abbia nomata;
Ma, vedendol giacer tra i verdi rami,
Quasi smarita alquanto se è firmata.
Poi disse a lui: "Prasildo, se tu me ami,
Come già dimostrasti averme amata,
A tal bisogni non me abandonare,
Perché altramente io non posso campare.

25.

E se io non fossi a l'ultimo partito
Insieme della vita e dello onore,
Io non farebbi a te cotale invito,
Ché non è al mondo vergogna maggiore
Che a richieder colui che hai deservito.
Tu m'hai portato già cotanto amore,
Ed io fui sempre a te tanto spietata;
Ma ancor col tempo te serò ben grata.

26.
Ciò ti prometto su la fede mia,
E già de l'amor mio te fo sicuro,
Pur quel ch'io cheggio da te fatto sia.
Or odi, e non ti para il fatto duro:
Oltra alla selva della Barbaria
È un bel giardino, ed ha di ferro il muro;
In esso intrar si può per quattro porte,
L'una la Vita tien, l'altra la Morte,

27.

Un'altra Povertà, l'altra Ricchezza:
Convien chi ve entra, alla opposita uscire.
In mezo è un tronco a smisurata altezza,
Quanto può una saetta in su salire;
Mirabilmente quello arbor se apprezza,
Ché sempre perle getta nel fiorire,
Ed è chiamato il Tronco del Tesoro,
Che ha pomi de smeraldi e rami d'oro.

28.

Di questo un ramo mi conviene avere,
Altramente son stretta a casi gravi;
Ora palese ben potrò vedere
Se tanto me ami quanto demostravi.
Ma se impetro da te questo apiacere,
Più te amarò che tu me non amavi;
E mia persona ti darò per merto
Di tal servigio: tientine ben certo."

29.

Quando Prasildo intende la speranza
Esserli data di cotanto amore,
De ardire e di desio se stesso avanza,
Promette il tutto senza alcun timore.
Così promesso avria, senza mancanza,
Tutte le stelle, il celo e il suo splendore;
E l'aria tutta, con la terra e il mare,
Avria promesso senza dubitare.

30.

Senza altro indugio si pone a camino,
Lasciando ivi colei che cotanto ama;
In abito va lui de peregrino.
Or sappiati che Iroldo e la sua dama
Mandavano Prasildo a quel giardino,
Che l'Orto di Medusa ancor se chiama,
Acciò che il molto tempo, al longo andare,
Li aggia Tisbina de l'animo a trare.

31.

Oltra di ciò, quando pur gionto sia,
Era quella Medusa una donzella
Che al Tronco del Tesor stava a l'ombria.
Chi prima vede la sua faccia bella,
Scordasi la cagion de la sua via;
Ma chiunche la saluta, o li favella,
E chi la tocca, e chi li sede a lato,
Al tutto scorda del tempo passato.

32.

Quello animoso amante via cavalca
Soletto, o ver da Amore acompagnato.
Il braccio de il mar Rosso in nave varca,
E già tutto lo Egitto avea passato,
Ed era gionto nei monti di Barca,
Dove un palmier canuto ebbe trovato;
E ragionando assai con quel vecchione,
Della sua andata dice la cagione.

33.

Diceva il vecchio a lui: "Molta ventura
Or t'ha condotto meco a ragionare;
Ma la tua mente pavida assicura,
Ch'io te vo' far il ramo guadagnare.
Tu sol de entrare a l'orto poni cura;
Ma quivi dentro assai è più che fare:
Di Vita e Morte la porta non se usa,
E sol per Povertà viense a Medusa.

34.

Di questa dama tu non sai la istoria,
Ché ragionato non me n'hai nïente;
Ma questa è la donzella che se gloria
Di avere in guardia quel Tronco lucente.
Chiunche la vede, perde la memoria,
E resta sbigotito nella mente;
Ma se lei stessa vede la sua faccia,
Scorda il tesoro e de il giardin se caccia.

35.

A te bisogna un specchio aver per scudo,
Dove la dama veda sua beltade.
Senza arme andrai, e de ogni membro nudo,
Perché convien entrar per Povertade.
Di quella porta è lo aspetto più crudo
Che altra cosa del mondo in veritade;
Ché tutto il mal se trova da quel lato,
E, quel che è peggio, ogni om vien caleffato.

36.

Ma a l'opposita porta, ove hai a uscire,
Ritrovarai sedersi la Ricchezza,
Odiata assai, ma non se gli osa a dire;
Lei ciò non cura, e ciascadun disprezza.
Parte del ramo qui convienci offrire,
Né si passa altramente quella altezza,
Perché Avarizia apresso lei lì siede;
Benché abbia molto, sempre più richiede."

37.

Prasildo ha inteso il fatto tutto aperto
Di quel giardino, e ringraziò il palmiero.
Indi se parte e, passato il deserto,
In trenta giorni gionse al bel verziero;
Ed essendo del fatto bene esperto,
Intra per Povertate de leggiero.
Mai ad alcun se chiude quella porta,
Anci vi è sempre chi de entrar conforta.

38.

Sembrava quel giardino un paradiso
Alli arboscelli, ai fiori, alla verdura.
De un specchio avea il baron coperto il viso,
Per non veder Medusa e sua figura;
E prese nello andar sì fatto aviso,
Che all'arbor d'oro agionse per ventura.
La dama, che apoggiata al tronco stava,
Alciando il capo nel specchio mirava.

39.

Come se vide, fu gran meraviglia,
Ché esser credette quel che già non era;
E la sua faccia candida e vermiglia
Parve di serpe terribile e fera.
Lei paurosa a fuggir se consiglia,
E via per l'aria se ne va leggiera;
Il baron franco, che partir la sente,
Gli occhi disciolse a sé subitamente.

40.

Quinci andò al tronco, poi che era fuggita
Quella Medusa, falsa incantatrice,
Che, de la sua figura sbigotita,
Avea lasciata la ricca radice.
Prasildo un'alta rama ebbe rapita,
E smontò in fretta, e ben si tien felice;
Venne alla porta che guarda Ricchezza,
Che non cura virtute o gentilezza.

41.

Tutta de calamita era la entrata,
Né senza gran romor se puote aprire.
Il più del tempo si vede serrata:
Fraude e Fatica a quella fa venire.
Pur se ritrova aperta alcuna fiata,
Ma con molta ventura convien gire.
Prasildo la trovò quel giorno aperta,
Perché de mezo il ramo fece offerta.

42.

De qui partito torna a caminare;
Or pensa, cavallier, se egli è contento,
Che mai non vede l'ora de arrivare
In Babilonia, e parli un giorno cento.
Passa per Nubia, per tempo avanzare,
E varcò il mar de Arabia con bon vento;
Sì giorno e notte con fretta camina,
Che a Babilonia gionse una matina.

43.

A quella dama fece poi assapere
Come a sua volontade ha bon fin messa;
E, quando voglia il bel ramo vedere,
Elegia il loco e il tempo per se stessa.
Ben gli ricorda ancor come è dovere
Che li sia attesa l'alta sua promessa;
E quando quella volesse disdire,
Sappiasi certo di farlo morire.

44.

Molto cordoglio e pena smisurata
Prese di questo la bella Tisbina;
Gettasi al letto quella sconsolata,
E giorno e notte di pianger non fina.
"Ahi lassa me! - dicea - perché fui nata?
Ché non moritti in cuna, piccolina?
A ciascadun dolor rimedio è morte,
Se non al mio, che è fuor d'ogni altra sorte.

45.

Ché se io me uccido e manca la mia fede,
Non se copre per questo il mio fallire.
Deh quanta è paccia quella alma che crede
Che Amor non possa ogni cosa compire!
E celo e terra tien sotto il suo piede,
Lui tutto il senno dona, e lui lo ardire.
Prasildo da Medusa è rivenuto:
Or chi l'avrebbe mai prima creduto?

46.

Iroldo sventurato, or che farai,
Dapoi che avrai la tua Tisbina persa?
Benché tu la cagion data te ne hai:
Tu nel mar di sventura m'hai sumersa.
Ahi me dolente! perché mai parlai?
Perché non fu mia lingua alor riversa
Tutta in se stessa e perse le parole,
Quando impromessi quel che ora mi dole?"

47.

Aveva Iroldo il lamento ascoltato
Che facea la fanciulla sopra al letto,
Però che egli improviso era arivato,
Ed avea inteso ciò ch'ella avea detto.
Senza parlare a lei si fo accostato,
Tiensela in braccio e strenge petto a petto;
Né solo una parola potean dire,
Ma così stretti se credean morire.

48.

E sembravan duo giacci posti al sole,
Tanto pianto ne li occhi gli abondava;
La voce venìa meno a le parole,
Ma pur Iroldo alfin così parlava:
"Sopra a ogni altro dolore al cor mi dole
Che del mio dispiacer tanto ti grava,
Perché aver non potrebi alcun dispetto
Che a me gravasse, essendo a te diletto.

49.

Ma tu cognosci bene, anima mia,
Che hai tanto senno e tal discrezïone,
Che, come amor se gionge a zelosia,
Non è nel mondo maggior passïone.
Or così parve alla sventura ria
Ch'io stesso del mio mal fossi cagione;
Io sol te indussi la promessa a fare,
Lascia me solo adunque lamentare.

50.

Soletto portar debbo questa pena,
Ché ti feci fallire al tuo mal grato;
Ma pregoti, per tua faccia serena
E per lo amor che un tempo m'hai portato,
Che la promessa attendi integra e piena,
E sia Prasildo ben remeritato
Della fatica e del periglio grande
A che se pose per le tue dimande.

51.

Ma piacciati indugiar sin ch'io sia morto,
Che serà solamente questo giorno.
Facciami quanto vôl Fortuna torto,
Ch'io non avrò mai, vivo, questo scorno,
E nello inferno andrò con tal conforto
De aver goduto solo il viso adorno;
Ma quando ancor saprò che me sei tolta,
Morrò, se morir pôssi, un'altra volta."

52.

Più lungo avria ancor fatto il suo lamento,
Ma la voce mancò per gran dolore;
Stava smarito e senza sentimento,
Come de il petto avesse tratto il core.
Né avea di lui Tisbina men tormento,
Ed avea perso in volto ogni colore;
Ma, avendo esso la faccia a lei voltata,
Così rispose con voce affannata:

53.

"Adunque credi, ingrato a tante prove,
Ch'io mai potessi senza te campare?
Dove è l'amor che me portavi, e dove
È quel che spesso solevi iurare,
Che, se tu avesti un celo, o tutti nove,
Non vi potresti senza me abitare?
Ora te pensi de andar nello inferno
E me lasciare in terra in pianto eterno?

54.

Io fui e son tua ancor, mentre son viva,
E sempre serò tua, poi che sia morta,
Se quel morir de amor l'alma non priva,
Se non è in tutto di memoria tolta.
Non vo' che mai se dica, o mai se scriva:
'Tisbina senza Iroldo se conforta.'
Vero è che de tua morte non mi doglio,
Perché ancora io più in vita star non voglio.

55.

Tanto quella convengo differire
Ch'io solva di Prasildo la promessa,
Quella promessa che mi fa morire;
Poi me darò la morte per me stessa.
Con te ne l'altro mondo io vo' venire,
E teco in un sepolcro serò messa.
Così ti prego ancora, e strengo forte,
Che morir meco vogli de una morte.

56.

E questo fia de un piacevol veneno,
Il qual sia con tale arte temperato,
Che il spirto nostro a un ponto venga meno,
E sia cinque ore il tempo terminato;
Ché in altro tanto fia compiuto e pieno
Quel che a Prasildo fo per me giurato.
Poi con morte quïeta estinto sia
Il mal che fatto n'ha nostra pacìa."

57.

Così della sua morte ordine dànno
Quei duo leali amanti e sventurati,
E col viso apoggiato insieme stanno,
Or più che prima nel pianto afocati,
Né l'un da l'altro dipartir se sanno,
Ma così stretti insieme ed abbracciati.
Per il venen mandò prima Tisbina
Ad un vecchio dottor di medicina.

58.

Il qual diede la coppa temperata,
Senz'altro dimandare alla richiesta.
Iroldo, poi che assai l'ebbe mirata,
Disse: "Or su, ché altra via non c'è che questa
A dar ristoro a l'alma adolorata.
Non mi serà Fortuna più molesta,
Ché morte sua possanza al tutto serba:
Così se doma sol quella superba."

59.

E poi che per mitade ebbe sorbito
Sicuramente il succo venenoso,
A Tisbina lo porse sbigotito.
Lui non è di sua morte pauroso
Ma non ardisce a lei far quello invito;
Però, volgendo il viso lacrimoso,
Mirando a terra, la coppa gli porse,
E de morire alora stette in forse,

60.

Non del tossico già, ma per dolore,
Che il venen terminato esser dovia.
Ora Tisbina con frigido core,
Con man tremante la coppa prendia,
E biastemando la Fortuna e Amore,
Che a fin tanto crudel li conducia,
Bevette il succo che ivi era rimaso,
Insino al fondo del lucente vaso.

61.

Iroldo se coperse il capo e il volto,
E già con gli occhi non volìa vedere
Che il suo caro desio li fosse tolto.
Or se comincia Tisbina a dolere,
Ché non è il suo cordoglio ancor dissolto;
Nulla la morte li facea al parere
Il convenirgli da Prasildo gire:
Questa gran doglia avanza ogni martìre.

62.

Nulla di manco, per servar sua fede,
A casa del barone essa ne è andata,
E di parlare a lui secreto chiede:
Era di giorno, e lei accompagnata.
Apena che Prasildo questo crede,
E fattosegli incontro in su la entrata,
Quanto più puote, la prese a onorare,
Né di vergogna sa quel che si fare.

63.

Ma poi che solo in un loco secreto
Se fo con lei ridotto ultimamente,
Con un dolce parlare e modo queto,
E quanto più sapea piacevolmente,
Se forza de tornarli il viso lieto,
Che lacrimoso a sé vede presente.
Lui per vergogna ciò crede avenire,
Né il breve tempo sa del suo morire.

64.

Essa da lui al fin fu scongiurata,
Per quella cosa che più al mondo amava,
Che li dicesse perché era turbata
E di tal noglia piena si mostrava,
Ad essa proferendo tutta fiata
Voler morir per lei, se il bisognava;
Ed a risposta tanto la stringia,
Che odete quel che odir già non volia.

65.

Perché Tisbina li disse: "Lo amore
Che con tanta fatica hai guadagnato,
È in tua possanza, e serà ancor quattr'ore.
Per mantenirte quel che te ho giurato,
Perdo la vita, ed ho perso l'onore;
Ma, quel ch'è più, colui che tanto ho amato
Perdo con seco, e lascio questo mondo;
E a te, cui tanto piacqui, me nascondo.

66.

S'io fossi stata in alcun tempo mia,
Avendomi tu amata, sì come hai,
Avrei commessa gran discortesia
A non averte amato pur assai;
Ma io non puotevo, e non se convenia:
Duo non se ponno amare, e tu lo sai;
Amor non ti portai giammai, barone,
Ma sempre ebbi di te compassïone.

67.

E quello aver pietà della tua sorte
M'ha di questa miseria centa intorno;
Ché il tuo lamento mi strense sì forte,
Allora che te odiva al bosco adorno,
Che provar mi convien che cosa è morte,
Prima che a sera gionga questo giorno."
Con più parole poi raconta a pieno
Sì come Iroldo e lei preso ha il veleno.

68.

Prasildo ha di tal doglia il cor ferito,
Odendo questo che la dama dice,
Che sta senza parlargli sbigotito;
E dove se credeva esser felice,
Vedese gionto a l'ultimo partito.
Quella che del suo core è la radice,
Colei che la sua vita in viso porta,
Vedesi avanti agli occhi quasi morta.

69.

"Non è piaciuto a Dio, né a te, Tisbina,
Della mia cortesia farne la prova, -
Dice il barone - accioché una roina
De amor crudele il nostro tempo trova.
Gionger duo amanti di morte tapina
Non era al mondo prima cosa nova;
Ora tre insieme, sì come io discerno,
Seran sta sera gionti nello inferno.

70.

Di poca fede, or perché dubitasti
Di richiedermi in don la tua promessa?
Tu dici che nel bosco me ascoltasti
Con gran pietade. Ahi fiera! il ver confessa,
Ché già nol credo; e questa prova basti,
Che, per farme morir, morta hai te stessa.
Or che me sol almanco avessi spento,
Ch'io non sentissi ancor di te tormento!

71.

Tanto ti spiacque ch'io te volsi amare,
Crudel, che per fuggirme hai morte presa?
Sasselo Idio ch'io non puote' lasciare,
Benché io provassi, di amarte l'impresa.
Me nel bosco dovevi abandonare,
Se de amarme cotanto al cor ti pesa;
Chi te sforzava de quel proferire
Che poi con meco al fin te fa morire?

72.

Io non volevo alcun tuo dispiacere,
Né lo volsi giamai, né il voglio adesso;
Che tu me amassi cercai di ottenere,
Né altro da te mai chiesi per espresso.
E se altrimenti ti desti a vedere,
Di scoprirne la prova sei apresso,
Perch'io te asolvo da ogni giuramento,
E stare e andar ne puoi a tuo talento."

73.

Tisbina, che il baron cortese odìa,
Di lui fatta pietosa, prese a dire:
"Da te son vinta in tanta cortesia,
Che per te solo io non voria morire.
Volse Fortuna che altrimenti sia,
Né posso farti un lungo proferire,
Però che il viver mio debbe esser poco;
Ma in questo tempo andria per te nel foco."

74.

Prasildo di gran doglia sì se accese,
Avendo già sua morte destinata,
Che le dolci parole non intese,
E con mente stordita e adolorata
Un bacio solamente da lei prese,
Poi l'ebbe a suo piacer licenzïata.
E lui se levò ancor dal suo cospetto:
Piangendo forte se pose su il letto.

75.

Poi che Tisbina ad Iroldo fo gionta,
Ritrovandol col capo ancora involto,
La cortesia di quel baron li conta,
E come solo ha un bacio da lei tolto.
Iroldo dal suo letto a terra smonta,
E con man gionte al celo adriccia il volto;
Ingenocchiato, con molta umiltate
Prega Dio per mercede e per pietate,

76.

Che Lui renda a Prasildo guiderdone
Di quella cortesia dismisurata.
Ma, mentre che lui fa la orazïone,
Cade Tisbina, e pare adormentata;
E fece il succo la operazïone
Più presto ne la dama delicata;
Ché un debil cor più presto sente morte
Ed ogni passïon, che un duro e forte.

77.

Iroldo nel suo viso viene un gelo,
Come vede la dama a terra andare,
Che avea davanti a gli occhi fatto un velo:
Dormir soave, e non già morte appare.
Crudel chiama lui Dio, crudel il celo,
Che tanto l'hanno preso ad oltraggiare;
Chiama dura Fortuna, e duro Amore,
Che non lo occida, ed ha tanto dolore.

78.

Lasciàn dolersi questo disperato:
Stimar puoi, cavallier, come egli stava.
Prasildo nella ciambra se è serrato,
E così lacrimando ragionava:
"Fu mai in terra un altro inamorato
Percosso da fortuna tanto prava?
Ché, se io voglio la dama mia seguire,
In piccol tempo mi convien morire.

79.

Così quel dispietato avria solaccio,
Che è tant'amaro e noi chiamiamo Amore.
Prèndeti oggi piacer del mio gran straccio,
Vien, sàziati, crudel, del mio dolore!
Ma al tuo mal grato io ne uscirò d'impaccio
Ché aver non posso un partito peggiore,
E minor pene assai son nello inferno
Che nel tuo falso regno e mal governo."

80.

Mentre che se lamenta quel barone,
Eccoti quivi un medico arivare.
Dimanda di Prasildo quel vecchione,
Ma non ardisce alcuno ad esso entrare.
Diceva il vecchio: "Io, stretto da cagione,
Ad ogni modo li voglio parlare;
Ed altramente, io vi ragiono scorto,
Il segnor vostro questa sera è morto."

81.

Il camarier, che intese il caso grave,
Di entrar dentro alla zambra prese ardire,
(Questo teneva sempre un'altra chiave,
Ed a sua posta puotea entrare e uscire);
E da Prasildo con parlar soave
Impetra che quel vecchio voglia odire.
Benché ne fece molta resistenza,
Pur lo condusse nella sua presenza.

82.

Disse il medico a lui: "Caro segnore,
Sempremai te aggio amato e reverito;
Ora ho molto sospetto, anzi timore
Che tu non sia crudelmente tradito;
Però che zelosia, sdegno ed amore,
E de una dama il mobile appetito,
Ché è raro a tutte il senno naturale,
Possono indurre ad ogni estremo male.

83.

E ciò te dico, perché stamatina
Me fo veneno occulto dimandato
Per una cameriera de Tisbina.
Or poco avanti me fu racontato
Che qua ne venne a te la mala spina.
Io tutto il fatto ho bene indivinato;
Per te lo tolse, e tu da lei ti guarda:
Lasciale tutte, che il mal fuoco l'arda.

84.

Ma non sospicar già per questa volta,
Ché in veritade io non gli diè veneno:
E se quella bevanda forse hai tolta,
Dormirai da cinque ore, o poco meno.
Così quella malvaggia sia sepolta,
Con tutte l'altre de che il mondo è pieno!
Dico le triste, ché in questa citate
Una vi è bona, e cento scelerate."

85.

Quando Prasildo intende le parole,
Par che se avivi il tramortito cuore.
Come dopo la pioggia le vïole
Se abatteno, e la rosa e il bianco fiore;
Poi, quando al cel sereno appare il sole,
Apron le foglie, e torna il bel colore:
Così Prasildo alla lieta novella
Dentro se allegra e nel viso se abella.

86.

Poi che ebbe assai quel vecchio ringraziato,
A casa de Tisbina se ne andava;
E, ritrovando Iroldo disperato,
Sì come stava il fatto li contava.
Ora pensati se costui fu grato!
Colei che più che la sua vita amava,
Vuol che nel tutto de Prasildo sia,
Per render merto a sua gran cortesia.

87.

Prasildo ne fie' molta resistenza,
Ma mal se può disdir quel che se vôle;
E benché ciascun stesse in continenza,
Come tra duo cortesi usar se suole,
Pur stette fermo Iroldo alla sua intenza
Sino alla fine, ed in poche parole
Lascia a Prasildo la dama piacente;
Lui de quindi se parte incontinente.

88.

Di Babilonia se volse partire,
Per non tornarvi mai nella sua vita.
Da poi Tisbina se ebbe a resentire,
La cosa seppe, sì come era gita;
E benché ne sentisse gran martìre,
E fosse alcuna volta tramortita,
Pur cognoscendo che quello era gito
Né vi è remedio, prese altro partito.

89.

Ciascuna dama è molle e tenerina
Così del corpo come della mente,
E simigliante della fresca brina,
Che non aspetta il caldo al sol lucente.
Tutte siàn fatte come fu Tisbina,
Che non volse battaglia per nïente,
Ma al primo assalto subito se rese,
E per marito il bel Prasildo prese. -

90.

Parlava la donzella tutta fiata,
Quando davanti a lor nel bosco folto
Odirno una alta voce e smisurata.
La damigella sbigotita è in volto,
Benché Ranaldo l'abbia confortata.
Or questo canto è stato lungo molto;
Ma a cui dispiace la sua quantitate,
Lasci una parte, e legga la mitate.



CANTO DECIMOTERZO


1.

Io vi dissi di sopra come odito
Fu quel gran crido di spavento pieno.
Di nulla se è Ranaldo sbigotito;
Smonta alla terra, e lascia il palafreno
A quella dama dal viso fiorito,
Che per gran tema tutta venìa meno;
Ranaldo imbraccia il scudo, e trasse avante.
La cagion di quella era un gran gigante,

2.

Che stava fermo sopra ad un sentiero,
Dietro a una tomba cavernosa e oscura,
Orribil di persona e viso fiero,
Per spaventare ogni anima sicura.
Ma non smarrite già quel cavalliero,
Che mai non ebbe in sua vita paura,
Anci contra gli va col brando in mano;
Nulla si move quel gigante altano.

3.

Di ferro aveva in pugno un gran bastone,
De fina maglia è tutto quanto armato;
Da ciascun lato li stava un grifone,
Alla bocca del sasso incatenato.
Or, se volete saper la cagione
Che tenea quivi quel dismisurato,
Dico che quel gigante in guardia avia
Quel bon destrier che fu de l'Argalia.

4.

Fu il caval fatto per incantamento,
Perché di foco e di favilla pura
Fu finta una cavalla a compimento,
Benché sia cosa fuora de natura.
Questa dapoi se fie' pregna di vento:
Nacque il destrier veloce a dismisura,
Che erba di prato né biada rodea,
Ma solamente de aria se pascea.

5.

Dentro a quella spelonca era tornato,
Sì come lo disciolse Ferraguto:
Però che in quella prima fu creato,
E chiuso in essa sempre era cresciuto.
Dapoi, per forza de libro incantato,
L'Argalia un tempo l'avea posseduto
Fin che fu vivo; e quello ultimo giorno
Fece il cavallo al suo loco ritorno.

6.

E quel gigante in sua guardia si stava,
Con fronte altiera, crudo e pertinace;
E seco due grifoni incatenava,
Ciascun più ongiuto, orribile e rapace.
Quella catena a modo se ordinava,
Che solver li può ben quando a lui piace;
Ogni grifon di quelli è tanto fiero,
Che via per l'aria porta un cavalliero.

7.

Ranaldo alla battaglia se appresenta
Con grande aviso e con molto riguardo;
Né crediati però che il se spaventa,
Perché vada sospeso, a passo tardo.
L'alto gigante nel core argumenta
Che questo sia un baron molto gagliardo;
Lui scorgìa ben ciascun, se è vile o forte,
Ché a più de mille avea data la morte;

8.

E tutto il campo intorno biancheggiava
De ossi de morti dal gigante occisi.
Or la battaglia dura incominciava:
Preso è il vantaggio e li apensati avisi.
Ma colpi roïnosi se menava:
Non avea alcun di lor festa né risi;
Anci cognoscon ben, senza fallire,
Che l'uno o l'altro qui convien morire.

9.

Il primo feritor fo il bon Ranaldo,
E gionse a quel gigante in su la testa.
Ma egli avea uno elmo tanto forte e saldo,
Che nulla quel gran colpo lo molesta.
Ora esso di superbia e de ira caldo
Mena il bastone in furia con tempesta;
Ranaldo al colpo riparò col scuto:
Tutto il fraccassa quel gigante arguto.

10.

Ma non li fece per questo altro male;
Ranaldo colpì lui con gran valore
De una ferita ben cruda e mortale,
Che fo nel fianco, assai vicina al core.
Subitamente par che metti l'ale,
Rimena l'altra con più gran furore,
Rompe di ponta quella forte maglia,
Sino alle rene passa la anguinaglia.

11.

Per questo fo il gigante sbigotito,
E vede ben che li convien morire;
De le due piaghe ha un dolore infinito,
Né quasi in piedi se può sostenire;
Onde turbato prese il mal partito
Di far con seco Ranaldo perire:
Corre alla tana, e con molto fraccasso
Dislega i duo grifon dal forte sasso.

12.

Il primo tolse quel gigante in piede,
E via per l'aria con esso ne andava;
Tanto è salito, che più non se vede.
L'altro verso Ranaldo se aventava,
Ché di portarsi il baron forse crede;
Con le penne aruffate zuffellava,
L'ale ha distese ed ogni branca aperta;
Ranaldo mena un colpo di Fusberta.

13.

E già non prese in quel ferire errore:
Ambe le branche ad un tratto tagliava.
Sentì quello uccellaccio un gran dolore;
Via va cridando, e mai più non tornava.
Ecco di verso il celo un gran romore:
L'altro grifone il gigante lasciava.
Non so se camparà di quel gran salto:
Più de tre mila braccia era ito ad alto.

14.

Roïnando venìa con gran tempesta:
Ranaldo il vede giù del cel cadere;
Pargli che al dritto venghi di sua testa,
E quasi in capo già sel crede avere.
Lui vede la sua morte manifesta,
Né sa come a quel caso provedere;
Per tutto ove egli fugge, o sta a guardare,
Sembra il gigante in quella parte andare.

15.

E già vicino a terra è gionto al basso:
Poco è Ranaldo da lui dilungato,
Che li cade vicino a men d'un passo.
Percosse al capo quel dismisurato,
E mena nel cader sì gran fraccasso,
Che tremar fece intorno tutto il prato.
Tal periglio a Ranaldo è stato un sogno;
Ora aiutilo Dio, ché egli è bisogno.

16.

Però che quel grifone in giù venìa
Ad ale chiuse, con tanto romore,
Che il celo e tutta l'aria ne fremia,
Ed oscurava il sole il suo splendore,
Così grande ombra quel campo copria:
Mai non fo vista una bestia maggiore.
Turpin lo scrive lui per cosa certa,
Che ogni ala è dece braccia, essendo aperta.

17.

Ranaldo fermo il grande uccello aspetta,
Ma poco tempo bisogna aspettare,
Perché, quale è di foco una saetta,
Cotal vide il grifon sopra arivare.
Lui si stava ben scorto alla vedetta;
Nella sua gionta un colpo ebbe a menare:
Sotto la gorga, a ponto al canaletto
Gionse un traverso, e fese assai nel petto.

18.

Non fu quel colpo troppo aspro e mortale,
Però che al suo voler non l'ebbe còlto;
Quel torna al cel battendo le grande ale,
E furïoso ancor giù se è rivolto.
Gionse ne l'elmo quel fiero animale,
E il cerchio con lo ungion tutto ha disciolto,
Né 'l rompe, né lo intacca, tanto è fino!
Lo elmo è fatato, e già fo di Mambrino.

19.

Su vola spesso, e giù torna a ferire;
Ranaldo non la puote indovinare,
Che una sol volta lo possa colpire.
Stava la donna la pugna a guardare,
E di paura se credea morire,
Non già di sé, che non gli avia a pensare,
Né de esser quivi lei se ricordava:
Del baron teme, e sol per lui pregava.

20.

Per la notte vicina il giorno oscura,
E la battaglia ancora pur durava.
Di questo sol Ranaldo avea paura,
De non veder la bestia che volava;
Onde per trarne fin pone ogni cura,
Ogni partito in l'animo pensava;
Al fin non trova quel che debba fare,
Poi che per l'aria lui non puote andare.

21.

Alfin su il prato tutto se distende
Giù riversato, come fusse morto;
Quello uccellaccio subito discende,
Ché non si fu di tale inganno accorto,
Ed a traverso con le branche il prende.
Stava Ranaldo in su lo aviso scorto;
Non fu sì presto da l'uccel gremito,
Che menò il brando il cavalliero ardito.

22.

Proprio sopra alla spalla il colpo serra,
E nervi e l'osso Fusberta fraccassa;
Di netto una ala li mandò per terra,
Ma per questo la fiera già nol lassa.
Con ambedue le grife il petto afferra,
E sbergo e maglia e piastra tutte passa
E l'uno e l'altro ungion strenge sì forte,
Che pare a quel baron sentir la morte.

23.

Ma non per tanto lascia de ferire;
Or nella pancia il passa or nel gallone,
Di tante ponte, che il fece morire;
Poi si levava in piede quel barone.
Gran periglio ha portato, a non mentire;
Lui Dio ringrazia con devozïone;
E già la dama al palafren lo invita,
Parendo a lei la cosa esser finita.

24.

Ma Ranaldo quel loco avia veduto,
Dove stava il destrier meraviglioso;
Se non avesse il fatto a pien saputo,
Serìa stato in sua vita doloroso.
Era quel sasso orribile ed arguto:
Dentro vi passa il principe animoso;
Da cento passi vicino alla intrata
Era di marmo una porta intagliata.

25.

Di smalto era adornata quella porta,
Di perle e di smiraldi, in tal lavoro
Che non fu mai da uno occhio d'omo scorta
Cosa de un pregio di tanto tesoro.
Stava nel mezo una donzella morta,
Ed avea scritto sopra in lettre d'oro:
'Chi passa quivi, arà di morte stretta,
Se non giura di far la mia vendetta;

26.
Ma se giura lo oltraggio vendicare,
Che mi fu fatto con gran tradimento,
Avrà quel bon destriero a cavalcare,
Che di veloce corso passa il vento.'
Or non stette Ranaldo più a pensare,
Ma a Dio promette, e fanne giuramento,
Che quanta vita e forza l'avrà scorto,
Vendicherà la dama occisa a torto.

27.

Poi passa dentro, e vede quel destriero,
Che de catena d'oro era legato,
Guarnito aponto a ciò che fa mestiero,
Di bianca seta tutto copertato.
Egli come un carbone è tutto nero,
Sopra la coda ha pel bianco meschiato;
Così la fronte ha partita de bianco,
La ungia di dietro ancora al pede manco.

28.

Destrier del mondo con questo si vanta
Correre al paro, e non ne tro Baiardo,
Del qual per tutto il mondo oggi si canta.
Quello è più forte, destro e più gagliardo;
Ma questo aveva leggierezza tanta,
Che dietro a sé lasciava un sasso, un dardo,
Uno uccel che volasse, una saetta,
O se altra cosa va con maggior fretta.

29.

Ranaldo fuor di modo se allegrava
Di aver trovato tanto alta ventura;
Ma la catena a un libro se chiavava,
Che avea di sangue tutta la scrittura.
Quel libro, a chi lo legge, dichiarava
Tutta la istoria e la novella oscura
Di quella dama occisa su la porta,
Ed in che forma, e chi l'avesse morta.

30.

Narrava il libro come Trufaldino,
Re di Baldaco, falso e maledetto,
Aveva un conte al suo regno vicino,
Ardito e franco, e de virtù perfetto;
Ed era tanto de ogni lodo fino,
Che il re malvaggio n'avea gran dispetto.
Fo quel baron nominato Orrisello;
Montefalcone ha nome il suo castello.

31.

Avea il conte Orrisello una sorella,
Che de tutt'altre dame era l'onore,
Perché è di viso e di persona bella;
Di leggiadria, di grazia e di valore
Se alcuna fo compita, lei fu quella.
Essa portava a un cavalliero amore,
Nobil di schiatta e famoso de ardire,
Leggiadro e bello a più non poter dire.

32.

Il sol, che tutto 'l mondo volta intorno,
Non vedea un altro par de amanti in terra
Sì de beltade e de ogni lode adorno.
Una voglia, uno amor questi duo serra,
E cresce ogniora più di giorno in giorno.
Or Trufaldino a possanza di guerra
Mai non puotria pigliar Montefalcone,
Ché sua fortezza è fuor de ogni ragione.

33.

Sopra de un sasso terribile e duro,
Un miglio ad alto, per stretto sentiero,
Se perveniva al smisurato muro;
Né a questo s'apressava di leggiero,
Perché un profondo fosso e largo e scuro
Volge il castello intorno tutto intiero;
Ciascuna porta ove dentro si vane,
Ha di tre torre fuora un barbacane.

34.

Con incredibil cura si guardava
Questa fortezza de il franco Orrisello;
Lui temea Trufaldin che lo odïava,
E fatto ha già più assalti a quel castello,
E con vergogna sempre ritornava.
Or sapeva quel re de ogni altro fello
Che la sorella del conte, Albarosa,
Polindo amava sopra ogni altra cosa.

35.

Polindo il cavallier è nominato,
Albarosa la dama delicata,
Quella de che aggio sopra ragionato
Che amava tanto, ed era tanto amata.
Ora quel cavalliero inamorato
Andava alla ventura alcuna fiata,
Cercando e regni per ogni confino:
In corte si trovò di Trufaldino.

36.

Era quel re malvaggio e traditore,
Ciascuna cosa sapea simulare:
A Polindo faceva molto onore,
Con gran proferte e cortese parlare;
E prometteli aiuto e gran favore,
Quando Albarosa voglia conquistare.
Diversa cosa è lo amor veramente!
Teme ciascuno, e crede ad ogni gente.

37.

Chi altri mai che Polindo avria creduto
A quel malvaggio mancator di fede,
Che così da ciascuno era tenuto?
Il cavallier nol stima e ciò non crede;
Anci di avere il proferito aiuto
Sempre procaccia, e mai l'ora non vede
Che Albarosa la bella tenga in braccio;
E de altra cosa non se dona impaccio.

38.

Poi che la dama fu tentata in vano
Che dentro dalla rocca toglia gente,
A Polindo promette e giura in mano
Una notte partirse quietamente,
Al piè del sasso scender gioso al piano,
Ed esserli in sua vita obedïente,
Andar con lui, e far tutte sue voglie:
Esso promette a lei tuorla per moglie.

39.

L'ordine dato se pone ad effetto.
Avea già Trufaldin prima donata
A Polindo una rocca da diletto,
Longe a Montefalcone una giornata.
Qui dentro intrarno senza altro rispetto
Quel cavalliero e la giovene amata.
Cenando insieme con gran festa e riso,
Eccoti Trufaldin quivi improviso.

40.

Vaga fortuna, mobile ed incerta,
Che alcun diletto non lascia durare!
Sotto la terra è una strata coperta,
Per quella nella rocca se può andare.
Avea il malvaggio questa cosa esperta,
Perciò li volse la rocca donare.
Così cenando, e doi de amore accesi
Fuor de improvviso crudelmente presi.

41.

Polindo di parlar già non ardiva,
Per non far seco la dama perire;
Ma di grande ira e rabbia se moriva,
Ché non può a Trufaldin sua voglia dire.
Quel re comanda alla dama che scriva
Al suo german che a lei debba venire,
Fingendo che Polindo l'ha menata
Dentro a una selva grande e smisurata;

42.

E quivi a forza rinchiusa la tene,
Sotto la guarda di tre suoi famigli;
Ma se lui quivi secreto ne viene,
Vôl che Polindo e quelli insieme pigli;
Che le cagion diragli intiere e piene
Di sua partita, e non se meravigli;
Che poi lo chiarirà che il suo camino
Campato ha lui di man di Trufaldino.

43.

La dama dice de voler morire
Più presto che tradire il suo germano;
Né per minaccie o per piacevol dire
Può far che prenda pur la penna in mano.
Il re fa incontinente qui venire
Un tormento aspro, crudo ed inumano,
Che con ferro affocato e membri straccia:
Quella fanciulla prende nella faccia.

44.

Nella faccia pigliò col ferro ardente:
Non se lamenta lei, né getta voce;
Alla richiesta risponde nïente.
Quel focoso tormento assai più coce
Polindo, che vi stava di presente;
E benché fosse de animo feroce,
E de uno alto ardir pieno in veritate,
Pur cade in terra per molta pietate.

45.

Narrava il libro tutte queste cose,
Ma più destinto, e con altre parole;
Ché vi erano atti con voci pietose,
E quel dolce parlar che usar se suole
Tra l'anime congionte ed amorose.
Eravi che Polindo assai se dole
Più de Albarosa che del proprio male;
E lei fa del suo amante un altro tale.

46.

Legge Ranaldo quella istoria dura,
E molto pianto da gli occhi li cade;
Nel viso se conturba sua figura
Per quell'estremo caso de pietade.
Una altra fiata sopra al libro giura
Di vendicar quella aspra crudeltade;
E torna fuora il cavallier soprano
Con quel destrier che ha nome Rabicano.

47.

Sopra di quello è il cavallier salito,
E via cavalca con la damisella,
Ma poco andâr, e il giorno fo sparito:
Ciascun di lor dismonta dalla sella.
Sotto ad uno albro è Ranaldo adormito,
Dorme vicino a lui la dama bella;
Lo incanto della Fonte de Merlino
Ha tolto suo costume al paladino.

48.

Ora li dorme la dama vicina:
Non ne piglia il barone alcuna cura.
Già fo tempo che un fiume e una marina
Non avrian posto al suo desio misura;
A un muro, a un monte avria data roina
Per star congionto a quella creatura;
Or li dorme vicina e non gli cale:
A lei, credo io, ne parve molto male.

49.

Già l'aria se schiariva tutta intorno
Abenché il sole ancor non se mostrava;
Di alcune stelle è il cel sereno adorno,
Ogni uccelletto agli arbori cantava;
Notte non era, e non era ancor giorno.
La damisella Ranaldo guardava,
Però che essa al mattino era svegliata;
Dormia il barone a l'erba tutta fiata.

50.

Egli era bello ed allor giovenetto,
Nerboso e asciutto, e de una vista viva,
Stretto ne' fianchi e membruto nel petto:
Pur mo la barba nel viso scopriva.
La damisella il guarda con diletto,
Quasi, guardando, di piacer moriva;
E di mirarlo tal dolcezza prende,
Che altro non vede ed altro non attende.

51.

Sta quella dama di sua mente tratta,
Guardandosi davanti il cavalliero.
Or dentro quella selva aspra e disfatta
Stava un centauro terribile e fiero;
Forma non fo giamai più contrafatta,
Però che aveva forma di destriero
Sino alle spalle, e dove il collo uscia
E corpo e braccie e membra d'omo avia.

52.

De altro non vive che di cacciasone,
Per quel deserto che è sì grande e strano;
Tre dardi aveva e un scudo e un gran bastone,
Sempre cacciando andava per quel piano;
Alora alora avea preso un leone,
E così vivo sel portava in mano.
Rugge il leone e fa gran dimenare;
Per questo se ebbe la dama a voltare,

53.

Ed altramenti sopra li giongìa
Tutto improviso il diverso animale.
E forse che Ranaldo occiso avria:
Molto comodo avia di farli male.
La damisella un gran crido mettia:
- Donaci aiuto, o Re celestïale! -
A quel crido se desta il baron pronto,
E già il centauro è sopra di lor gionto.

54.

Ranaldo salta in piede e il scudo imbraccia,
Benché il gigante l'avea fraccassato;
E quel centauro di spietata faccia
Getta il leon, che già l'ha strangolato.
Ranaldo adosso a lui tutto se caccia:
Quel fugge un poco, e poi se è rivoltato,
E con molta roina lancia un dardo;
Stava Ranaldo con molto riguardo,

55.

Sì che nol puote a quel colpo ferire.
Or lancia l'altro con molta tempesta;
L'elmo scampò Ranaldo dal morire,
Ché proprio il gionse a mezo della testa;
L'altro ancor getta, e nol puote colpire.
Ma già per questo la pugna non resta,
Perché il centauro ha preso il suo bastone,
E va saltando intorno al campïone.

56.

Tanto era destro, veloce e leggiero,
Che Ranaldo se vede a mal partito;
Lo esser gagliardo ben li fa mestiero.
Quello animal il tien tanto assalito,
Che apressar non se puote al suo destriero;
Girato ha tanto, che quasi è stordito.
A un grosso pin se accosta, che non tarda:
Questo col tronco a lui le spalle guarda.

57.

Quello omo contrafatto e tanto strano
Saltando va de intorno tuttavia;
Ma il principe, che avia Fusberta in mano,
Discosto a sua persona lo tenìa.
Vede il centauro afaticarsi in vano,
Per la diffesa che il baron facìa;
Guarda alla dama dal viso sereno,
Che di paura tutta venìa meno.

58.

Subitamente Ranaldo abandona,
E leva dello arcion quella donzella;
Fredda nel viso e in tutta la persona
Alor divenne quella meschinella.
Ma questo canto più non ne ragiona;
Ne l'altro contarò la istoria bella
Di questa dama, e quel ch'io dissi avante,
Tornando ad Agricane e Sacripante.



CANTO DECIMOQUARTO


1.

Aveti inteso la battaglia dura
Che fa Ranaldo, la persona accorta,
E come la diversa creatura
Prese la dama, e in groppa se la porta.
Non domandati se ella avea paura:
Tutta tremava, e in viso parea morta;
Ma pur, quanto la voce li bastava,
Al cavalliero aiuto dimandava.

2.

Via va correndo lo animal legiero
Con quella dama in groppa scapigliata;
A lei sempre ha rivolto il viso fiero,
Ed a sé stretta la tiene abracciata.
Or Ranaldo se accosta al suo destriero;
Ben se âgura Baiardo in quella fiata,
Ché quel centauro è tanto longe assai,
Che averlo gionto non se crede mai.

3.

Ma poi che ha preso in man la ricca briglia
Di quel destrier che al corso non ha pare,
De esser portato da il vento asimiglia:
A lui par proprio di dover volare.
Mai non fu vista una tal meraviglia;
Tanto con l'occhio non se può guardare
Per la pianura, per monte e per valle,
Quanto il destrier se il lascia dalle spalle.

4.

E non rompeva l'erba tenerina,
Tanto ne andava la bestia legiera;
E sopra alla rugiada matutina
Veder non puossi se passato vi era.
Così, correndo con quella roina,
Gionse Ranaldo sopra una rivera,
Ed allo entrar de l'acqua, a ponto a ponto,
Vede il centauro sopra al fiume gionto.

5.

Quel maledetto già non l'aspettava,
Ma, via fuggendo, nequitosamente
La bella dama nel fiume gettava:
Giù ne la porta il fiumicel corrente.
Che di lei fosse, e dove ella arivava,
Poi lo odirete nel canto presente;
Ora il centauro a quel baron se volta,
Poi che di groppa se ha la dama tolta;

6.

E cominciorno a l'acqua la battaglia,
Con fiero assalto, dispietato e crudo;
Vero è che il bon Ranaldo ha piastra e maglia,
E quel centauro è tutto quanto nudo:
Ma tanto è destro e mastro de scrimaglia,
Che coperto se tien tutto col scudo;
E il destrier del segnor de Montealbano
Corrente è assai, ma mal presto alla mano.

7.

Grosso era il fiume al mezo dello arcione,
De sassi pieno, oscuro e roïnoso.
Mena il centauro spesso del bastone,
Ma poco nôce al baron valoroso,
Che gioca di Fusberta a tal ragione
Che tutto quello ha fatto sanguinoso;
Tagliato ha il scudo il cavalliero ardito,
E già da trenta parte l'ha ferito.

8.

Esce del fiume quello insanguinato,
Ranaldo insieme con Fusberta in mano,
Né se fu da lui molto dilungato,
Che gionto l'ebbe quel destrier soprano;
Quivi lo occise sopra al verde prato.
Or sta pensoso il sir de Montealbano,
Non sa che far, né in qual parte se vada:
Persa ha la dama, guida de sua strada.

9.

A sé d'intorno la selva guardava,
E sua grandezza non puotea stimare;
La speranza de uscirne gli mancava,
E quasi adrieto volea ritornare,
Ma tanto ne la mente desïava
Da quello incanto il conte Orlando trare,
Che sua ventura destina finire,
O, questa impresa seguendo, morire.

10.

Ver Tramontana prende la sua via,
Dove il guidava prima la donzella;
Ed ecco ad una fonte li apparia
Un cavalliero armato in su la sella.
Or Turpin lascia questa diceria,
E torna a raccontar l'alta novella
Del re Agricane, quel tartaro forte,
Che è chiuso in Albracà dentro alle porte.

11.

Dentro a quella citade era rinchiuso,
E fa soletto quella ardita guerra:
Il popol tutto quanto ha lui confuso.
Sappiati che Albracà, la forte terra,
Da uno alto sasso calla al fiume giuso,
E da ogni lato un mur la cinge e serra,
Che se dispicca da il castello altano,
Volgendo il sasso insino al monte piano.

12.

Sopra del fiume ariva la murata,
Con grosse torre e belle a riguardare.
Quella fiumana Drada è nominata,
Né estate o verno mai se può vargare.
Una parte del muro è qui cascata:
Quei della terra non hanno a curare,
Ché il fiume è tanto grosso e sì corrente,
Che di battaglia non temon nïente.

13.

Ora io vi dissi sì come Agricane
Fa la battaglia dentro alla citate;
Re Sacripante è con seco alle mane,
Con gente della terra in quantitate.
Prove se fier' dignissime e soprane
Per l'uno e l'altro, e sopra l'ho narrate;
E lasciai proprio che una schiera nova
Dietro alle spalle de Agrican se trova.

14.

Nulla ne cura quel re valoroso,
Ma con molta roina è rivoltato;
Mena a due mane il brando sanguinoso.
Questo novo trapel che ora è arivato,
Era un forte barone ed animoso,
Torindo il Turco, che era ritornato
Con molta di sua gente in compagnia;
Per altre parte gionse a questa via.

15.

Quel tartaro ne' Turchi urta Baiardo,
Getta per terra tutta quella gente;
Ora ecco Sacripante, il re gagliardo,
Che l'ha seguito continüamente.
Tanto non è legier cervo ni pardo,
Quanto è quel re circasso veramente;
Non vale ad Agrican sua forza viva,
Tanta è la gente che adosso gli ariva.

16.

Già son le bocche delle strate prese,
Chiuse con travi, ed ogni altra serraglia;
Le schiere dalle mure son discese,
E corre ciascaduno alla battaglia:
Non vi rimase alcuno alle diffese.
Or quei del campo, quella gran canaglia,
Chi per le mure intrò, chi per le porte,
Tutti cridando: - Alla morte! alla morte! -

17.

Onde fu forza a l'aspro Sacripante
Ed a Torindo alla rocca venire;
Angelica già dentro era davante,
E Trufaldin, che fo il primo a fuggire.
Morte son le sue gente tutte quante;
La grande occisïon non se può dire:
Morto è Varano, e prima Savarone,
Re della Media, franco campione.

18.

Morirno questi fora delle porte,
Dove la gran battaglia fo nel piano.
Brunaldo ebbe sua fine in altra sorte:
Radamanto lo occise de sua mano.
Quel Radamanto ancor diede la morte
Dentro alle mura al valoroso Ungiano;
Tutta la gente di sua compagnia
Fo il giorno occisa alla battaglia ria.

19.

E tutta la citate hanno già presa:
Mai non fu vista tal compassïone.
La bella terra da ogni parte è incesa,
E sono occise tutte le persone;
Sol la rocca di sopra se è diffesa
Ne l'alto sasso, dentro dal zirone:
Tutte le case in ciascuno altro loco
Vanno a roina, e son piene di foco.

20.

La damisella non sa che si fare,
Poi che è condotta a così fatto scorno;
In quella rocca non è che mangiare,
Apena evi vivande per un giorno.
Chi l'avesse veduta lamentare
E battersi con man lo viso adorno,
Uno aspro cor di fiera o di dragone
Seco avria pianto di compassïone.

21.

Dentro alla rocca son tre re salvati
Con la donzella, e trenta altre persone,
Per la più parte a morte vulnerati.
La rocca è forte fora di ragione,
Onde tra lor se son deliberati
Che ciascuno occidesse il suo ronzone,
E far contra de' Tartari contesa,
Sin che Dio li mandasse altra diffesa.

22.

Angelica dapoi prese partito
Di ricercare in questo tempo aiuto;
Lo annel meraviglioso aveva in dito,
Che chi l'ha in bocca, mai non è veduto.
Il sol sotto la terra ne era gito,
E il bel lume del giorno era perduto:
Torindo e Trufaldino e Sacripante
La damisella a sé chiama davante.

23.

A lor promette sopra alla sua fede
In vinti giorni dentro ritornare,
E tutti insieme e ciascadun richiede
Che sua fortezza vogliano guardare;
Che forse avrà Macon di lor mercede,
Perché essa andava aiuto a ricercare
Ad ogni re del mondo, a ogni possanza,
Ed ottenerlo avia molta speranza.

24.

E così detto, per la notte bruna
La damisella monta al palafreno,
Via camminando al lume della luna,
Tutta soletta, sotto al cel sereno.
Mai non fo vista da persona alcuna,
Benché di gente fosse intorno pieno;
Ma a questi la fatica e la vittoria
Li avea col sonno tolto ogni memoria.

25.

Né bisogno ebbe di adoprar lo annello,
Ché, quando il sol lucente fo levato,
Ben cinque leghe è longe dal castello,
Che era da' suoi nemici intornïato.
Lei sospirando riguardava quello,
Che con tanto periglio avea lasciato;
E così caminando tutta via,
Passata ha Orcagna, e gionse in Circasia.

26.
Gionse alla ripa di quella rivera,
Dove il franco Ranaldo occiso avia
Lo aspro centauro, maledetta fiera.
Come la dama nel prato giongia,
Un vecchio assai dolente nella ciera
Piangendo forte contro a lei venìa,
E con man gionte ingenocchion la chiede
Che del suo gran dolore abbia mercede.

27.

Diceva quel vecchione: - Un giovenetto,
Conforto solo a mia vita tapina,
Mio unico figliolo e mio diletto,
Ad una casa che è quindi vicina,
Con febre ardente se iace nel letto,
Né per camparlo trovo medicina;
E se da te non prende adesso aiuto,
Ogni speranza e mia vita rifiuto. -

28.

La damigella, che è tanto pietosa,
Comincia il vecchio molto a confortare:
Che lei cognosce l'erbe ed ogni cosa
Qual se apertenga a febre medicare.
Ahi sventurata, trista e dolorosa!
Gran meraviglia la farà campare.
La semplicetta volge il palafreno
Dietro a quel vecchio, che è de inganni pieno.

29.

Ora sappiati che il vecchio canuto,
Che in quella selva stava alla campagna,
Per prender qualche dama era venuto,
Come se prende lo uccelletto a ragna;
Per ciò che ogni anno dava di tributo
Cento donzelle al forte re de Orgagna.
Tutte le prende con inganno e scherno,
E prese poi le manda a Poliferno.

30.

Però che ivi lontano a cinque miglia
Sopra de un ponte una torre è fondata:
Mai non fo vista tanta meraviglia,
Ché ogni persona che è quivi arivata,
Dentro a quella pregion se stesso piglia.
Quivi n'avea il vecchio gran brigata,
Che tutte l'avea prese con tale arte,
Fuor quella sol che fu di Brandimarte.

31.

Però che quella, come io vi contai,
Fo dal centauro gettata nel fiume.
Essa nel fondo non andò giamai,
Però che de natare avea costume.
Quella onda, che è corrente pur assai,
Giù ne la mena, come avesse piume;
Al ponte la portò, che mai non tarda,
Dove la torre è de quel vecchio in guarda.

32.

Lui dal fiume la trasse meza morta,
E fecela curar con gran ragione
Da quella gente che avea seco in scorta,
Ché medici lì aveva, e più persone;
Poi la condusse dentro a quella porta,
Dove con l'altre stava alla pregione.
De Angelica diciamo, che venìa
Con quel falso vecchione in compagnia.

33.

Come alla torre fo dentro passata,
Quel vecchio fora nel ponte restava.
Incontinente la porta ferrata,
Senza che altri la tocchi, se serrava.
Alor se avide quella sventurata
Del falso inganno, e forte lamentava;
Forte piangia, battendo il viso adorno:
L'altre donzelle a lei son tutte intorno.

34.

Cercano tutte con dolce parole
La dolorosa dama confortare;
E, come in cotal caso far si sôle,
Ciascuna ha sua fortuna a racontare;
Ma sopra a l'altre piangendo si dole,
Né quasi può per gran doglia parlare,
De Brandimarte la saggia donzella,
Che Fiordelisa per nome se appella.

35.

Lei sospirando conta la sciagura
Di Brandimarte da lei tanto amato:
Come, andando con essa alla ventura,
Fo con Astolfo al giardino arrivato,
Dove tra fiori, a la fresca verdura,
L'ha Dragontina ad arte smemorato;
E, in compagnia de Orlando paladino,
Sta con molti altri presi nel giardino.

36.

E come essa dapoi, cercando aiuto,
Se gionse con Ranaldo in compagnia;
E tutto quel che gli era intravenuto,
Senza mentire, a ponto lo dicia;
E del gigante, e del grifone ungiuto,
E de Albarosa la gran villania,
E del centauro al fin, bestia diversa,
Che l'avia dentro a quel fiume sumersa.

37.

Piangeva Fiordelisa a cotal dire,
Membrando l'alto amor de che era priva.
Eccoti odirno quella porta aprire,
Che un'altra dama sopra al ponte ariva.
Angelica destina di fuggire;
Già non la può veder persona viva:
Lo incanto dello annel sì la coperse,
Che fuora uscì, come il ponte se aperse.

38.

Non fo vista da alcuno in quella fiata,
Tanta è la forza dello incantamento;
E fra se stessa, andando, èssi apensata
E fatto ha nel suo cor proponimento
Di voler gire a quella acqua fatata
Che tira l'omo fuor de sentimento,
Là dove Orlando ed ogni altro barone
Tien Dragontina alla dolce prigione.

39.

E caminando senza alcun riposo,
Al bel verzier fo gionta una matina.
In bocca avia lo annel meraviglioso:
Per questo non la vede Dragontina.
Di fora aveva il palafreno ascoso,
Ed essa a piede fra l'erbe camina,
E caminando, a lato ad una fonte,
Vede iacerse armato il franco conte.

40.

Perché la guarda faceva quel giorno,
Stavasi armato a lato alla fontana.
Il scudo a un pino avea sospeso e il corno;
E Brigliadoro, la bestia soprana,
Pascendo l'erbe gli girava intorno.
Sotto una palma, a l'ombra prossimana,
Un altro cavallier stava in arcione:
Questo era il franco Oberto dal Leone.

41.

Non so, segnor, se odisti più contare
L'alta prodezza de quel forte Oberto;
Ma fu nel vero un baron de alto affare,
Ardito e saggio, e de ogni cosa esperto.
Tutta la terra intorno ebbe a cercare,
Come se vede nel suo libro aperto.
Costui facea la guarda alora quando
Gionse la dama a lato al conte Orlando.

42.

Il re Adrïano e lo ardito Grifone
Stan ne la loggia a ragionar de amore;
Aquilante cantava e Chiarïone,
L'un dice sopra, e l'altro di tenore;
Brandimarte fa contra alla canzone.
Ma il re Ballano, ch'è pien di valore,
Stassi con Antifor de Albarosia:
De arme e di guerra dicon tutta via.

43.

La damisella prende il conte a mano,
Ed a lui pose quello annello in dito,
Lo annel che fa ogni incanto al tutto vano.
Or se è in se stesso il conte risentito,
E scorgendosi presso il viso umano
Che gli ha de amor sì forte il cor ferito,
Non sa come esser possa, e apena crede
Angelica esser quivi, e pur la vede.

44.

La damisella tutto il fatto intese:
Sì come nel giardino era venuto,
E come Dragontina a inganno il prese,
Alor che ogni ricordo avia perduto.
Poi con altre parole se distese,
Con umil prieghi richiedendo aiuto
Contra Agricane, il qual con cruda guerra
Avea spianata ed arsa la sua terra.

45.

Ma Dragontina, che al palagio stava,
Angelica ebbe vista giù nel prato.
Tutti e suoi cavallier presto chiamava,
Ma ciascun se ritrova disarmato.
Il conte Orlando su l'arcion montava,
Ed ebbe Oberto ben stretto pigliato,
Avengaché da lui quel non se guarda;
Lo annel li pose in dito, che non tarda.

46.

E già son accordati i duo guerrieri
Trar tutti gli altri de incantazïone.
Or quivi racontar non è mestieri
Come fosse nel prato la tenzone.
Prima fôr presi i figli de Olivieri,
L'uno Aquilante, e l'altro fo Grifone;
Il conte avante non li cognoscia:
Non dimandati se allegrezza avia.

47.

Grande allegrezza ferno i duo germani,
Poi che se fo l'un l'altro cognosciuto.
Or Dragontina fa lamenti insani,
Ché vede il suo giardino esser perduto.
Lo annel tutti e suoi incanti facea vani:
Sparve il palagio, e mai non fo veduto;
Lei sparve, e il ponte, e il fiume con tempesta:
Tutti e baron restarno alla foresta.

48.

Ciascun pien di stupor la mente avia,
E l'uno e l'altro in viso si guardava;
Chi sì, chi non, di lor se cognoscia.
Primo di tutti il gran conte di Brava
Fece parlare a quella compagnia,
E ciascadun, pregando, confortava
A dare aiuto a quella dama pura,
Che li avea tratti di tanta sciagura.

49.

Raconta de Agricane il grande attedio,
Che avea disfatta sua bella citade,
Ed intorno alla rocca avia lo assedio.
Già son quei cavallier mossi a pietade,
E giurâr tutti di porvi rimedio,
In sin che in man potran tenir le spade,
E di fare Agricane indi partire,
O tutti insieme in Albraca morire.

50.

Già tutti insieme son posti a camino,
Via cavalcando per le strate scorte.
Ora torniamo al falso Trufaldino,
Che dimorava a quella rocca forte.
Lui fu malvagio ancor da piccolino,
E sempre peggiorò sino alla morte;
Non avendo i compagni alcun suspetto,
Prese e Cercassi e i Turchi tutti in letto.

51.

Non valse al bon Torindo esser ardito,
Né sua franchezza a l'alto Sacripante,
Ché ciascadun de loro era ferito
Per la battaglia de il giorno davante,
E per sangue perduto indebilito;
E fur presi improvisi in quello istante.
Legolli Trufaldino e piedi e braccia,
E de una torre al fondo ambi li caccia.

52.

Poi manda un messagiero ad Agricane,
Dicendo che a sua posta ed a suo nome
Avia la rocca e il forte barbacane,
E che due re tenìa legati; e come
Volea donarli presi in le sue mane.
Ma il Tartaro a quel dire alciò le chiome;
Con gli occhi accesi e con superba faccia,
Così parlando, a quel messo minaccia:

53.

- Non piaccia a Trivigante, mio segnore,
Né per lo mondo mai se possa dire
Che allo esser mio sia mezo un traditore:
Vincer voglio per forza e per ardire,
Ed a fronte scoperta farmi onore.
Ma te con il segnor farò pentire,
Come ribaldi, che aviti ardimento
Pur far parole a me di tradimento.

54.

Bene aggio avuto avviso, e certo sollo,
Che non se può tenir lunga stagione;
A quella rocca impender poi farollo,
Per un de' piedi, fuora de un balcone,
E te col laccio ataccarò al suo collo;
E ciascadun li è stato compagnone
A far quel tradimento tanto scuro,
Serà de intorno impeso sopra al muro. -

55.

Il messagier, che lo vedea nel volto
Or bianco tutto, or rosso come un foco,
Ben se serebbe volentier via tolto,
Ché gionto si vedeva a strano gioco;
Ma, sendosi Agricane in là rivolto
Partisse de nascoso di quel loco.
Par che il nabisso via fuggendo il mene;
De altro che rose avea le brache piene.

56.

Dentro alla rocca ritorna tremando,
E fece a Trufaldin quella ambasciata.
Ora torniamo al valoroso Orlando,
Che se ne vien con l'ardita brigata,
E giorno e notte forte cavalcando,
Sopra de un monte ariva una giornata:
Dal monte se vedea, senza altro inciampo,
La terra tutta e de' nimici il campo.

57.

Tanta era quivi la gente infinita,
E tanti pavaglion, tante bandiere,
Che Angelica rimase sbigotita,
Poi che passar convien cotante schiere
Prima che nel castel faccia salita.
Ma quei baron dricciâr le mente altiere,
E destinarno che la dama vada
Dentro alla rocca per forza di spada.

58.

E nulla sapean lor del tradimento,
Che il falso Trufaldin fatto li avia;
Ma sopra al monte, con molto ardimento,
Dànno ordine in qual modo ed in qual via
La dama se conduca a salvamento
A mal dispetto di quella zinia.
Guarniti de tutte arme e suo' destrieri,
Fan lo consiglio li arditi guerreri.

59.

Ed ordinâr la forma e la maniera
Di passar tutta quella gran canaglia.
Il conte Orlando è il primo alla frontera
Con Brandimarte a intrare alla battaglia:
Poi son quattro baroni in una schiera,
Che de intorno alla dama fan serraglia:
Oberto ed Aquilante e Chiarïone,
E il re Adrïano è il quarto compagnone.

60.

Quelli hanno ad ogni forza e vigoria
Tenir la dama coperta e diffesa.
Poi son tre, gionti insieme in compagnia,
Che della drietoguarda hanno la impresa:
Grifone ed Antifor de Albarosia,
E il re Ballano, quella anima accesa.
Or questa schiera è sì de ardire in cima,
Che tutto il resto del mondo non stima.

61.

Calla de il monte la gente sicura,
Con Angelica in mezo di sua scorta,
La qual tutta tremava de paura,
E la sua bella faccia parìa morta;
E già son giunti sopra alla pianura,
Né si è di loro ancor la gente accorta.
Ma il conte Orlando, cavalliero adorno,
Alcia la vista, e pone a bocca il corno.

62.

A tutti quanti li altri era davante,
E suonava il gran corno con tempesta:
Quello era un dente integro di elefante.
Lo ardito conte de suonar non resta;
Disfida quelle gente tutte quante,
Agrican, Poliferno e ogni sue gesta:
E tutti insieme quei re di corona
Isfida a la battaglia, e forte suona.

63.

Quando fu il corno nel campo sentito,
Che in ciel feriva con tanto rumore,
Non vi fu re, né cavalliero ardito
Che non avesse di quel suon terrore;
Solo Agricane non fu sbigotito,
Che fu corona e pregio di valore;
Ma con gran fretta l'arme sue dimanda,
E fa sue schiere armar per ogni banda.

64.

Fu in gran fretta il re Agricane armato:
Di grosse piastre il sbergo se vestia,
Tranchera la sua spada cense al lato,
E uno elmo fatto per nigromanzia
Al petto ed a le spalle ebbe alacciato.
Cosa più forte al mondo non avia:
Salomone il fie' far col suo quaderno,
E fu collato al foco dello inferno.

65.

E veramente crede il campïone
Che una gran gente mo li viene adosso,
Però ch'inteso avia che Galafrone
Esercito adunava a più non posso,
Perché era quel castel di sua ragione,
E destinava di averlo riscosso.
Costui stimava scontrare Agricane,
Non con Orlando venire alle mane.

66.

Già son spiegate tutte le bandiere,
E suonan li instromenti da battaglia;
Il re Agricane ha Baiardo il destriere
Da le ungie al crine coperto di maglia,
E vien davanti a tutte le sue schiere.
Ne l'altro canto dirò la travaglia,
E de nove baroni un tale ardire,
Che mai nel mondo più se odette dire.



CANTO DECIMOQUINTO


1.

Stati ad odir, segnor, se vi è diletto,
La gran battaglia ch'io vi vo' contare.
Ne l'altro canto di sopra ve ho detto
De nove cavallier, che hanno a scontrare
Due millïon de popol maledetto;
E come e corni se odivan suonare,
Trombe, tamburi e voce senza fine,
Che par che il mondo se apra e 'l cel roine.

2.

Quando nel mar tempesta con romore
Da tramontana il vento furïoso,
Grandine e pioggia mena e gran terrore,
L'onda se oscura dal cel nubiloso.
Con tal roina e con tanto furore
Levasi il crido nel cel polveroso;
Prima de tutti Orlando l'asta aresta,
Verso Agrican viene a testa per testa.

3.

E se incontrarno insieme e due baroni,
Che avean possanza e forza smisurata,
E nulla se piegarno de li arcioni,
Né vi fo alcun vantaggio quella fiata.
Poi se voltarno a guisa de leoni;
Ciascun con furia trasse for la spata,
E cominciâr tra lor la acerba zuffa.
Or l'altra gente gionge alla baruffa;

4.

Sì che fu forza a quei duo cavallieri
Lasciar tra lor lo assalto cominciato,
Benché se dipartîr mal volontieri,
Ché ciascun se tenea più avantaggiato.
Il conte se retira ai suoi guerreri,
Brandimarte li è sempre a lato a lato;
Oberto, Chiarïone ed Aquilante
Sono alle spalle a quel segnor de Anglante.

5.

Ed è con loro il franco re Adrïano,
Segue Antifor e lo ardito Grifone,
Ed in mezo di questi il re Ballano.
Or la gran gente fora di ragione
Per monte e valle, per coste e per piano,
Seguendo ogni bandiera, ogni pennone,
A gran roina ne vien loro adosso,
E con tal crido, che contar nol posso.

6.

Dicean quei cavallier: - Brutta canaglia,
E vostri cridi non varran nïente;
Vostro furor serà foco di paglia,
Tutti sereti occisi incontinente. -
Or se incomincia la crudel battaglia
Tra quei nove campioni e quella gente;
Ben se puotea veder il conte Orlando
Spezzar le schiere e disturbar col brando.

7.

Il re Agricane a lui solo attendia,
E certamente assai li dà che fare;
Ma Brandimarte e l'altra compagnia
Fan con le spade diverso tagliare,
E tanto uccidon di quella zinia,
Che altro che morti al campo non appare.
Verso la rocca vanno tutta fiata,
E già presso li sono ad una arcata.

8.

Nel campo de Agricane era un gigante,
Re di Comano, valoroso e franco,
Ed era lungo dal capo alle piante
Ben vinti piedi, e non è un dito manco:
Di lui ve ho racontato ancor davante
Che prese Astolfo, e nome ha Radamanto.
Costui se mosse con la lancia in mano,
E riscontrò su il campo il re Ballano.

9.

Ferì quel re di drieto nelle spalle
Il malvaggio gigante e traditore,
Che del destrier il fie' cadere a valle,
Né valse al re Ballan suo gran valore.
Allo ardito Grifon forte ne calle,
E volta a Radamanto con furore;
E comenciâr battaglia aspra e crudele,
Con animo adirato e con mal fiele.

10.

Levato è il re Ballan con molto ardire,
E francamente al campo si mantiene;
Ma già non puote al suo destrier salire,
Tanto è la gente che adosso li viene.
Esso non resta intorno de ferire,
La spada sanguinosa a due man tiene;
Lui nulla teme e i compagni conforta:
Fatto se ha un cerchio della gente morta.

11.

Il re de Sueza, forte campïone,
Che per nome è chiamato Santaria,
Con una lancia d'un grosso troncone
Scontrò con Antifor di Albarossia;
Già non lo mosse ponto dello arcione,
Ché il cavalliero ha molta vigoria,
E se diffende con molta possanza;
A prima giunta li tagliò la lanza.

12.

Argante di Rossia stava da parte,
Guardando la battaglia tenebrosa;
Ed ecco ebbe adocchiato Brandimarte,
Che facea prova sì meravigliosa,
Che contar non lo può libro né carte.
Tutta la sua persona è sanguinosa;
Mena a due mane quel brando tagliente,
Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente.

13.

A lui se driccia il smisurato Argante
Sopra a un destrier terribile e grandissimo,
E ferì il scudo a Brandimarte avante.
Ma lui tanto era ardito e potentissimo,
Che nulla cura de l'alto gigante,
Benché sia nominato per fortissimo,
Ma con la spada in mano a lui s'affronta;
Ogni lor colpo ben Turpin raconta.

14.

Ma io lascio de dirli nel presente:
Pensati che ciascun forte se adopra.
Ora tornamo a dir de l'altra gente;
Benché la terra de morti se copra,
Quelle gran schiere non sceman nïente.
Par che lo inferno li mandi di sopra,
Da poi che sono occisi, un'altra volta,
Tanto nel campo vien la gente folta.

15.

Fermi non stanno e nove cavallieri,
Ma ver la rocca vanno a più non posso;
La strata fanno aprir coi brandi fieri,
Ducento millia n'ha ciascuno adosso.
Lasciar Ballano a forza li è mestieri,
Ché fo impossibil de averlo riscosso;
Li altri otto ancora son tornati insieme,
Tutta la gente adosso di lor preme.

16.

E detti re son con loro alle mane,
Ciascun di pregio e gran condizïone.
Lurcone e Radamanto ed Agricane
E Santaria e Brontino e Pandragone,
Argante, che fo lungo trenta spane,
Uldano e Poliferno e Saritrone;
Tutti eno insieme, e con gran vigoria
Atterrâr Antifor de Albarossia.

17.

La schiera de quei quattro, che io contai
Che copriva la dama, in sua diffesa
Facea prodezze e meraviglie assai,
Ma troppo è disegual la lor contesa.
Agrican di ferir non resta mai,
Ché vôl la dama ad ogni modo presa,
E gente ha seco di cotanto affare
Che a lor convien la dama abandonare.

18.

Ed essa, che se vede a tal partito,
Di gran paura non sa che si fare,
Scordase dello annel che aveva in dito,
Col qual potea nascondersi e campare.
Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito,
Che de altra cosa non può racordare;
Ma solo Orlando per nome dimanda,
A lui piangendo sol se racomanda.

19.

Il conte, che alla dama è longi poco,
Ode la voce che cotanto amava;
Nel core e nella faccia viene un foco,
Fuor de l'elmo la vampa sfavillava;
Batteva e denti e non trovava loco,
E le genocchie sì forte serrava,
Che Brigliadoro, quel forte corsiero,
Della gran stretta cade nel sentiero;

20.

A benché incontinente fo levato.
Ora ascoltati fuora di misura
Colpi diversi de Orlando adirato,
Che pure a racontarli è una paura.
Il scudo con roina avia gettato,
Ché tutto il mondo una paglia non cura;
Scrolla la testa quella anima insana,
Ad ambe man tiene alta Durindana;

21.

Spezza la gente per tutte le bande.
Or fuor delli altri ha scorto Radamanto
(Prima lo vide, perché era il più grande):
Tutto il tagliò da l'uno a l'altro fianco,
In duo cavezzi per terra lo spande;
Né di quel colpo non parve già stanco,
Ché sopra a l'elmo gionse a Saritrone,
E tutto il fese insino in su l'arcione.

22.

Non prende alcun riposo il paladino,
Ma fulminando mena Durindana,
E non risguarda grande o piccolino,
Li altri re taglia e la gente mezzana.
Mala ventura lì mostrò Brontino,
Che dominava la terra Normana:
Dalla spalla del scudo e piastre e maglia
Sino alla coscia destra tutto il taglia.

23.

Ora ecco il re de' Goti, Pandragone,
Che viene a Orlando crucïoso avante;
Questo se fida nel suo compagnone,
Perché alle spalle ha il fortissimo Argante.
Orlando verso lor va di rondone,
Che già bene adocchiato avia il gigante;
Ma perché a Pandragone agionse in prima,
Per il traverso delle spalle il cima.

24.

A traverso del scudo il gionse a ponto,
E l'una e l'altra spalla ebbe troncata.
Argante era con lui tanto congionto,
Che non puotè schiffarsi in questa fiata,
Ma proprio di quel colpo, come io conto,
Li fo a traverso la panza tagliata;
Però ch'Argante fu di tanta altura,
Che Pandragon li dava alla cintura.

25.

Quel gran gigante volta il suo ronzone
E per le schiere se pone a fuggire,
Portando le budelle su lo arcione.
Mai non se arestò il conte di ferire;
Non ha, come suolea, compassïone,
Tutta la gente intorno fa morire;
Pietà non vale, o dimandar mercede:
Tanto è turbato, che lume non vede.

26.
Non ebbe il mondo mai cosa più scura
Che fo a mirare il disperato conte;
Contra sua spada non vale armatura;
Di gente occisa ha già fatto un gran monte,
Ed ha posto a ciascun tanta paura,
Che non ardiscon di mirarlo in fronte.
Par che ne l'elmo e in faccia un foco gli arda:
Ciascun fugge cridando: - Guarda! guarda! -

27.

Agrican combattea con Aquilante
Alor che Orlando mena tal roina;
Angelica ben presso gli è davante,
Che trema come foglia la meschina.
Eccoti gionto quel conte de Anglante;
Con Durindana mai non se raffina:
Or taglia omini armati, ora destrieri,
Urta pedoni, atterra cavallieri.

28.

Ed ebbe visto il Tartaro da canto,
Che facea de Aquilante un mal governo,
Ed ode della dama il tristo pianto:
Quanta ira allora accolse, io nol discerno.
Su le staffe se riccia, e dassi vanto
Mandar quel re de un colpo nello inferno;
Mena a traverso il brando con tempesta,
E proprio il gionse a mezo della testa.

29.

Fu quel colpo feroce e smisurato,
Quanto alcuno altro dispietato e fiero;
E se non fosse per lo elmo incantato,
Tutto quanto il tagliava de legiero.
Sbalordisce Agricane, e smemorato
Per la campagna il porta il suo destriero;
Lui or da un canto, or dall'altro si piega,
Fuor di se stesso andò ben meza lega.

30.

Orlando per lo campo lo seguia
Con Brigliadoro a redina bandita;
In questo il re Lurcone e Santaria
Con gran furor la dama hanno assalita.
Ciascun de' quattro ben la diffendia,
Ma non vi fu rimedio alla finita:
Tanto la gente adosso li abondaro,
Che al mal suo grado Angelica lasciaro.

31.

Re Santaria davante in su l'arcione
Dal manco braccio la dama portava,
E stava a lui davanti il re Lurcone;
Poliferno ed Uldano il seguitava.
Era a vedere una compassïone
La damigella come lacrimava;
Iscapigliata crida lamentando,
Ad ogni crido chiama il conte Orlando.

32.

Oberto, Clarïone ed Aquilante
Erano entrati nella schiera grossa,
E di persona fan prodezze tante,
Quante puon farsi ad aver la riscossa;
Ma le lor forze non eran bastante,
Tutta è la gente contra de lor mossa.
Ora Agricane in questo se risente:
Tranchera ha in mano, il suo brando tagliente.

33.

Verso de Orlando nequitoso torna
Per vendicare il colpo ricevuto;
Ma il conte vede quella dama adorna,
Che ad alta voce li domanda aiuto.
Là se rivolta, che già non soggiorna,
Ché tutto il mondo non l'avria tenuto;
Più de una arcata se puotea sentire
L'un dente contra a l'altro screcienire.

34.

Il primo che trovò, fo il re Lurcone,
Che avanti a tutti venìa per lo piano.
Il conte il gionse in capo di piatone,
Però che 'l brando se rivolse in mano;
Ma pur lo gettò morto dello arcione,
Tanto fo il colpo dispietato e strano.
L'elmo andò fraccassato in sul terreno,
Tutto di sangue e di cervello pieno.

35.

Or ascoltati cosa istrana e nova,
Che il capo a quel re manca tutto quanto,
Né dentro a l'elmo o altrove se ritrova,
Così l'aveva Durindana infranto.
Ma Santaria, che vede quella prova,
Di gran paura trema tutto quanto,
Né riparar se sa da il colpo crudo,
Se non se fa de quella dama scudo.

36.

Però che Orlando già gli è gionto adosso,
Né diffender se può, né può fuggire;
Temeva il conte di averlo percosso,
Per non far seco Angelica perire.
Essa cridava forte a più non posso:
- Se tu me ami, baron, famel sentire!
Occidi me, io te prego, con tue mane;
Non mi lasciar portare a questo cane. -

37.

Era in quel ponto Orlando sì confuso,
Che non sapeva apena che se fare.
Ripone il brando il conte di guerra uso,
E sopra a Santaria se lascia andare,
Né con altra arma che col pugno chiuso
Se destina la dama conquistare;
Re Santaria, che senza brando il vede,
Di averlo morto o preso ben se crede.

38.

La dama sostenia da il manco lato,
E nella destra mano avea la spada.
Con essa un aspro colpo ebbe menato;
Ma benché il brando sia tagliente e rada,
Già non se attacca a quel conte affatato.
Esso non stette più nïente a bada:
Sopra a quel re ne l'elmo un pugno serra,
E morto il gettò sopra della terra.

39.

Per bocca e naso uscia fuora il cervello,
Ed ha la faccia di sangue vermiglia.
Or se comincia un altro gran zambello,
Però che Orlando quella dama piglia,
E via ne va con Brigliadoro isnello,
Tanto veloce, che è gran meraviglia.
Angelica è sicura di tal scorta,
E del castello è già gionta alla porta.

40.

Ma Trufaldino alla torre se affaccia,
Né già dimostra di volere aprire;
A tutti e cavallier crida e minaccia
Di farli a doglia ed onta ripartire;
Con dardi e sassi a giù forte li caccia.
La dama di dolor volea morire;
Tutta tremava smorta e sbigotita,
Poi che se vede, misera! tradita.

41.

La grossa schiera de' nemici ariva:
Agricane è davante e il fiero Uldano;
Quella gran gente la terra copriva
Per la costa del monte e tutto il piano.
Chi fia colui che Orlando ben descriva,
Che tien la dama e Durindana in mano?
Soffia per ira e per paura geme;
Nulla di sé, ma de la dama teme.

42.

Egli avea della dama gran paura,
Ma di se stesso temeva nïente.
Trufaldin li cacciava dalle mura,
Ed alla rocca il stringe l'altra gente.
Cresce d'ogni ora la battaglia dura,
Perché da il campo continüamente
Tanta copia di frezze e dardi abonda,
Che par che il sole e il giorno se nasconda.

43.

Adrïano, Aquilante e Chiarïone
Fanno contra Agrican molta diffesa;
E Brandimarte, che ha cor di leone,
Par tra' nemici una facella accesa.
Il franco Oberto e l'ardito Grifone
Molte prodezze ferno in quella impresa.
Sotto la rocca stava il paladino,
Ed umilmente prega Trufaldino,

44.

Che aggia pietade di quella donzella
Condotta a caso di tanta fortuna;
Ma Trufaldino per dolce favella
Non piega l'alma di pietà digiuna,
Ché un'altra non fu mai cotanto fella
Né traditrice sotto della luna.
Il conte priega indarno: a poco a poco
L'ira gli cresce, e fa gli occhi di foco.

45.

Sotto la rocca più se fu appressato,
E tien la dama coperta col scudo;
E verso Trufaldin fu rivoltato
Con volto acceso e con sembiante crudo.
Ben che non fusse a minacciare usato,
Ma più presto a ferire, il baron drudo
Or lo scridava con tanta bravura,
Che, non ch'a lui, ma al cel mettea paura.

46.

Stringeva e denti e dicea: - Traditore!
Ad ogni modo non puotrai campare,
Ché questo sasso in meno de quattro ore
Voglio col brando de intorno tagliare,
E pigliarò la rocca a gran furore,
E giù nel piano la vo' trabuccare;
E struggerò quel campo tutto quanto,
E tu serai con loro insieme afranto. -

47.

Cridava il conte in voce sì orgogliosa,
Che non sembrava de parlare umano.
Trufaldino avia l'alma timorosa,
Come ogni traditore ha per certano;
E vista avia la forza valorosa,
Che mostrata avea il conte sopra al piano;
Ché sette re mandati avia dispersi,
Rotti e spezzati con colpi diversi.

48.

E già pareva a quel falso ribaldo
Veder la rocca de intorno tagliata,
E roinar il sasso a giù di saldo
Adosso ad Agricane e sua brigata,
Perché vedeva il conte de ira caldo,
Con gli occhi ardenti e con vista avampata.
Onde a un merlo se affaccia e dice: - Sire,
Piacciati un poco mia ragione odire.

49.

Io non lo niego, e negar non sapria,
Ch'io non abbia ad Angelica fallito;
Ma testimonio il celo e Dio me sia
Che mi fu forza a prender tal partito
Per li duo miei compagni e sua folìa,
Benché ciascun da me si tien tradito;
Ché vennerno con meco a questïone,
Ed io li presi, e posti li ho in pregione.

50.

E benché meco essi abbiano gran torto,
Da loro io non avria perdon giamai;
E come fosser fuora, io serìa morto,
Perché di me son più potenti assai;
Onde per questo io te ragiono scorto,
Che mai qua dentro tu non intrarai,
Se tua persona non promette e giura
Far con sua forza mia vita sicura.

51.

E simil dico de ogni altro barone,
Che voglia teco nella rocca entrare:
Giurarà prima de esser campïone
Per mia persona, e la battaglia fare
Contra a ciascuno, e per ogni cagione
Che alcun dimanda o possa dimandare;
Poi tutti insieme giurareti a tondo
Far mia diffesa contra tutto il mondo. -

52.

Orlando tal promessa ben li niega,
Anci il minaccia con viso turbato;
Ma quella dama, che egli ha in braccio, il prega,
E stretto al collo lo tiene abracciato;
Onde quel cor feroce al fin se piega.
Come volse la dama, ebbe giurato;
E similmente ogni altro cavalliero
Giura quel patto a pieno e tutto intiero.

53.

Sì come dimandar si seppe a bocca,
Fu fatto Trufaldin da lor sicuro.
Lui poi apre la porta e il ponte scocca,
Ed intrò ciascun dentro al forte muro.
Or più vivande non è nella rocca,
Fuor che mezo destrier salato e duro.
Orlando, che di fame venìa meno,
Ne mangiò un quarto, ed anco non è pieno.

54.

Li altri mangiorno il resto tutto quanto,
Sì che bisogna de altro procacciare.
Brandimarte e Adrïan se tran da canto;
Chiarïone ed Oberto de alto affare
Col conte Orlando insieme se dan vanto
Gran vittualia alla rocca portare:
Ad Aquilante e il suo fratel Grifone
Restò la guarda de il forte girone.

55.

Perché alcun cavallier non se fidava
Di Trufaldin, malvaggia creatura,
Però la guardia nova se ordinava
E la diffesa intorno a l'alte mura.
E già l'alba serena se levava,
Poi che passata fo la notte oscura,
Né ancora era chiarito in tutto il giorno,
Che Orlando è armato, e forte sona il corno.

56.

Ode il gran suono la gente nel piano,
Che a tutti quanti morte li minaccia.
Ben se spaventa quel popol villano;
Non rimase ad alcun colore in faccia.
Ciascun piangendo batte mano a mano;
Chi fugge, e chi nasconder se procaccia,
Però che il giorno avanti avian provato
Il furor crudo de Orlando adirato.

57.

Per questo il campo, la parte maggiore,
Per macchie e fossi ascosi se apiatava;
Ma il re Agricane e ciascun gran segnore
Minacciando sua gente radunava.
Non fu sentito mai tanto rumore
Per la gran gente che a furor se armava;
Non ha bastone il re Agrican quel crudo,
Ma le sue schiere fa col brando nudo;

58.

E come vede alcun che non è armato,
O che se alonghi alquanto della schiera,
Subitamente il manda morto al prato.
Guarda de intorno la persona altiera,
E vede il grande esercito adunato,
Che tien da il monte insino alla riviera.
Quattro leghe è quel piano in ogni verso:
Tutto lo copre quel popol diverso.

59.

Gran maraviglia ha il re Agricane il fiero
Che quella gente, grande oltra misura,
Sia spaventata da un sol cavalliero;
Perché ciascun tremava di paura,
Ed esso per se solo in sul destriero
Di contrastare a tutti si assecura;
Quei cavallieri e Orlando paladino
Manco li stima che un sol fanciullino.

60.

E sol se avanta il campo mantenire
A quanti ne uscirà di quella rocca;
Tutti li sfida e mostra molto ardire,
Forte suonando col corno alla bocca.
Ne l'altro canto potereti odire
Come l'un l'altro col brando se tocca,
Che mai più non sentisti un tal ferire:
Poi di Ranaldo tornarovi a dire.



CANTO DECIMOSESTO


1.

Tutte le cose sotto della luna,
L'alta ricchezza, e' regni della terra,
Son sottoposti a voglia di Fortuna:
Lei la porta apre de improviso e serra,
E quando più par bianca, divien bruna;
Ma più se mostra a caso della guerra
Instabile, voltante e roïnosa,
E più fallace che alcuna altra cosa;

2.

Come se puote in Agrican vedere,
Quale era imperator de Tartaria,
Che avia nel mondo cotanto potere,
E tanti regni al suo stato obedia.
Per una dama al suo talento avere,
Sconfitta e morta fu sua compagnia;
E sette re che aveva al suo comando
Perse in un giorno sol per man di Orlando.

3.

Onde esso al campo, come disperato
Suonando il corno, pugna dimandava,
Ed avea il conte Orlando disfidato,
Con ogni cavallier che il seguitava;
E lui soletto, sì come era, al prato
Tutti quanti aspettarli se vantava.
Ma della rocca già se calla il ponte,
Ed esce fuora armato il franco conte.

4.

Alle sue spalle è Oberto da il Leone,
E Brandimarte, che è fior di prodezza,
Il re Adrïano e il franco Chiarïone:
Ciascun quella gran gente più disprezza.
Angelica se pose ad un balcone,
Perché Orlando vedesse sua bellezza;
E cinque cavallier con l'asta in mano
Già son dal monte giù callati al piano.

5.

Quel re feroce a traverso li guarda:
Quasi contra a sì pochi andar se sdegna;
Par che tutta la faccia a foco li arda,
Tanto ha l'anima altiera de ira pregna.
Voltasi alquanto a sua gente codarda,
In cui bontade né virtù non regna,
Né a lor se digna de piegar la faccia,
Ma con gran voce comanda e minaccia:

6.

- Non fusse alcun de voi, zentaglia ville,
Che si movesse già per darmi aiuto!
Se ben venisser mille volte mille
Quanti n'ha 'l mondo, e quanti n'ha già auto,
Con Ercule e Sanson, Ettor e Achille,
Ciascun fia da me preso ed abattuto;
E come occisi ho quei cinque gagliardi,
Ogni om di voi da me poi ben si guardi.

7.

Ché tutti quanti, gente maledetta,
Prima che il sole a sera gionto sia,
Vi tagliarò col brando in pezzi e in fetta,
E spargerove per la prataria;
Perché in eterno mai non se rasetta
A nascer de voi stirpe in Tartaria
Che faccia tal vergogna al suo paese,
Come voi fate nel campo palese. -

8.

Quel populaccio tremando se crola
Come una legier foglia al fresco vento,
Né se avrebbe sentito una parola,
Tanto ciascuno avea de il re spavento.
Trasse Agricane sua persona sola
Fuor della schiera, e con molto ardimento
Pone alla bocca il corno e suona forte:
Ribomba il suono e carne e sangue e morte.

9.

Orlando, che ben scorge in ogni banda
Del re Agricane il smisurato ardire,
A Iesù Cristo per grazia dimanda
Che lo possa a sua fede convertire.
Fassi la croce e a Dio si racomanda,
E poi che vede il Tartaro venire,
Ver lui se mosse con molto ardimento:
Il corso de il destrier par foco e vento.

10.

Se forse insieme mai scontrâr due troni,
Da levante a ponente, al cel diverso,
Così proprio se urtarno quei baroni;
L'uno e l'altro a le croppe andò riverso.
Poi che ebber fraccassato e lor tronconi
Con tal ruina ed impeto perverso,
Che qualunque era d'intorno a vedere,
Pensò che il cel dovesse giù cadere.

11.

Del suo Dio se ricorda ogni om di loro,
Ciascuno aiuto al gran bisogno chiede.
Fu per cadere a terra Brigliadoro:
A gran fatica il conte il tiene in piede.
Ma il bon Baiardo corre a tal lavoro,
Che la polver de lui sola se vede;
Nel fin del corso se voltò de un salto,
Verso de Orlando, sette piedi ad alto.

12.

Era ancor già rivolto il franco conte
Contra al nemico, con la mente altiera;
La spada ha in mano che fu del re Almonte.
Così tratto Agricane avea Tranchera;
E se trovarno due guerreri a fronte,
E di cotali al mondo pochi ne era;
E ben mostrarno il giorno, alla gran prova,
Che raro in terra un par de lor se trova.

13.

Non è chi de essi pieghi o mai se torza,
Ma colpi adoppia sempre, che non resta;
E come lo arboscel se sfronde e scorza
Per la grandine spessa che il tempesta,
Così quei duo baron con viva forza
L'arme han tagliate, fuor che della testa;
Rotti hanno e scudi e spezzati i lamieri,
Né l'un né l'altro ha in capo più cimieri.

14.

Pensò finir la guerra a un colpo Orlando,
Perché ormai gli incresceva il lungo gioco,
Ed a due man su l'elmo menò il brando;
Quel tornò verso il cel gettando foco.
Il re Agrican fra' denti ragionando,
A lui diceva: "Se me aspetti un poco,
Io ti farò la prova manifesta
Chi de noi porta megliore elmo in testa."

15.

Così dicendo un gran colpo disserra
Ad ambe mano, ed ebbe opinïone
Mandare Orlando in due parte per terra,
Ché fender se 'l credea fin su lo arcione.
Ma il brando a quel duro elmo non s'afferra,
Ché anco egli era opra de incantazïone.
Fiello Albrizac, il falso negromante,
E diello in dono al figlio de Agolante;

16.

Questo lo perse, quando a quella fonte
Lo occise Orlando in braccio a Carlo Mano.
Or non più zanze: ritornamo al conte,
Che ricevuto ha quel colpo villano.
Da le piante sudava insin la fronte,
E di far sua vendetta è ben certano;
A poco a poco l'ira più se ingrossa,
A due man mena con tutta sua possa.

17.

Da lato a l'elmo gionse il brando crudo,
E giù discese della spalla stanca;
Più de un gran terzo li tagliò del scudo,
E l'arme e' panni, insin la carne bianca,
Sì che mostrar li fece 'l fianco nudo;
Calla giù il colpo, e discese ne l'anca,
E carne e pelle aponto li risparma,
Ma taglia il sbergo, e tutto lo disarma.

18.

Quando quel colpo sente il re Agricane,
Dice a se stesso: "E' mi convien spaciare.
S'io non me affretto di menar le mane,
A questa sera non credo arivare;
Ma sue prodezze tutte seran vane,
Ch'io il voglio adesso allo inferno mandare;
E non è maglia e piastra tanto grossa,
Che a questo colpo contrastar mi possa."

19.

Con tal parole a la sinestra spalla
Mena Tranchera, il suo brando affilato;
La gran percossa al forte scudo calla,
E più de mezo lo gettò su il prato.
Gionse nel fianco il brando che non falla,
E tutto il sbergo ha de il gallon tagliato;
Manda per terra a un tratto piastre e maglia,
Ma carne o pelle a quel ponto non taglia.

20.

Stanno a veder quei quattro cavallieri
Che venner con Orlando in compagnia,
E mirando la zuffa e i colpi fieri,
E tutti insieme e ciascadun dicia
Che il mondo non avia duo tal guerreri
Di cotal forza e tanta vigoria.
Gli altri pagan, che guardan la tenzone,
Dicean: - Non ce è vantaggio, per Macone! -

21.

Ciascun le botte de' baron misura,
Ché ben iudica e colpi a cui non dole;
Ma quei duo cavallier senza paura
Facean de' fatti, e non dicean parole.
E già durata è la battaglia dura
A l'ora sesta da il levar del sole,
Né alcun di loro ancor si mostra stanco,
Ma ciascun di loro è più che pria franco.

22.

Sì come alla fucina in Mongibello
Fabrica troni il demonio Vulcano,
Folgore e foco batte col martello,
L'un colpo segue a l'altro a mano a mano;
Cotal se odiva l'infernal flagello
Di quei duo brandi con romore altano,
Che sempre han seco fiamme con tempesta;
L'un ferir suona a l'altro, e ancor non resta.

23.

Orlando gli menò d'un gran riverso
Ad ambe man, di sotto alla corona,
E fu il colpo tanto aspro e sì diverso,
Che tutto il capo ne l'elmo gli intona.
Avea Agricane ogni suo senso perso;
Sopra il col di Baiardo se abandona,
E sbigotito se attaccò allo arcione:
L'elmo il campò, che fece Salamone.

24.

Via ne lo porta il destrier valoroso;
Ma in poco de ora quel re se risente,
E torna verso Orlando, furïoso
Per vendicarse a guisa di serpente.
Mena a traverso il brando roïnoso,
E gionse il colpo ne l'elmo lucente:
Quanto puote ferire ad ambe braccia,
Proprio il percosse a mezo della faccia.

25.

Il conte riversato adietro inchina,
Ché dileguate son tutte sue posse;
Tanto fo il colpo pien di gran roina,
Che su la groppa la testa percosse;
Non sa se egli è da sera, o da matina,
E benché alora il sole e il giorno fosse,
Pur a lui parve di veder le stelle,
E il mondo lucigar tutto a fiammelle.

26.
Or ben li monta lo estremo furore:
Gli occhi riversa e strenge Durindana.
Ma nel campo se leva un gran romore,
E suona nella rocca la campana.
Il crido è grande, e mai non fo maggiore:
Gente infinita ariva in su la piana
Con bandiere alte e con pennoni adorni,
Suonando trombe e gran tamburi e corni.

27.

Questa è la gente de il re Galafrone,
Che son tre schiere, ciascuna più grossa.
Per quella rocca, che è di sua ragione,
Vien con gran furia ad averla riscossa;
Ed ha mandato in ogni regïone,
E meza la India ha ne l'arme commossa;
E chi vien per tesor, chi per paura,
Perché è potente e ricco oltra a misura.

28.

Dal mar de l'oro, ove l'India confina,
Vengon le gente armate tutte quante.
La prima schiera con molta roina
Mena Archiloro il Negro, che è gigante;
La seconda conduce una regina,
Che non ha cavallier tutto il levante
Che la contrasti sopra della sella,
Tanto è gagliarda, e ancor non è men bella.

29.

Marfisa la donzella è nominata,
Questa ch'io dico; e fo cotanto fiera,
Che ben cinque anni sempre stette armata
Da il sol nascente al tramontar di sera,
Perché al suo dio Macon se era avotata
Con sacramento, la persona altiera,
Mai non spogliarse sbergo, piastre e maglia,
Sin che tre re non prenda per battaglia.

30.

Ed eran questi il re de Sericana,
Dico Gradasso, che ha tanta possanza,
Ed Agricane, il sir de Tramontana,
E Carlo Mano, imperator di Franza.
La istoria nostra poco adietro spiana
Di lei la forza estrema e la arroganza,
Sì che al presente più non ne ragiono,
E torno a quei che gionti al campo sono.

31.

Con romor sì diverso e tante crida
Passato han Drada, la grossa riviera,
Che par che il cel profondi e se divida.
Dietro alle due venìa l'ultima schiera;
Re Galifrone la governa e guida
Sotto alle insegne di real bandiera,
Che tutta è nera, e dentro ha un drago d'oro.
Or lui vi lascio, e dico de Archiloro,

32.

Che fo gigante di molta grandezza,
Né alcuna cosa mai volse adorare,
Ma biastema Macone e Dio disprezza,
E a l'uno e l'altro ha sempre a minacciare.
Questo Archiloro con molta fierezza
Primeramente il campo ebbe assaltare;
Come un demonio uscito dello inferno
Fa de' nemici strazio e mal governo.

33.

Portava il Negro un gran martello in mano,
(Ancude non fu mai di tanto peso),
Spesso lo mena, e non percote in vano:
Ad ogni colpo un Tartaro ha disteso.
Contra di lui è mosso il franco Uldano
E Poliferno, di furore acceso,
Con due tal schiere, che il campo ne è pieno;
Ciascuna è cento millia, o poco meno.

34.

E quei duo re, non già per un camino,
Ché l'un de l'altro alora non se accorse,
Ferirno al Negro nel sbergo acciarino,
E quel si stette di cadere in forse,
E fu per traboccar disteso e chino;
Ma quel ferir contrario lo soccorse,
Ché Poliferno già l'avea piegato,
Quando il percosse Uldano a l'altro lato.

35.

Sopra alle lancie il Negro se suspese,
Ma già per questo di colpir non resta;
Però che il gran martello a due man prese,
E ferì il Poliferno nella testa,
E tramortito per terra il distese.
Poi volta l'altro colpo con tempesta,
E nel guanciale agionse il forte Uldano,
Sì che de arcione il fie' cadere al piano.

36.

Quei re distesi rimasero al campo.
Passa Archiloro e mostra gran prodezza;
Come un drago infiammato adduce vampo,
Ed elmi, scudi, maglie e piastre spezza,
Né a lui si trova alcun riparo o scampo:
Tutta la gente occide con fierezza;
Fugge ciascuno e non lo può soffrire.
Vede Agricane sua gente fuggire,

37.

E volto a Orlando con dolce favella
Disse: - Deh! cavalliero, in cortesia,
Se mai nel mondo amasti damisella,
O se alcuna forse ami tuttavia,
Io te scongiuro per sua faccia bella,
(Così la ponga amore in tua balìa!):
Nostra battaglia lascia nel presente,
Perch'io doni soccorso alla mia gente.

38.

E benché te più oltra non cognosca
Se non per cavallier alto e soprano,
Da or ti dono il gran regno di Mosca,
Sino al mar di Rossia, che è l'Oceano.
Il suo re è nello inferno a l'aria fosca:
Tu ve il mandasti iersira con tua mano;
Radamanto fo quel, di tanta altura,
Che col brando partisti alla cintura.

39.

Liberamente il suo regno ti dono,
Né credo meglio poterlo alogare,
Ché non ha il mondo cavallier sì bono,
Qual di bontate ti possa avanzare:
Ed io prometto e giuro in abandono
Che un'altra volta me voglio provare
Teco nel campo, per far certo e chiaro
Qual cavalliero al mondo non ha paro.

40.

Più che omo me stimava alora quando
Provata non avea la tua possanza;
Né mi credetti aver diffesa al brando,
Né altro contrasto al colpo de mia lanza;
Ed odendo talor parlar de Orlando,
Che sta in Ponente nel regno di Franza,
Ogni sue forze curavo io nïente,
Me sopra ogni altro stimando potente.

41.

Questa battaglia e lo assalto sì fiero
Che è tra noi stato, e l'aspere percosse
Me hanno cangiato alquanto nel pensiero,
E vedo ch'io sono om di carne e d'osse.
Ma domatina sopra de il sentiero
Farem la ultima prova a nostre posse;
E tu in quel ponto o ver la mia persona
Serà del mondo il fiore e la corona.

42.

Ma or ti prego che per questa fiata
Andar me lascia, cavallier, sicuro;
Se alcuna cosa hai mai nel mondo amata,
Per quella sol te prego e te scongiuro.
Vedi mia gente tutta sbaratata
Da quel gigante smisurato e scuro,
E s'io li dono, per tuo merto, aiuto,
Serò in eterno a te sempre tenuto. -

43.

A benché il conte assai fosse adirato
Pel colpo recevuto a gran martìre,
E volentier se avesse vendicato,
Alla dimanda non seppe disdire,
Perché uno omo gentil e inamorato
Non puote a cortesia giamai fallire.
Così lo lasciò Orlando alla bona ora,
Ed aiutarlo se proferse ancora.

44.

Esso, che aiuto non cura nïente,
Come colui che avea molta arroganza,
Volta Baiardo ch'è tanto potente,
Ed a un suo cavallier tolse una lanza.
Quando tornare il vide la sua gente,
Ciascun riprese core e gran baldanza;
Levasi il crido e risuona la riva:
Tutta la gente torna, che fuggiva.

45.

Il re Agricane alla corona d'oro
Ogni sua schiera di novo rasetta;
Lui davanti se pone a tutti loro
Sopra a Baiardo, che sembra saetta,
E forïoso vòlto ad Archiloro;
Fermo il gigante in su duo piè lo aspetta
Col scudo in braccio e col martello in mano,
Carco a cervelle e rosso a sangue umano.

46.

Il scudo di quel negro un palmo è grosso,
Tutto di nerbo è di elefante ordito.
Sopra di quello Agrican l'ha percosso,
Ed oltra il passa col ferro polito;
Per questo non è lui de loco mosso.
Per quel gran colpo non se piega un dito,
E mena del martello a l'asta bassa:
Giongela a mezo e tutta la fraccassa.

47.

Quel re gagliardo poco o nulla il stima,
Benché veggia sua forza smisurata,
Né fo sua lancia fraccassata in prima,
Che egli ebbe in mano la spada affilata,
E col destrier che di bontade è cima,
Intorno lo combatte tutta fiata;
Or dalle spalle, or fronte, mai non tarda,
Spesso lo assale, e ben de lui se guarda.

48.

Sopra a duo piedi sta fermo il gigante,
Come una torre a cima de castello;
Mai non ha mosso ove pose le piante,
E solo adopra il braccio da il martello.
Or gli è lo re di drieto, ora davante,
Sopra a quel bon destrier, che assembra uccello;
Mena Archiloro ogni suo colpo in fallo,
Tanto è legiero e destro quel cavallo.

49.

Stava a vedere e l'una e l'altra gente,
Dico quei de India e quei di Tartaria,
Sì come a lor non toccasse nïente,
Ma sol fosse da duo la pugna ria.
Così sta ciascadun queto e pon mente,
Lodando ogniuno il suo di vigoria:
Mentre che ciascun guarda e parla e cianza,
Mena Archiloro un colpo di possanza.

50.

Gettato ha il scudo, e il colpo a due man mena,
Ma non gionse Agrican, ché l'avria morto;
Tutto il martello ascose ne l'arena.
Ora il gigante è ben gionto a mal porto:
Callate non avea le braccie apena,
Che il re, qual stava in su lo aviso scorto,
Con tal roina il brando su vi mise,
Che ambe le mane a quel colpo divise.

51.

Restâr le mane al gran martello agionte,
Sì come prima a quello eran gremite;
Fu po' lui morto di taglio e di ponte,
Ché ben date li fôr mille ferite;
E parve a ciascun vendicar sue onte,
Perché egli uccise il dì gente infinite.
Agricane il lasciò, quel segnor forte,
Non se dignando lui darli la morte.

52.

Sì che fo occiso da gente villane,
Come io ve ho detto, e ogniom fésseli adosso.
Poi che l'ebbe lasciato, il re Agricane
Urta Baiardo tra quel popol grosso,
E pone in rotta le gente indïane,
Con tal ruina che contar nol posso.
Quel re li taglia e sprezali con scherno,
E già son gionti Uldano e Poliferno.

53.

Questi duo re gran pezzo sterno al prato
Sì come morti e fuor di sentimento,
Ché ciascuno il martello avea provato,
Come io ve dissi, con grave tormento.
Or era l'uno e l'altro ritornato,
E sopra all'Indïan, con ardimento,
De il colpo ricevuto fan vendetta,
E chi più può, col brando e Nigri affetta.

54.

Non fanno essi riparo, ad altra guisa
Che se diffenda da il fuoco la paglia;
Agrican lor guardava con gran risa,
Ché non degna seguir quella canaglia.
Or sappiati che la dama Marfisa
Ben da due leghe è longi alla battaglia;
Alla ripa del fiume sopra a l'erba
Dormia ne l'ombra la dama superba.

55.

Tanto il core arrogante ha quell'altiera,
Che non volse adoprar la sua persona
Contra ad alcuno, per nulla mainera,
Se quel non porta in capo la corona;
E per questo ne è gita alla rivera,
E sotto un pin dormendo se abandona;
Ma prima, nel smontar che fie' di sella,
Queste parole disse a una donzella,

56.

(Era questa di lei sua cameriera):
Disse Marfisa: - Intendi il mio sermone:
Quando vedrai fuggir la nostra schiera,
E morto o preso lo re Galafrone,
E che atterrata fia la sua bandiera,
Alor me desta e mename il ronzone;
Nanzi a quel ponto non mi far parola,
Ché a vincer basta mia persona sola. -

57.

Dopo questo parlare il viso bello
Colcasi al prato, e indosso ha l'armatura;
E come fosse dentro ad un castello,
Così dormiva alla ripa sicura.
Ora torniamo a dire il gran zambello
De li Indïani, che di alta paura
Vanno a roina, senza alcun riguardo,
Sino alla schiera de il real stendardo.

58.

Re Galafrone ha la schiuma alla bocca,
Poi che sua gente sì vede fuggire;
Ben come disperato il caval tocca,
E vôl quel giorno vincere, o perire.
La figlia sua, che stava nella rocca,
Lo vide a quel gran rischio di morire,
E temendo de ciò, come è dovuto,
Al conte Orlando manda per aiuto.

59.

Manda a pregarlo che senza tardanza
Gli piaccia aiuto al suo patre donare;
E se mai de lui debbe aver speranza,
Voglia quel giorno sua virtù mostrare;
E che debbia tenire in ricordanza
Che dalla rocca lo puotria guardare;
Sì che se adopri, se de amore ha brama,
Poiché al iudicio sta della sua dama.

60.

Lo inamorato conte non si posa,
E trasse Durindana con furore,
E fie' battaglia dura e tenebrosa,
Come io vi conterò tutto il tenore.
Ma al presente io lascio qui la cosa,
Per tornare a Ranaldo di valore,
Qual, come io dissi, dentro un bel verziero
Vide giacersi al fonte un cavalliero.

61.

Piangea quel cavallier sì duramente,
Che avria fatto un dragon di sé pietoso;
Né di Ranaldo si accorgea nïente,
Perché avea basso il viso lacrimoso.
Stava il principe quieto, e ponea mente
Ciò che facesse il baron doloroso;
E ben che intenda che colui se dole,
Scorger non puote sue basse parole.

62.

Unde esso dismontava dello arcione,
E con parlar cortese il salutava;
E poi li adimandava la cagione
Perché così piangendo lamentava.
Alciò la faccia il misero barone:
Tacendo, un pezzo Ranaldo guardava,
Poi disse: - Cavallier, mia trista sorte
Me induce a prender voluntaria morte.

63.

Ma per Dio vero e per mia fè ti giuro,
Che non è ciò quel che mi fa dolere;
Anzi alla morte ne vado sicuro,
Come io gissi a pigliare un gran piacere;
Ma solo ene al mio cor doglioso e duro
Quel che morendo mi convien vedere;
Però che un cavallier prodo e cortese
Morirà meco, e non vi avrà diffese. -

64.

Dicea Ranaldo: - Io te prego, per Dio,
Che me raconti il fatto come è andato,
Poi de saperlo m'hai posto in disio,
Veggendo il tuo languir sì sterminato. -
Alciò la fronte con sembiante pio
Quel cavallier che giacea sopra il prato,
E poi rispose con doglioso pianto,
Come io vi conterò ne l'altro canto.



CANTO DECIMOSETTIMO


1.

Io vi promisi contar la risposta,
Ne l'altro canto, di quel cavalliero
Che avea l'alma a sospirar disposta,
Quando Ranaldo lo trovò al verziero,
Presso alla fonte di fronde nascosta;
Ora ascoltati il fatto bene intiero.
Quel cavallier in voce lacrimose
Con tal parole a Ranaldo rispose:

2.

- Vinte giornate de quindi vicina
Sta una gran terra de alta nobiltade,
Che già de l'Orïente fo regina;
Babilonia se appella la citade.
Avia una dama nomata Tisbina,
Che in lo universo, in tutte le contrade,
Quanto il sol scalda e quanto cinge il mare,
Cosa più bella non se può mirare.

3.

Nel dolce tempo di mia età fiorita
Fu'io di quella dama possessore,
E fu la voglia mia sì seco unita,
Che nel suo petto ascoso era il mio core.
Ad altri la concessi alla finita:
Pensa se a questo fare ebbi dolore!
Lasciar tal cosa è dôl maggiore assai
Che desïarla e non averla mai.

4.

Come una parte de l'anima mia
Da il cor mi fosse per forza divisa,
Fuor di me stesso vivendo moria,
Pensa tu con qual modo ed a qual guisa!
Due volte tornò il sole alla sua via
Per vinte e quattro lune, alla recisa,
Ed io, sempre piangendo, andai mischino
Cercando il mondo come peregrino.

5.

Il lungo tempo e le fatiche assai
Ch'io sosteneva al diverso paese,
Pur me alentarno gli amorosi guai
De che ebbi l'osse e le medolle accese;
E poi Prasildo, a cui quella lasciai,
Fo un cavallier sì prodo e sì cortese,
Che ancor me giova avermi per lui privo,
E sempre giovarà, se sempre vivo.

6.

Or, seguendo la istoria, io me ne andava
Cercando il mondo, come disperato,
E, come volse la fortuna prava,
Nel paese de Orgagna io fu' arivato.
Una dama quel regno governava,
Ché il suo re Poliferno era asembrato
Con Agricane insieme, a far tenzone
Per una figlia de il re Galafrone.

7.

La dama che quel regno aveva in mano,
Sapea de inganni e frode ogni mistiero;
Con falsa vista e con parlare umano
Dava recetto ad ogni forastiero.
Poi che era gionto, se adoprava in vano
Indi partirse, e non vi era pensiero
Che mai bastasse di poter fuggire,
Ma crudelmente convenia morire.

8.

Però che la malvaggia Falerina
(Ché cotal nome ha quella incantatrice
Che ora de Orgagna se appella regina)
Avea un giardino nobile e felice;
Fossa nol cinge, né sepe di spina,
Ma un sasso vivo intorno fa pendice,
E sì lo chiude de una centa sola,
Che entro passar non puote chi non vola.

9.

Aperto è il sasso verso il sol nascente,
Dove è una porta troppo alta e soprana;
Sopra alla soglia sta sempre un serpente,
Che di sangue se pasce e carne umana.
A questo date son tutte le gente
Che sono prese in quella terra strana:
Quanti ne gionge, prende ciascuna ora,
E là li manda; e il drago li divora.

10.

Or, come io dissi, in quella regïone
Fui preso a inganno, e posto a la catena;
Ben quattro mesi stetti in la pregione,
Che era de cavallieri e dame piena.
Io non ti dico la compassïone
Che era a vederci tutti in tanta pena;
Duo ne eran dati al drago in ogni giorno,
Come la sorte se voltava intorno.

11.

Il nome de ciascuno era signato
Insieme de una dama e cavalliero;
E così ne era a divorar mandato
Quel par che alla pregione era primiero.
Or, stando in questa forma impregionato,
Né avendo de campare alcun pensiero,
La ria fortuna che me avia battuto,
Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto.

12.

Perché Prasildo, quel baron cortese
Per cui dolente abandonai Tisbina
E Babilonia, il mio dolce paese,
Ebbe a sentir de mia sorte meschina.
Io non sapria già dir come lo intese;
Ma giorno e notte lui sempre camina,
E, con molto tesoro, iscognosciuto
Fu ne' confini de Orgagna venuto.

13.

Ivi se pose quel baron soprano
Per il mio scampo molto a praticare,
E proferse grande oro al guardïano,
Se di nascosto me lasciava andare;
Ma poi che egli ebbe ciò tentato in vano,
Né a prieghi o prezo lo pote piegare,
Ottenne per danari o per bel dire
Che, per camparmi, lui possa morire.

14.

Così fui tratto della pregion forte,
E lui fo incatenato al loco mio.
Per darmi vita, lui vôl prender morte:
Vedi quanto è il baron cortese e pio!
Ed oggi è il giorno della trista sorte,
Che lui serà condotto al loco rio
Dove il serpente e miseri divora;
Ed io quivi lo aspetto ad ora ad ora.

15.

E bench'io sappia e cognosca per certo
Che bastante non sono a darli aiuto,
Voglio mostrare a tutto il mondo aperto
Quanto a quel cor gentile io sia tenuto
A render guidardon di cotal merto;
Però che, come quivi fia venuto,
Con quei che il menan prenderò battaglia,
Benché sian mille e più quella canaglia.

16.

E quando io sia da quella gente occiso,
Serami quel morir tanto iocondo
Ch'io ne andarò di volo in paradiso,
Per starmi con Prasildo a l'altro mondo.
Ma quando io penso che serà diviso
Lui da quel drago, tutto mi confondo,
Poi ch'io non posso, ancor col mio morire,
Tuorli la pena di tanto martìre. -

17.

Così dicendo, il viso lacrimoso
Quel cavalliero alla terra abassava.
Ranaldo, odendo il fatto sì pietoso,
Con lui teneramente lacrimava,
E con parlar cortese ed animoso,
Proferendo se stesso, il confortava,
Dicendo a lui: - Baron, non dubitare,
Che il tuo compagno ancor puotrà campare.

18.

Se dua cotanta fosse la sbiraglia
Che qua lo conduranno, io non ne curo;
Manco gli stimo che un fascio di paglia,
E per la fè di cavallier te giuro
Ch'io te li scoterò con tal travaglia,
Che alcun di lor non si terrà securo
De aver fuggita da mia man la morte,
Sin che sia gionto de Orgagna alle porte. -

19.

Guardando il cavalliero e sospirando,
Disse: - Deh vanne a la tua via, barone!
Ché qua non se ritrova il conte Orlando,
Né il suo cognato, che è figlio de Amone.
Noi altri facciamo assai alora quando
Tenemo campo ad un sol campïone;
Niuno è più de uno omo, e sia chi il vuole:
Lascia pur dir, ché tutte son parole.

20.

Pàrtite in cortesia, ché già non voglio
Che tu per mia cagion sia quivi gionto;
Parte non hai di quel grave cordoglio
Che me induce a morir, come io t'ho conto;
Ed io non posso mo, sì come io soglio,
Renderti grazia, a questo estremo ponto,
Del tuo bon core e de la tua proferta:
Dio te la renda, ed a chiunque il merta. -

21.

Disse Ranaldo: - Orlando non son io,
Ma pure io farò quel che aggio proferto;
Né per gloria lo faccio o per desio
D'aver da te né guidardon né merto;
Ma sol perché io cognosco, al parer mio,
Che un par de amici al mondo tanto certo
Né ora se trova, né mai se è trovato:
S'io fossi il terzo, io me terria beato.

22.

Tu concedesti a lui la donna amata,
E sei del tuo diletto al tutto privo;
Egli ha per te sua vita impregionata,
Or tu sei senza lui di viver schivo.
Vostra amistate non fia mai lasciata,
Ma sempre serò vosco, e morto e vivo;
E se pur oggi aveti ambo a morire,
Voglio esser morto per vosco venire. -

23.

Mentre che ragionarno in tal maniera,
Una gran gente viddero apparire,
Che portano davanti una bandiera,
E due persone menano a morire.
Chi senza usbergo, chi senza gambiera,
Chi senza maglia si vedea venire,
Tutti ribaldi e gente da taverna;
E peggio in ponto è quel che li governa.

24.

Era colui chiamato Rubicone,
Che avia ogni gamba più d'un trave grossa;
Seicento libre pesa quel poltrone,
Superbo, bestïale e di gran possa;
Nera la barba avea come un carbone
Ed a traverso al naso una percossa;
Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno:
Mai sol nascente nol trovò digiuno.

25.

Costui menava una donzella avante,
Incatenata sopra un palafreno,
E un cavallier cortese nel sembiante,
Legato come lei, né più né meno.
Guarda Ranaldo al palafreno amblante,
E ben cognobbe quel baron sereno
Che la meschina è quella damisella
Che gli contò de Iroldo la novella;

26.
Poi li fo tolta ne la selva ombrosa
Da quel centauro contrafatto e strano.
Lui più non guarda, e senza alcuna posa
De un salto si gettò su Rabicano.
Diciamo della gente dolorosa,
Che erano più de mille in su quel piano:
Come Ranaldo viddero apparire,
Per la più parte se derno al fuggire.

27.

Già l'altro cavalliero era in arcione,
Ed avia tratta la spada forbita;
Ma il principe se driccia a Rubicone,
Ché tutta l'altra gente era smarita
E lui faceva sol deffensïone.
Questa battaglia fo presto finita,
Perché Ranaldo de un colpo diverso
Tutto il tagliò per mezo del traverso.

28.

E dà tra li altri con molta tempesta,
Benché de occider la gente non cura,
E spesso spesso de ferir se arresta,
Ed ha diletto de la lor paura;
Ma pur a quattro gettò via la testa,
Duo ne partite insino alla cintura;
Lui ridendo e da scherzo combattia,
Tagliando gambe e braccie tuttavia.

29.

Così restarno al campo e due pregioni,
Ciascun legato sopra il suo destriero,
Poi che fuggiti fôrno quei bricconi,
Che de condurli a morte avian pensiero.
Su il prato, tra bandiere e gonfaloni
E targhe e lancie, è Rubicone altiero,
Feso per mezo e tagliato le braccia:
Ranaldo gli altri tutta fiata caccia.

30.

Ma Iroldo, il cavallier ch'io vi contai
Che stava alla fontana a lamentare,
Poi che anco egli ebbe de lor morti assai,
Corse quei duo pregioni a dislegare.
Più non fu lieto alla sua vita mai;
Prasildo abraccia, e non puotea parlare,
Ma, come in gran letizia far si suole,
Lacrime dava in cambio di parole.

31.

Il principe era longe da due miglia,
Sempre cacciando il popol spaventato,
Quando quei duo baron con meraviglia
Guardano a Rubicon, che era tagliato
Per il traverso, alla terra vermiglia.
Essi mirando il colpo smisurato,
Dicean che non era omo, anzi era Dio,
Che sì gran busto col brando partio.

32.

Callava già Ranaldo giù del monte,
Avendo fatta gran destruzïone;
Ciascun de' due baron con le man gionte
Come idio l'adorarno ingenocchione,
E a lui devotamente, in voce pronte,
Diceano: - O re del celo, o Dio Macone,
Che per pietate in terra sei venuto
In tanta nostra pena a darci aiuto!

33.

Per cagion nostra giù del cel lucente
Or sei disceso a mostrarci la faccia;
Tu sei lo aiuto de l'umana gente
Né mai salvarli il tuo volto si saccia;
Fa ciascadun di noi recognoscente,
Dapoi che ce hai donata cotal graccia,
Sì che per merto al fin se troviam degni
Di star con teco nelli eterni regni. -

34.

Ranaldo se turbò nel primo aspetto,
Veggendosi adorare in veritate;
Ma, ascoltandoli poi, prese diletto
Del paccio aviso e gran simplicitate
De questi, che il chiamavan Macometto,
E a lor rispose con umilitate:
- Questa falsa credenza via togliete,
Ch'io son di terra, sì come voi sete.

35.

Tutto è di fango il corpo e questa scorza:
L'anima non, che fo da Cristo espressa;
Né ve maravigliati di mia forza,
Ché esso per sua pietà me l'ha concessa.
Lui la virtute accende, e lui la smorza,
E quella fede, che il mio cor confessa,
Quando si crede drittamente e pura,
De ogni spavento l'animo assicura. -

36.

Con più parole poi li racontava
Sì come egli era il sir de Montealbano;
E tutta nostra fede predicava,
E perché Cristo prese corpo umano;
Ed in conclusïon tanto operava,
Che l'uno e l'altro se fie' cristïano,
Dico Iroldo e Prasildo, per suo amore,
Macon lasciando ed ogni falso errore.

37.

Poi tutti tre parlarno alla donzella,
A lei mostrando diverse ragione
Che pigliar debba la fede novella,
La falsità mostrando di Macone.
Essa era saggia sì come era bella,
Però, contrita e con devozïone,
Coi cavallieri insieme, a la fontana
Fo per Ranaldo fatta cristïana.

38.

Esso da poi con bel parlare espose
Che egli intendeva de andare al giardino,
Qual fatto ha tante gente dolorose,
E con lor se consiglia del camino.
Ma la donzella subito rispose:
- Da tal pensier te guarda Dio divino!
Non potresti acquistare altro che morte,
Tanto è lo incanto a meraviglia forte.

39.

Io aggio un libro, dove sta depinto
Tutto il giardino a ponto, con misura;
Ma nel presente solo avrò distinto
Della sua entrata la strana ventura;
Però che quello è de ogni parte cinto
De un'alta pietra, tanto forte e dura,
Che mille mastri a botta de picone
Non ne puotrian spezzar quanto un bottone.

40.

Dove il sol nasce, a mezo un torrïone
Evi una porta de marmo polito;
Sopra alla soglia sta sempre il dragone,
Qual, da che nacque, mai non ha dormito,
Ma fa la guarda per ogni stagione;
E quando fosse alcun d'entrare ardito,
Convien con esso prima battagliare:
Ma poi che è vinto, assai li è più che fare;

41.

Ché incontinente la porta se serra,
Né mai per quella si può far ritorno,
E cominciar conviensi un'altra guerra,
Perché una porta se apre a mezo giorno;
Ad essa in guardia n'esce della terra
Un bove ardito, ed ha di ferro un corno,
L'altro di foco: e ciascun tanto acuto,
Che non vi giova sbergo, piastre o scuto.

42.

Quando pur fosse questa fiera morta,
Che serìa gran ventura veramente,
Come la prima, è chiusa quella porta,
E l'altra se apre verso lo occidente,
Ed ha diffesa niente a la sua scorta:
Uno asinel, che ha la coda tagliente
Come una spada, e poi l'orecchie piega
Come li piace, e ciascuno omo lega.

43.

E la sua pelle è di piastre coperta,
E sembra d'oro, e non si può tagliare;
Sin che egli è vivo, sta sua porta aperta:
Come egli è morto, mai più non appare.
Ma poi la quarta, come il libro acerta,
Subito s'apre, e là conviensi andare;
Questa risponde proprio a tramontana,
Dove non giova ardire o forza umana.

44.

Ché sopra a quella sta un gigante fiero,
Qual la difende con la spada in mano;
E se egli è occiso de alcun cavalliero,
Della sua morte duo ne nasce al piano.
Duo ne nasce alla morte del primiero,
Ma quattro del secondo a mano a mano,
Otto del terzo, e sedici del quarto
Nascono armati del lor sangue sparto.

45.

E così crescerebbe in infinito
Il numero di lor, senza menzogna;
Sì che lascia, per Dio! questo partito,
Che è pien d'oltraggio, danno e di vergogna.
Il fatto proprio sta come hai sentito,
Sì che farli pensier non ti bisogna.
Molti altri cavallier lì sono andati:
Tutti son morti, e mai non son tornati.

46.

Se pur hai voglia di mostrare ardire,
E di provare un'altra novitate,
Assai fia meglio con meco venire
A fare una opra di molta pietate,
Come altra fiata io t'ebbi ancora a dire;
E tu mi promettesti in veritate
Venir con meco, ed esser mio campione,
Per trare Orlando e li altri di pregione. -

47.

Stette Ranaldo un gran pezzo pensoso,
E nulla alla donzella respondia,
Perché entrare al giardin meraviglioso
Sopra ogni cosa del mondo desia,
E non è fatto il baron paüroso
Del gran periglio che sentito avia;
Ma la difficultà quanto è maggiore,
Più li par grata e più degna d'onore.

48.

Da l'altra parte, la promessa fede
Alla donzella, che la ricordava,
Forte lo strenge; e quella ora non vede
Ch'el trovi Orlando, che cotanto amava.
Oltra di questo, ben certo si crede
Un'altra volta, come desïava,
A quel giardino soletto venire,
Ed entrar dentro, e conquistarlo, e uscire.

49.

Sì che nel fin pur se pose a camino
Con la donzella e con quei cavallieri.
Sempre ne vanno, da sira al matino,
Per piano e monte e per strani sentieri;
E della selva già sono al confino,
Dove suolea vedersi il bel verzieri
Di Dragontina, sopra alla fiumana,
Che ora è disfatto, e tutto è terra piana.

50.

Come io vi dissi, il giardin fu disfatto,
E il bel palagio, e il ponte, e la riviera,
Quando fo Orlando con quelli altri tratto;
Ma Fiordelisa a quel tempo non vi era,
E però non sapea di questo fatto,
E trovar Brandimarte ella se spera,
E con lo aiuto del figliuol de Amone
Trarlo con li altri fuor della pregione.

51.

E cavalcando per la selva scura,
Essendo mezo il giorno già passato,
Viddon venir correndo alla pianura
Sopra un cavallo uno omo tutt'armato,
Che mostrava alla vista gran paura;
Ed era il suo caval molto affannato,
Forte battendo l'uno e l'altro fianco;
Ma l'omo trema, ed è nel viso bianco.

52.

Ciascadun di novelle il dimandava,
Ma lui non respondeva alcuna cosa,
E pure adietro spesso risguardava.
Dopo, alla fine, in voce paürosa,
Perché la lingua col cor li tremava,
Disse: - Male aggia la voglia amorosa
Del re Agricane, ché per quello amore
Cotanta gente è morta a gran dolore!

53.

Io fui, segnor, con molti altri attendato
Intorno ad Albracà con Agricane;
Fo Sacripante de il campo cacciato,
Ed avemmo la terra nelle mane;
Solo il girone ad alto fo servato.
Ed ecco ritornare una dimane
La dama, che la rocca diffendia,
Con nove cavallieri in compagnia:

54.

Tra i quali io vi conobbi il re Ballano
E Brandimarte e Oberto da il Leone;
Ma non cognosco un cavallier soprano,
Che non ha di prodezza parangone.
Tutti soletto ce cacciò del piano;
Occise Radamanto e Saritrone
Con altri cinque re, che in quella guerra
Tutti in duo pezi fece andar per terra.

55.

Io vidi (e ancor mi par ch'io l'aggia in faccia)
Giongere a Pandragone in sul traverso;
Tagliolli il petto e nette ambe le braccia.
Da poi ch'io vidi quel colpo diverso,
Dugento miglia son fuggito in caccia,
E volentier me avria nel mar sumerso,
Perché averlo alle spalle ognior mi pare.
A Dio sïàti; io non voglio aspettare,

56.

Ch'io non mi credo mai esser sicuro,
Sin ch'io non sono a Roccabruna ascoso;
Levarò il ponte, e starò sopra al muro. -
Queste parole disse il paüroso,
E fuggendo nel bosco folto e scuro
Uscì de vista nel camino umbroso.
La damisella e ciascun cavalliero
Rimase del suo dire in gran pensiero.

57.

E l'un con l'altro insieme ragionando
Compreser che e baroni eran campati,
E che quel cavalliero è il conte Orlando,
Che facea colpi sì disterminati;
Ma non sanno stimare o come o quando,
E con qual modo e' siano liberati;
Ma tutti insieme sono de un volere:
Indi partirsi ed andarli a vedere.

58.

Fuor del deserto, per la dritta strada,
Sopra il mar del Bacù van tuttavia.
Essendo gionti al gran fiume di Drada,
Videro un cavallier, che in dosso avia
Tutte arme a ponto, ed al fianco la spada:
Una donzella il suo destrier tenìa;
Però che alor montava in arcïone,
Quella teniva il freno al suo ronzone.

59.

Ai compagni se volse Fiordelisa
Dicendo: - S'io non fallo al mio pensiero,
E se io ramento ben questa divisa,
Quel che vedeti, non è un cavalliero,
Anci una dama, nomata Marfisa,
Che in ogni parte, per ogni sentiero,
Quanto la terra può cercarsi a tondo,
Cosa più fera non si trova al mondo.

60.

Unde a voi tutti so ben racordare
Che non entrati di giostra al periglio:
Spacciànci pur de adrieto ritornare.
Credeti a me, che bene io vi consiglio:
Se non ci ha visto, potremo campare,
Ma se adosso vi pone il fiero artiglio,
Morir conviensi con dolore amaro,
Ché non si trova a sua possa riparo. -

61.

Ride Ranaldo di quelle parole,
E del consiglio la dama ringraccia,
Ma veder quella prova al tutto vôle;
Prende la lancia, il forte scudo imbraccia.
Era salito a mezo il celo il sole,
Quando quei duo fôr gionti a faccia a faccia,
Ciascun tanto animoso e sì potente
Che non stimava l'un l'altro nïente.

62.

Marfisa riguardava il fio de Amone,
Che li sembrava ardito cavalliero;
Già tien per guadagnato il suo ronzone,
Ma sudar prima li farà mestiero.
Fermosse l'uno e l'altro in su lo arcione
Per trovarse assettato al scontro fiero;
E già ciascuno il suo destrier voltava,
Quando un messaggio in su il fiume arivava.

63.

Era quel messagiero vecchio antico,
E seco avea da vinti omini armati.
Gionto a Marfisa, disse: - Il tuo nemico
Ce ha tutti al campo rotti e dissipati.
Morto è Archiloro, e non vi valse un fico
Il suo martello e i colpi smisurati;
E fo Agricane che occise il gigante:
Tutta la gente a lui fugge davante.

64.

Re Galafrone a te se racomanda,
Ed in te sola ha posta sua speranza,
L'ultimo aiuto a te sola dimanda.
Fa che il tuo ardire e la tua gran possanza
In questo giorno per nome si spanda;
E il re Agricane, che ha tanta arroganza
Che crede contrastare a tutto il mondo,
Sia per te preso, o morto, o messo al fondo. -

65.

Disse Marfisa: - Un poco ivi rimane,
Ch'io vengo al campo senza far dimora;
Ora che questi tre mi sono in mane,
Darotegli prigioni in poco de ora;
Poi prenderaggio presto il re Agricane,
Che bene aggia Macone e chi lo adora!
Vivo lo prenderò, non dubitare,
Ed alla rocca lo farò filare. -

66.

E più non disse la persona altiera,
Ma verso il cavallier se ebbe a voltare;
E poi con voce minacciante e fiera
Tutti tre insieme li ebbe a disfidare.
Fo la battaglia sopra alla rivera
Terribile e crudele a riguardare,
Ché ciascun oltra modo era possente,
Come odirete nel canto seguente.



CANTO DECIMOTTAVO


1.

Nel canto qua di sopra aveti odito
Quando Marfisa, quella dama acerba,
Tre cavallier in su il prato fiorito
Avea sfidati con voce superba.
Prasildo era omo presto e molto ardito,
Subitamente se mise per l'erba:
Benché Ranaldo fosse il più onorato,
Lui prima mosse, senza altro combiato.

2.

Quello scontrar che fie' con la donzella
Roppe sua lancia, e lei già non ha mossa;
Ma lui de netto uscì fuor della sella,
E cadde al prato con grave percossa.
Alor parlava quella dama bella:
- Su, presto, a li altri! che partir me possa.
Vedete qua il messaggio che me affretta,
Ché il re Agricane a battaglia me aspetta. -

3.

Iroldo, come vide il compagnone
Al crudo scontro in su la terra andare,
E tra li armati menarlo pregione,
Corse alla giostra senza dimorare;
E così cadde anco esso dello arcione.
Ora nel terzo più serà che fare;
Se vi piace, segnor, state ad odire
La fiera mossa e l'aspero colpire.

4.

Una grossa asta portava Marfisa
De osso e de nerbo, troppo smisurata;
Nel scudo azuro aveva per divisa
Una corona in tre parte spezzata;
La cotta d'arme pure a quella guisa,
E la coperta tutta lavorata;
E per cimer ne l'elmo, al sommo loco,
Un drago verde, che gettava foco.

5.

Era il foco ordinato in tal maniera
Che ardeva con romore e con gran vento;
Quando essa entrava alla battaglia fiera,
Più gran furor menava e più spavento;
Ogni malia che ha in dosso e ogni lamiera
Tutti eran fatti per incantamento;
Da capo a piedi per questa armatura
Era diffesa la dama e sicura.

6.

Fu il suo ronzone il più dismisurato
Che giamai producesse la natura:
Era tutto rosigno e saginato,
Con testa e coda ed ogni gamba scura;
Benché non fosse per arte affatato,
Fu di gran possa e fiero oltra a misura.
Sopra di questo la forte regina
Con impeto se mosse e gran roina.

7.

Da l'altra parte il franco fio de Amone
Con una lancia a meraviglia grossa
Vien furïoso, quel cor di leone,
E proprio nella vista l'ha percossa;
Ma, come avesse gionto a un torrïone,
Non ha piegata Marfisa, né mossa.
A tronchi ne andò l'asta con romore,
Né restò pezzo de un palmo maggiore.

8.

Gionse Ranaldo la dama diversa
In fronte a l'elmo, con molta tempesta;
Sopra alle groppe adietro lo riversa,
Tutta ne l'elmo gli intona la testa.
Ora ha Marfisa pur sua lancia persa,
Perché se fraccassò sino alla resta;
In cento e sei battaglie era lei stata
Con quella lancia, e sempre era durata.

9.

Ora se roppe al scontro furïoso:
Ben se ne meraviglia la donzella,
Ma più la ponge il crucio disdegnoso,
Perché Ranaldo ancora è in su la sella.
Chiama iniquo Macone e doloroso,
Cornuto e becco Trivigante appella:
- Ribaldi, - a lor dicea - per qual cagione
Tenete il cavalliero in su lo arcione?

10.

Venga un di voi, e lasciasi vedere,
E pigli a suo piacer questa diffesa,
Ch'io farò sua persona rimanere
Qua giù riversa e nel prato distesa.
Voi non voliti mia forza temere,
Perché là su non posso esser ascesa;
Ma, se io prendo il camino, io ve ne aviso,
Tutti vi occido, ed ardo il paradiso. -

11.

Mentre che la orgogliosa sì minaccia,
E vuol disfare il celo e il suo Macone,
Ranaldo ad essa rivolta la faccia,
Che era stato buon pezzo in stordigione,
E de gire a trovarla se procaccia;
Ma lei, che non stimava quel barone,
Quando contra di sé tornare il vide,
Altieramente disdignando ride.

12.

- Ora ché non fuggivi, sciagurato,
Mentre che ad altro il mio pensiero attese?
Forse hai diletto indi esser pigliato,
Perché altrimente non trovi le spese?
Ma, per mia fede! sei male incapato,
Ed al presente te dico palese,
Come io te avrò tutt'arme dispogliate,
Via cacciarotte a suon di bastonate. -

13.

Cotal parole usava quella altera;
Il pro' Ranaldo risponde nïente.
Esso zanzar non vôl con quella fera,
Ma fa risposta col brando tagliente;
E, come fu con seco alla frontera,
Non pose indugia al suo ferir nïente,
Ma sopra a l'elmo de Fusberta mena:
Marfisa non sentì quel colpo apena.

14.

Lei per quel colpo nïente se muta,
Ma un tal ne dette al cavalliero ardito,
Che batter li fie' il mento alla barbuta:
Calla nel scudo, e tutto l'ha partito.
Maglia, né piastra, né sbergo lo aiuta,
Ma crudelmente al fianco lo ha ferito.
Quando Ranaldo sente il sangue ch'esce,
L'ira, l'orgoglio e l'animo gli cresce.

15.

Mai non fo gionto a così fatto caso,
Come or se trova, il sir de Montealbano.
Getta via il scudo che li era rimaso,
E furïoso mena ad ambe mano:
Benché il partito vide aspro e malvaso,
Non ha paura quel baron soprano;
Ma con tal furia un colpo a due man serra,
Che tutto il scudo li gettò per terra,

16.

E sopra al braccio manco la percosse,
Sì che li fece abandonar la briglia.
Molto de ciò la dama se commosse,
E prese del gran colpo meraviglia;
Sopra alle staffe presto redricciosse
Tutta nel viso per furor vermiglia,
Ed un gran colpo a quel tempo menava,
Quando Ranaldo l'altro radoppiava.

17.

Perché ancora esso già non stava a bada,
Anci li rispondeva di bon gioco;
Ora se incontra l'una a l'altra spada,
E quelle, gionte, se avamparno a foco.
Tagliente è ben ciascuna, e par che rada,
Ma fie' l'ultima prova questo loco;
Fusberta come un legno l'altra afferra,
Più de un gran palmo ne gettò per terra.

18.

Quando Marfisa vide che troncata
Era la ponta di sua spada fina,
Che prima fu da lei tanto stimata,
Rimena colpi de molta ruina
Sopra Ranaldo, come disperata;
Ma lui, che del scrimire ha la dottrina,
Con l'occhio aperto al suo ferire attende,
E ben se guarda e da lei se diffende.

19.

Menò Marfisa un colpo con tempesta,
Credendo averlo còlto alla scoperta;
Se lo giongeva la botta rubesta,
Era sua vita nel tutto deserta.
Lui, che ha la vista a meraviglia presta,
Da basso se ricolse con Fusberta,
E gionse il colpo nella destra mano,
Sì che cader li fece il brando al piano.

20.

Quando essa vide la sua spada in terra,
Non fu ruina al mondo mai cotale;
Il suo destrier con ambi sproni afferra,
Urta Ranaldo a furia di cingiale,
E col viso avampato un pugno serra:
Dal lato manco il gionse nel guanziale,
E lo percosse con tanta possanza,
Che assai minor fu il scontro de la lanza.

21.

Io di tal botta assai me maraviglio,
Ma come io dico, lo scrive Turpino;
Fuor delle orecchie uscia il sangue vermiglio,
Per naso e bocca a quel baron tapino.
Campar lo fece dal mortal periglio
Lo elmo afatato che fo de Mambrino;
Ché se un altro elmo in testa se trovava,
Longe dal busto il capo li gettava.

22.

Perse ogni sentimento il cavalliero,
Benché restasse fermo in su la sella.
Or lo portò correndo il suo destriero,
Né mai gionger lo puote la donzella,
Ché quel ne andava via tanto legiero,
Che per li fiori e per l'erba novella
Nulla ne rompe il delicato pede;
Non che si senta, ma apena si vede.

23.

Marfisa de stupore alciò le ciglia,
Quando vide il destrier sì presto gire;
Ritorna adrieto e il suo brando repiglia,
E poi di novo se il pose a seguire;
Ma già longe è Ranaldo a meraviglia,
E come prima venne a resentire,
Verso Marfisa volta con gran fretta,
Voluntaroso a far la sua vendetta.

24.

E' se sentia di sangue pien la faccia,
Ed a se stesso se lo improperava,
Dicendo: "Ove vorrai che mai se saccia
La tua codarda prova, anima prava?
Ecco una feminella che te caccia!
Or che direbbe il gran conte di Brava,
Se me vedesse qua nel campo stare
Contro una dama e non poter durare?"

25.

Così dicendo il principe animoso
Stringe Fusberta, il suo tagliente brando,
E vien contra a Marfisa forïoso.
Ora voglio tornar al conte Orlando,
Qual, come io dissi, sì come amoroso
De Angelica, se mosse al suo comando
Per dare al prodo Galafrone aiuto,
Che alla battaglia avea il campo perduto.

26.
Chi lo vedesse entrare alla baruffa,
Ben lo iudicarebbe quel che egli era;
Lui questo abatte e quell'altro ribuffa,
Atterra ogni pennone, ogni bandiera.
Or se incomincia la terribil zuffa;
Fuggia degl'Indïan rotta la schiera,
E va per la campagna in abandono:
Sempre alle spalle i Tartari li sono.

27.

Rotta e sconfitta la brutta canaglia
A tutta briglia fuggendo ne andava;
E Galafrone per quella prataglia
Via più che li altri e sproni adoperava.
Ora cangiosse tutta la battaglia,
E fugge ciascadun che mo cacciava,
Ché Orlando è gionto, e seco in compagnia
Il re Adrïano, fior de vigoria,

28.

E Brandimarte e il forte Chiarïone,
Ciascun di guerra più voluntaroso,
E seco in frotta Oberto da il Leone.
Ferno assalto crudel e furïoso,
E de' nemici tanta occisïone,
Che tornò il verde prato sanguinoso:
Già prima Poliferno e poscia Uldano
Da Brandimarte fur gettati al piano.

29.

Orlando ed Agricane un'altra fiata
Ripreso insiem avean crudel battaglia;
La più terribil mai non fo mirata:
L'arme l'un l'altro a pezo a pezo taglia.
Vede Agrican sua gente sbaratata,
Né li pô dare aiuto che li vaglia,
Però che Orlando tanto stretto il tene,
Che star con seco a fronte li conviene.

30.

Nel suo secreto fie' questo pensiero:
Trar fuor di schiera quel conte gagliardo,
E poi che occiso l'abbia in su il sentiero
Tornar alla battaglia senza tardo;
Però che a lui par facile e legiero
Cacciar soletto quel popol codardo;
Ché tutti insieme, e il suo re Galafrone,
Non li stimava quanto un vil bottone.

31.

Con tal proposto se pone a fuggire,
Forte correndo sopra alla pianura;
Il conte nulla pensa a quel fallire,
Anci crede che il faccia per paura;
Senza altro dubbio se il pone a seguire.
E già son gionti ad una selva oscura;
Aponto in mezo a quella selva piana
Era un bel prato intorno a una fontana.

32.

Fermosse ivi Agricane a quella fonte,
E smontò dello arcion per riposare,
Ma non se tolse l'elmo della fronte,
Né piastra o scudo se volse levare;
E poco dimorò che gionse il conte,
E come il vide alla fonte aspettare,
Dissegli: - Cavallier, tu sei fuggito,
E sì forte mostravi e tanto ardito!

33.

Come tanta vergogna pôi soffrire
A dar le spalle ad un sol cavalliero?
Forse credesti la morte fuggire:
Or vedi che fallito hai il pensiero.
Chi morir può onorato, die' morire;
Ché spesse volte aviene e de legiero
Che, per durare in questa vita trista,
Morte e vergogna ad un tratto s'acquista. -

34.

Agrican prima rimontò in arcione,
Poi con voce suave rispondia:
- Tu sei per certo il più franco barone
Ch'io mai trovassi nella vita mia;
E però del tuo scampo fia cagione
La tua prodezza e quella cortesia
Che oggi sì grande al campo usato m'hai,
Quando soccorso a mia gente donai.

35.

Però te voglio la vita lasciare,
Ma non tornasti più per darmi inciampo!
Questo la fuga mi fe' simulare,
Né vi ebbi altro partito a darti scampo.
Se pur te piace meco battagliare,
Morto ne rimarrai su questo campo;
Ma siami testimonio il celo e il sole
Che darti morte me dispiace e duole. -

36.

Il conte li rispose molto umano,
Perché avea preso già de lui pietate:
- Quanto sei - disse - più franco e soprano,
Più di te me rincresce in veritate,
Che serai morto, e non sei cristïano,
Ed andarai tra l'anime dannate;
Ma se vôi il corpo e l'anima salvare,
Piglia battesmo, e lasciarotte andare. -

37.

Disse Agricane, e riguardollo in viso:
- Se tu sei cristïano, Orlando sei.
Chi me facesse re del paradiso,
Con tal ventura non lo cangiarei;
Ma sino or te ricordo e dòtti aviso
Che non me parli de' fatti de' Dei,
Perché potresti predicare in vano:
Diffenda il suo ciascun col brando in mano. -

38.

Né più parole: ma trasse Tranchera,
E verso Orlando con ardir se affronta.
Or se comincia la battaglia fiera,
Con aspri colpi di taglio e di ponta;
Ciascuno è di prodezza una lumera,
E sterno insieme, come il libro conta,
Da mezo giorno insino a notte scura,
Sempre più franchi alla battaglia dura.

39.

Ma poi che il sole avea passato il monte,
E cominciosse a fare il cel stellato,
Prima verso il re parlava il conte:
- Che farem, - disse - che il giorno ne è andato? -
Disse Agricane con parole pronte:
- Ambo se poseremo in questo prato;
E domatina, come il giorno pare,
Ritornaremo insieme a battagliare. -

40.

Così de acordo il partito se prese.
Lega il destrier ciascun come li piace,
Poi sopra a l'erba verde se distese;
Come fosse tra loro antica pace,
L'uno a l'altro vicino era e palese.
Orlando presso al fonte isteso giace,
Ed Agricane al bosco più vicino
Stassi colcato, a l'ombra de un gran pino.

41.

E ragionando insieme tuttavia
Di cose degne e condecente a loro,
Guardava il conte il celo e poi dicia:
- Questo che or vediamo, è un bel lavoro,
Che fece la divina monarchia;
E la luna de argento, e stelle d'oro,
E la luce del giorno, e il sol lucente,
Dio tutto ha fatto per la umana gente. -

42.

Disse Agricane: - Io comprendo per certo
Che tu vôi de la fede ragionare;
Io de nulla scïenzia sono esperto,
Né mai, sendo fanciul, volsi imparare,
E roppi il capo al mastro mio per merto;
Poi non si puotè un altro ritrovare
Che mi mostrasse libro né scrittura,
Tanto ciascun avea di me paura.

43.

E così spesi la mia fanciulezza
In caccie, in giochi de arme e in cavalcare;
Né mi par che convenga a gentilezza
Star tutto il giorno ne' libri a pensare;
Ma la forza del corpo e la destrezza
Conviense al cavalliero esercitare.
Dottrina al prete ed al dottore sta bene:
Io tanto saccio quanto mi conviene. -

44.

Rispose Orlando: - Io tiro teco a un segno,
Che l'arme son de l'omo il primo onore;
Ma non già che il saper faccia men degno,
Anci lo adorna come un prato il fiore;
Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno,
Chi non pensa allo eterno Creatore;
Né ben se può pensar senza dottrina
La summa maiestate alta e divina. -

45.

Disse Agricane: - Egli è gran scortesia
A voler contrastar con avantaggio.
Io te ho scoperto la natura mia,
E te cognosco che sei dotto e saggio.
Se più parlassi, io non risponderia;
Piacendoti dormir, dòrmite ad aggio,
E se meco parlare hai pur diletto,
De arme, o de amore a ragionar t'aspetto.

46.

Ora te prego che a quel ch'io dimando
Rispondi il vero, a fè de omo pregiato:
Se tu sei veramente quello Orlando
Che vien tanto nel mondo nominato;
E perché qua sei gionto, e come, e quando,
E se mai fosti ancora inamorato;
Perché ogni cavallier che è senza amore,
Se in vista è vivo, vivo è senza core. -

47.

Rispose il conte: - Quello Orlando sono
Che occise Almonte e il suo fratel Troiano;
Amor m'ha posto tutto in abandono,
E venir fammi in questo loco strano.
E perché teco più largo ragiono,
Voglio che sappi che 'l mio core è in mano
De la figliola del re Galafrone
Che ad Albraca dimora nel girone.

48.

Tu fai col patre guerra a gran furore
Per prender suo paese e sua castella,
Ed io qua son condotto per amore
E per piacere a quella damisella.
Molte fiate son stato per onore
E per la fede mia sopra alla sella;
Or sol per acquistar la bella dama
Faccio battaglia, ed altro non ho brama. -

49.

Quando Agricane ha nel parlare accolto
Che questo è Orlando, ed Angelica amava,
Fuor di misura se turbò nel volto,
Ma per la notte non lo dimostrava;
Piangeva sospirando come un stolto,
L'anima, il petto e il spirto li avampava;
E tanta zelosia gli batte il core,
Che non è vivo, e di doglia non muore.

50.

Poi disse a Orlando: - Tu debbi pensare
Che, come il giorno serà dimostrato,
Debbiamo insieme la battaglia fare,
E l'uno o l'altro rimarrà sul prato.
Or de una cosa te voglio pregare,
Che, prima che veniamo a cotal piato,
Quella donzella che il tuo cor disia,
Tu la abandoni, e lascila per mia.

51.

Io non puotria patire, essendo vivo,
Che altri con meco amasse il viso adorno;
O l'uno o l'altro al tutto serà privo
Del spirto e della dama al novo giorno.
Altri mai non saprà, che questo rivo
E questo bosco che è quivi d'intorno,
Che l'abbi riffiutata in cotal loco
E in cotal tempo, che serà sì poco. -

52.

Diceva Orlando al re: - Le mie promesse
Tutte ho servate, quante mai ne fei;
Ma se quel che or me chiedi io promettesse,
E se io il giurassi, io non lo attenderei;
Così potria spiccar mie membra istesse,
E levarmi di fronte gli occhi miei,
E viver senza spirto e senza core,
Come lasciar de Angelica lo amore. -

53.

Il re Agrican, che ardea oltra misura,
Non puote tal risposta comportare;
Benché sia al mezo della notte scura,
Prese Baiardo, e su vi ebbe a montare;
Ed orgoglioso, con vista sicura,
Iscrida al conte ed ebbelo a sfidare,
Dicendo: - Cavallier, la dama gaglia
Lasciar convienti, o far meco battaglia. -

54.

Era già il conte in su l'arcion salito,
Perché, come se mosse il re possente,
Temendo dal pagano esser tradito,
Saltò sopra al destrier subitamente;
Unde rispose con l'animo ardito:
- Lasciar colei non posso per nïente,
E, se io potessi ancora, io non vorria;
Avertila convien per altra via. -

55.

Sì come il mar tempesta a gran fortuna,
Cominciarno lo assalto i cavallieri;
Nel verde prato, per la notte bruna,
Con sproni urtarno adosso e buon destrieri;
E se scorgiano a lume della luna
Dandosi colpi dispietati e fieri,
Ch'era ciascun di lor forte ed ardito.
Ma più non dico: il canto è qui finito.



CANTO DECIMONONO


1.

Segnori e cavallieri inamorati,
Cortese damiselle e grazïose,
Venitene davanti ed ascoltati
L'alte venture e le guerre amorose
Che fer' li antiqui cavallier pregiati,
E fôrno al mondo degne e glorïose;
Ma sopra tutti Orlando ed Agricane
Fier' opre, per amore, alte e soprane.

2.

Sì come io dissi nel canto di sopra,
Con fiero assalto dispietato e duro
Per una dama ciascadun se adopra;
E benché sia la notte e il celo oscuro,
Già non vi fa mestier che alcun si scopra,
Ma conviensi guardare e star sicuro,
E ben diffeso di sopra e de intorno,
Come il sol fosse in celo al mezo giorno.

3.

Agrican combattea con più furore,
Il conte con più senno si servava;
Già contrastato avean più de cinque ore,
E l'alba in orïente se schiarava:
Or se incomincia la zuffa maggiore.
Il superbo Agrican se disperava
Che tanto contra esso Orlando dura,
E mena un colpo fiero oltra a misura.

4.

Giunse a traverso il colpo disperato,
E il scudo come un latte al mezzo taglia;
Piagar non puote Orlando, che è affatato,
Ma fraccassa ad un ponto e piastre e maglia.
Non puotea il franco conte avere il fiato,
Benché Tranchera sua carne non taglia;
Fu con tanta ruina la percossa,
Che avea fiaccati i nervi e peste l'ossa.

5.

Ma non fo già per questo sbigotito,
Anci colpisce con maggior fierezza.
Gionse nel scudo, e tutto l'ha partito,
Ogni piastra del sbergo e maglia spezza,
E nel sinistro fianco l'ha ferito;
E fo quel colpo di cotanta asprezza,
Che il scudo mezo al prato andò di netto,
E ben tre coste li tagliò nel petto.

6.

Come rugge il leon per la foresta,
Allor che l'ha ferito il cacciatore,
Così il fiero Agrican con più tempesta
Rimena un colpo di troppo furore.
Gionse ne l'elmo, al mezo della testa;
Non ebbe il conte mai botta maggiore,
E tanto uscito è fuor di cognoscenza
Che non sa se egli ha il capo, o se egli è senza.

7.

Non vedea lume per gli occhi nïente,
E l'una e l'altra orecchia tintinava;
Sì spaventato è il suo destrier corrente,
Che intorno al prato fuggendo il portava;
E serebbe caduto veramente,
Se in quella stordigion ponto durava;
Ma, sendo nel cader, per tal cagione
Tornolli il spirto, e tennese allo arcione.

8.

E venne di se stesso vergognoso,
Poi che cotanto se vede avanzato.
"Come andarai - diceva doloroso
- Ad Angelica mai vituperato?
Non te ricordi quel viso amoroso,
Che a far questa battaglia t'ha mandato?
Ma chi è richiesto, e indugia il suo servire,
Servendo poi, fa il guidardon perire.

9.

Presso a duo giorni ho già fatto dimora
Per il conquisto de un sol cavalliero,
E seco a fronte me ritrovo ancora,
Né gli ho vantaggio più che il dì primiero.
Ma se più indugio la battaglia un'ora,
L'arme abandono ed entro al monastero:
Frate mi faccio, e chiamomi dannato,
Se mai più brando mi fia visto al lato."

10.

Il fin del suo parlar già non è inteso,
Ché batte e denti e le parole incocca;
Foco rasembra di furore acceso
Il fiato che esce fuor di naso e bocca.
Verso Agricane se ne va disteso,
Con Durindana ad ambe mano il tocca
Sopra alla spalla destra de riverso;
Tutto la taglia quel colpo diverso.

11.

Il crudel brando nel petto dichina,
E rompe il sbergo e taglia il pancirone;
Benché sia grosso e de una maglia fina,
Tutto lo fende in fin sotto il gallone:
Non fo veduta mai tanta roina.
Scende la spada e gionse nello arcione:
De osso era questo ed intorno ferrato,
Ma Durindana lo mandò su il prato.

12.

Da il destro lato a l'anguinaglia stanca
Era tagliato il re cotanto forte;
Perse la vista ed ha la faccia bianca,
Come colui ch'è già gionto alla morte;
E benché il spirto e l'anima li manca,
Chiamava Orlando, e con parole scorte
Sospirando diceva in bassa voce:
- Io credo nel tuo Dio, che morì in croce.

13.

Batteggiame, barone, alla fontana
Prima ch'io perda in tutto la favella;
E se mia vita è stata iniqua e strana,
Non sia la morte almen de Dio ribella.
Lui, che venne a salvar la gente umana,
L'anima mia ricoglia tapinella!
Ben me confesso che molto peccai,
Ma sua misericordia è grande assai. -

14.

Piangea quel re, che fo cotanto fiero,
E tenìa il viso al cel sempre voltato;
Poi ad Orlando disse: - Cavalliero,
In questo giorno de oggi hai guadagnato,
Al mio parere, il più franco destriero
Che mai fosse nel mondo cavalcato;
Questo fo tolto ad un forte barone,
Che del mio campo dimora pregione.

15.

Io non me posso ormai più sostenire:
Levame tu de arcion, baron accorto.
Deh non lasciar questa anima perire!
Batteggiami oramai, ché già son morto.
Se tu me lasci a tal guisa morire,
Ancor n'avrai gran pena e disconforto. -
Questo diceva e molte altre parole:
Oh quanto al conte ne rincresce e dole!

16.

Egli avea pien de lacrime la faccia,
E fo smontato in su la terra piana;
Ricolse il re ferito nelle braccia,
E sopra al marmo il pose alla fontana;
E de pianger con seco non si saccia,
Chiedendoli perdon con voce umana.
Poi battizollo a l'acqua della fonte,
Pregando Dio per lui con le man gionte.

17.

Poco poi stette che l'ebbe trovato
Freddo nel viso e tutta la persona,
Onde se avide che egli era passato.
Sopra al marmo alla fonte lo abandona,
Così come era tutto quanto armato,
Col brando in mano e con la sua corona;
E poi verso il destrier fece riguardo,
E pargli di veder che sia Baiardo.

18.

Ma creder non può mai per cosa certa
Che qua sia capitato quel ronzone;
Ed anco nascondeva la coperta,
Che tutto lo guarnia sino al talone.
"Io vo' saper la cosa in tutto aperta, -
Disse a se stesso il figliol di Milone
- Se questo è pur Baiardo, o se il somiglia;
Ma se egli è desso, io n'ho gran meraviglia."

19.

Per saper tutto il fatto il conte è caldo,
E verso del caval se pone a gire;
Ma lui, che Orlando cognobbe di saldo,
Gli viene incontra e comincia a nitrire.
- Deh dimme, bon destriero, ove è Ranaldo?
Ove ene il tuo signor? Non mi mentire! -
Così diceva Orlando, ma il ronzone
Non puotea dar risposta al suo sermone.

20.

Non avea quel destrier parlare umano,
Benché fosse per arte fabricato.
Sopra vi monta il senator romano,
Che già l'avea più fiate cavalcato.
Poi che ebbe preso Brigliadoro a mano,
Subitamente uscì fuora del prato,
Ed entrò dentro de la selva folta;
Ma così andando un gran romore ascolta.

21.

Senza dimora atacca Brigliadoro
A un tronco de una quercia ivi vicina.
Ma voglio che sappiate che coloro
Che entro a quel bosco fan tanta roina,
Son tre giganti; ed han molto tesoro,
E sopra de un gambelo una fantina
Tolta per forza a l'Isole Lontane:
Un cavallier con loro era alle mane.

22.

Quel cavalliero è di soperchia lena,
E per scoder la dama se travaglia.
Un de' giganti la donzella mena,
E li altri duo con esso fan battaglia.
Poi vi dirò la cosa integra e piena,
Ma di saperla adesso non ve incaglia;
Presto ritornarò dove io ve lasso:
Or vo' contar del campo il gran fraccasso.

23.

Del campo, dico, che, come io contai,
Andava a schiere in mille pezzi sparte;
Più scura cosa non se vidde mai:
Occisa è la gran gente in ogni parte,
Con più roina ch'io non conto assai.
Il re Adrïan li segue e Brandimarte;
Risuona il celo e del fiume la foce
Di cridi, de lamenti e de alte voce.

24.

La gente de Agrican, senza governo,
Poi che perduto è il suo forte segnore,
Che mai nol vederanno in sempiterno,
Fugge dal campo rotta con romore.
Tutti son morti e callano allo inferno;
Il vecchio Galafron, pien de furore,
Di quella gente già non ha pietade,
Anci li pone al taglio delle spade.

25.

Non vôl che campi alcun di quella gente;
Tutti li occide il superbo vecchione.
E già son gionti ove primeramente
Stava il re Agricane; il paviglione
Gettato fo per terra incontinente,
Dove trovarno Astolfo, che è prigione,
E il re Ballano, pien de vigoria;
Con seco è Antifor de Albarossia.

26.
Tutti tre insieme, come eran legati,
Fôrno condutti ad Angelica avanti;
Ma la donzella li ha molto onorati,
Ché ben li cognosceva tutti quanti.
E poi che fôr disciolti e scatenati,
Con bel parlare e con dolci sembianti,
Mostrandoli carezze e bella faccia,
Di ciò che han per lei fatto li ringraccia.

27.

Diceva Astolfo: - Star quivi non posso,
Ch'io me vo' vendicar con ardimento
De quella gente, che mi venne addosso
E mi gettarno in terra a tradimento.
Io non serìa per tutto il mondo mosso,
E più de un millïon n'avrebbi spento,
Ma fui tradito da il falso Agricane:
Oggi l'occiderò con le mie mane.

28.

Fa che aggia l'arme e prestami un destriero,
Ché incontinente giù voglio callare;
E ben ti giuro che al colpo primiero
Quindeci pezzi de uno uomo vo' fare.
Prenderò vivo l'altro cavalliero,
Intorno al capo me il voglio aggirare,
Poi verso il cel tanto alto il lascio gire,
Che penarà tre giorni a giù venire. -

29.

Ballano ed Antifor, che eran presenti
Quando in tal modo Astolfo braveggiava,
Nol cognoscendo per fama altrimenti
Ciascun fuor de intelletto il iudicava.
Ambi eran poderosi, ambi valenti,
E perciò ciascun l'arme adimandava.
Nel castello era molta guarnigione;
Presto se armorno e montarno in arcione.

30.

Astolfo prima gionse alla pianura,
Sempre suonando con tempesta il corno;
Ben mostra cavallier senza paura,
Sì zoioso veniva e tanto adorno.
Ora ascoltati che bella ventura
Li mandò avanti Dio del cel quel giorno,
Ché proprio nella strata se incontrava
In un che l'arme e sua lancia portava.

31.

Quelle arme che valeano un gran tesoro
Un Tartaro le tiene in sua balìa,
E il suo bel scudo, e quella lancia d'oro
Che primamente fu dello Argalia.
Il duca Astolfo, senza altro dimoro,
Per terra a gran furor quello abattia,
Fuor delle spalle sei palmi passato;
Smontò alla terra ed ebbel disarmato.

32.

Esso fu armato ed ha sua lancia presa,
E fatta prova grande oltra misura,
Benché e nemici non faccian diffesa,
Ché de aspettarlo alcun non se assicura.
Tutti ne vanno in rotta alla distesa
Quella gente del campo con paura;
Ma presso al fiume è guerra de altra guisa
Tra il pro' Ranaldo e la forte Marfisa.

33.

Già combattuto avian tutto quel giorno,
Né l'un, né l'altro n'ha ponto avanzato.
Non ha Ranaldo pezzo de arme intorno,
Che non sia rotto e in più parte fiaccato.
Mor di vergogna e pargli aver gran scorno,
E sé del tutto tien vituperato,
Poi che una dama lo conduce a danza,
E più li perde assai che non avanza.

34.

Da l'altra parte è Marfisa turbata
Assai più de Ranaldo nella vista,
E non vorrebbe al mondo esser mai nata,
Poi che in tant'ore il baron non acquista.
Spezzato ha il scudo e la spata troncata,
Tutta ha dolente la persona e pista,
Benché le membre non abbia tagliate;
Non gettan sangue per l'arme affatate.

35.

Mentre che l'uno e l'altro combattia,
Né tra lor se cognosce alcun vantaggio,
La dolorosa gente che fuggia,
Gionge sopra di loro in quel rivaggio.
Re Galafron, che sempre li seguia
Con animo adirato e cor malvaggio,
Fermosse riguardando il crudo fatto:
Marfisa ben cognobbe al primo tratto.

36.

Ma non cognosce il sir de Montealbano,
Che seco combattea con arroganza;
Iudica ben che egli è un omo soprano,
Di summo ardire e di molta possanza.
Guardando iscorse il destrier Rabicano,
Che fu del suo figliolo occiso in Franza;
Feraguto lo occise con gran pena,
Come sapeti, alla selva de Ardena.

37.

Il vecchio patre assai si lamentava,
Come ebbe Rabicano il destrier scorto.
Per nome l'Argalia forte chiamava:
- O stella de virtute, o ziglio de orto,
Che più che la mia vita assai te amava:
È questo il traditor che ti m'ha morto?
Questo è ben quel malvaggio, a naso il sento,
Che ti tolse la vita a tradimento.

38.

Ma sia squartata e sia pasto di cane
La mia persona, e sia polver di saldo,
Se de tua morte per le terre istrane
Vantando se andarà questo ribaldo! -
Così dicendo col brando a due mane
Va furïoso adosso di Ranaldo,
E lo ferisce con tanta ruina,
Che sopra al collo a quel destrier l'inchina.

39.

Quando Marfisa vede quel vecchione
Che sua battaglia viene a disturbare,
Forte se adira, e pargli che a ragione
Se debba de tal onta vendicare;
Vanne turbata verso a Galafrone.
Or Brandimarte quivi ebbe arivare,
E con esso Antifor de Albarossia;
Nïun di lor la dama cognoscia.

40.

Stimâr che quella fosse un cavalliero
Del campo de Agrican, senza contesa,
E veggendo lo assalto tanto fiero,
Del vecchio re se posero in diffesa,
Ché già l'avea battuto de il destriero
Quella superba di furore accesa;
E se sua spada se trovava ponta,
Morto era Galafrone a prima gionta.

41.

Morto era Galafron, come io vi naro,
Che già fuor de lo arcione era caduto;
Ma Brandimarte vi pose riparo
Ed Antifor, che gionse a darli aiuto,
Benché costasse a l'uno e a l'altro caro.
Gionse Antifor in prima, e fo abattuto;
Marfisa d'un tal colpo l'ha ferito,
Che il fece andare a terra tramortito.

42.

Assai fu più che far con Brandimarte,
Ché non era tra lor gran differenza;
Ben meglio ha il cavallier di guerra l'arte,
Ma questa dama ha grande soa potenza.
Ranaldo alora se trava da parte,
Pensando che la eterna Providenza
Voglia che l'uno e l'altro insieme mora,
Ché son pagani e di sua legge fuora.

43.

E la battaglia fiera riguardava,
E chi meglio de il brando se martella;
E l'uno e l'altro prodo iudicava,
Ma più forte stimava la donzella.
Ecco Antifor de terra se levava
E saliva ben presto in su la sella,
E seco è Galafron col brando in mano:
Verso Marfisa ratti se ne vano.

44.

Ecco venire Oberto da il Leone
E il forte re Ballan, che alora è gionto,
E il re Adrïano e il franco Chiarïone,
Che tutti quanti arivano ad un ponto:
Ciascadun segue lo re Galafrone.
Tre re, tre cavallier, come io vi conto,
Ne vanno adosso alla dama pregiata,
Che già con Brandimarte era attaccata.

45.

Essa, come un cingial tra can mastini,
Che intorno se ragira furïoso,
E nel fronte superbo adriccia e crini,
E fa la schiuma al dente sanguinoso;
Sembrano un foco gli occhi piccolini,
Alcia le sete e senza alcun riposo
La fiera testa fulminando mena;
Chi più se gli avicina, ha magior pena:

46.

Non altramente quella dama altiera
De dritti e de riversi oltra misura
Facea battaglia sì crudele e fiera,
Che a più de un par de lor pose paura.
Già più de trenta sono in una schiera,
Lei contra a tutti combattendo dura;
Crescono ogniora e già son più de cento:
Contra a questi altri va con ardimento.

47.

Al pro' Ranaldo, che stava a guardare,
Par che la dama riceva gran torto,
Ed a lei disse: - Io te voglio aiutare,
Se ben dovessi teco esserne morto. -
Quando Marfisa lo sente arivare,
Ne prese alta baldanza e gran conforto,
Ed a lui disse: - Cavallier iocondo,
Poi che sei meco, più non stimo il mondo. -

48.

Così dicendo la crudel donzella
Dà tra coloro e tocca il franco Oberto,
E tutto l'elmo in capo li flagella;
Gionse nel scudo, e in tal modo l'ha aperto,
Che da due bande il fe' cader di sella.
Non valse al re Ballano essere esperto:
Marfisa con la man l'elmo gli afferra,
Leval di arcione e tral contra alla terra.

49.

Fie' maggior prova ancora il fio de Amone,
Ma non se ponno in tal modo contare,
Ché con lui se afrontarno altre persone,
Che Turpin non le seppe nominare.
Cinque ne fese insin sopra al gallone,
Ed a sette la testa ebbe a tagliare;
Dodeci colpi fe' fuor di misura,
Onde ciascun di lui prese paura.

50.

Ma crescìa ognora più la gente nova,
E sopra de lor duo sempre abondava,
Ché quei di drieto non sapean la prova
Qual sopra a' primi Ranaldo mostrava.
- Voi non potreti far che indi mi mova! -
Ad alta voce Marfisa cridava
- Il mio tesoro e il mio regno vi lasso,
Se me forzati a ritornare un passo. -

51.

Or vien distesa sopra alla riviera
Una gran gente con molta roina,
Che han la corona rotta alla bandiera,
Com'è la insegna di quella regina;
Ed era di Marfisa questa schiera,
Che vien correndo e mai non se raffina,
E voglion sua madama aver diffesa,
Temendo di trovarla o morta o presa.

52.

Qui cominciosse la fiera battaglia,
Né stata vi era più crudel quel giorno.
Intrò Marfisa tra questa canaglia,
E furïosa se voltava intorno;
Spezza la gente in ogni banda e taglia;
Né men Ranaldo, il cavalliero adorno,
Braccie con teste e gambe a terra manda;
Ciascun che 'l vede, a Dio se racomanda.

53.

Iroldo con Prasildo e Fiordelisa
Stavan discosti, con quella donzella
Qual era cameriera de Marfisa,
Longe due miglie alla battaglia fella.
La cameriera alli altri tre divisa
Quanto sua dama è forte in su la sella;
E quanti cavallieri ha messo al fondo
Ed in qual modo, gli raconta a tondo.

54.

Per questo Fiordelisa fu smarita,
Temendo che non tocca a Brandimarte
Provar la forza de Marfisa ardita.
Subitamente da gli altri se parte;
Dove è la gran battaglia se ne è gita;
Vede le schiere dissipate e sparte,
Che ver la rocca in sconfitta ne vano;
Dentro li caccia il sir de Montealbano.

55.

Ma lei sol Brandimarte va cercando,
Ché già de tutti gli altri non ha cura;
E mentre che va intorno remirando,
Vedel soletto sopra alla pianura.
Tratto se era da parte alora quando
Fu cominciata la battaglia dura;
Ché a lui parria vergogna e cosa fella
Cotanta gente offender la donzella.

56.

Però stava da largo a riguardare,
E di vergogna avea rossa la faccia.
De' compagni se aveva a vergognare,
Non già di sé, che di nulla se impaccia;
Ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
Corsegli incontra e ben stretta l'abbraccia;
Già molto tempo non l'avea veduta:
Credia nel tutto di averla perduta.

57.

Egli ha sì grande e subita allegrezza,
Che ogni altra cosa alor dimenticava;
Né più Marfisa, né Ranaldo aprezza.
Né di lor guerra più si racordava.
Il scudo e l'elmo via gettò con frezza,
E mille volte la dama baciava;
Stretta l'abbraccia in su quella campagna:
De ciò la dama se lamenta e lagna.

58.

Molto era Fiordelisa vergognosa,
Ed esser vista in tal modo gli duole.
Impetra adunque questa grazïosa
Da Brandimarte, con dolce parole,
De gir con esso ad una selva ombrosa,
Dove eran l'erbe fresche e le vïole:
Staran con zoia insieme e con diletto,
Senza aver tema, o di guerra sospetto.

59.

Prese ben presto il cavallier lo invito,
E, forte caminando, fôrno agionti
Dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
Che d'ogni lato è chiuso da duo monti,
De fior diversi pinto e colorito,
Fresco de ombre vicine e de bei fonti.
Lo ardito cavalliero e la donzella
Presto smontarno in su l'erba novella.

60.

E la donzella con dolce sembiante
Comincia il cavalliero a disarmare.
Lui mille volte la baciò, davante
Che se potesse un pezzo d'arme trare;
Né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
Che quella abraccia, e non puote aspettare;
Ma ancor di maglia e de le gambe armato
Con essa in braccio si colcò su il prato.

61.

Stavan sì stretti quei duo amanti insieme,
Che l'aria non potrebbe tra lor gire;
E l'uno e l'altro sì forte se preme,
Che non vi serìa forza a dipartire.
Come ciascun sospira e ciascun geme
De alta dolcezza, non saprebbi io dire;
Lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
Che ciascaduno avea due lingue in bocca.

62.

Parve nïente a lor il primo gioco,
Tanto per la gran fretta era passato;
E, nel secondo assalto, intrarno al loco
Che al primo ascontro apena fu toccato.
Sospirando de amore, a poco a poco
Se fu ciascun di loro abandonato,
Con la faccia suave insieme stretta,
Tanto il fiato de l'un l'altro diletta.

63.

Sei volte ritornarno a quel danzare,
Prima che il lor desir ben fosse spento;
Poi cominciarno dolce ragionare
De' loro affanni e passato tormento;
Il fresco loco gli invita a posare,
Perché in quel prato sospirava un vento,
Che sibillava tra le verde fronde
Del bel boschetto che li amanti asconde,

64.

E un ruscelletto di fontana viva
Mormorando passava per quel prato.
Brandimarte, che stava in quella riva,
Per molto affanno in quel giorno durato,
Nel bel pensar de amor qui se adormiva;
E Fiordelisa che gli era da lato,
Che di guardarlo uno attimo non perde,
Se dormentò con lui su l'erba verde.

65.

Sopra de l'un de' monti ch'io contai
Che al verde praticello eran d'intorno,
Stava un palmier, che Dio gli doni guai!
Che dette a Brandimarte un grave scorno.
Ma questo canto è stato lungo assai,
Ed io vi contarò questo altro giorno,
Se tornati ad odir, la bella istoria:
Tutti vi guardi il re de l'alta gloria.



CANTO VENTESIMO


1.

Credo, segnor, che ben vi racordati
Che a l'altro canto io dissi del diletto
Ch'ebbero insieme quegli inamorati,
E come al prato, senza altro sospetto,
Presso alla fonte giacquero abracciati.
Stava a lor sopra un vecchio maledetto,
Ad una tana nel monte nascoso,
Che scopria tutto quel boschetto ombroso.

2.

Era quel vecchio di mala semenza,
Incantatore e di malizia pieno;
Per Macometto facea penitenza,
Credendo gir con lui nel ciel sereno.
Sapea de tutte l'erbe la potenza,
Qual pietra ha più virtute e qual n'ha meno;
Per arte move un monte de legiero
E ferma un fiume quel falso palmiero.

3.

Standosi questo ad adorar Macone
Vide li amanti solacciar nel piano,
E prese a quel mirar tentazïone,
Tal che li cadde il libracciol di mano;
E seco pensa il modo e la ragione
Di tuor la dama al cavallier soprano.
Poi che fatto ha il pensier, questo infelice
Smonta la costa e porta una radice:

4.

Una radice de natura cruda,
Che fa l'omo per forza adormentare;
Ma conviensi toccar la carne nuda,
Quella che al sol scoperta non appare,
Chi vôl che la persona gli occhi chiuda:
Né si puote altramente adoperare,
Perché toccando il collo, o testa, o mano,
Adoprarebbe sua virtute in vano.

5.

Poi che fu al prato quel vecchio canuto,
E vide Brandimarte nella faccia,
Ch'era un cavallier grande e ben membruto,
Tirossi adietro quel vecchio tre braccia,
E già se pente de esser giù venuto,
Né per gran tema sa quel che si faccia;
Pur prese ardire, e vanne alla donzella,
E pianamente gli alcia la gonella.

6.

Né si attentava de spirare il fiato,
Perché non aggia il cavallier sentito.
Parea la dama avorio lavorato
In ogni membro, o bel marmo polito,
Quando scoperta d'intorno e da lato
Fu da quel vecchio, come aveti odito.
Lui se chinava piano a terra, e poscia
Con la radice li tocca una coscia.

7.

Così legata al sonno per una ora
Fu la donzella da quel rio vecchiaccio;
E, per non fare al suo desio dimora,
Subitamente se la prese in braccio.
Salisce al bosco, e guarda ad ora ad ora
Se il cavallier se leva a darli impaccio;
Con la radice non l'avea tocco esso,
Né pur li basta il cor de girli apresso.

8.

Ora il vecchio la dama ne portava,
Ed era entrato in un bosco maggiore.
Tanto andò, che la dama se svegliava,
E per gran novità tremava il core.
Poi vi dirò la cosa come andava,
E come tratta fu de tanto errore,
Ch'io vo' tornare a Brandimarte ardito,
Che un gran romor dormendo ebbe sentito.

9.

A quel romore è il cavallier svegliato,
E pauroso se ebbe a risentire;
Come la dama non se vide a lato,
Della gran doglia credette morire.
Piglia il destriero e fu subito armato,
E verso quel romor ne prese a gire,
Ché proprio odir la voce gli assembrava
De una donzella che se lamentava.

10.

Come fo gionto, vide tre giganti
Che avean molti gambeli in su la strata:
Duo venian drietro, ed un giva davanti,
Menando una donzella scapigliata;
E parve a Brandimarte ne' sembianti
Che Fiordelisa sia la sciagurata,
Che sopra a quel gambel cridava forte
Chiedendo in grazia a Dio sempre la morte.

11.

Più Brandimarte sua vita non cura,
Poi che crede la dama aver perduta;
Di scoterla o morire a Macon giura,
Ma certo è morto, se altri non lo aiuta.
Ciascun gigante è grande oltra misura
Ed ha la faccia orribile e barbuta;
Duo di lor se voltarno al cavalliero
Con aspra voce e con parlare altiero.

12.

- Dove ne vai, - dicean - dove, briccone?
Getta la spada, ché sei morto o preso. -
Nulla risponde quel franco barone,
Ma vagli adosso di furore acceso.
Un de' giganti alciava un gran bastone,
Che era ferrato e de incredibil peso;
Mena a due mani adosso a Brandimarte,
Ma lui ben del scrimir sa il tempo e l'arte.

13.

Da canto se gettò come uno uccello,
Sì che gionger nol puote per quel tratto;
L'altro gigante, con maggior flagello,
Crede al suo colpo de averlo disfatto.
Ma il cavallier, che tien l'occhio al pennello,
Fanne al secondo come al primo ha fatto,
Salta da questo e da quell'altro canto:
Se l'ale avesse, non farebbe tanto.

14.

Ma lui ferì di spada quel gigante,
Che li avea data la prima percossa,
Che li spezzò le piastre tutte quante,
E feceli gran piaga entro una cossa.
Questo superbo avea nome Oridante,
Terribile e crudel e di gran possa;
L'altro compagno avea nome Ranchiera:
Del primo avea più forza e peggior ciera.

15.

Questo Ranchiera col bastone in mano
Menò un traverso a Brandimarte al basso
Con gran ruina, e gionse al campo piano,
Ché il cavallier saltò davante un passo.
Oridante il crudel non menò in vano,
Anci gionse il destriero, e con fraccasso
Dietro alla sella su le groppe il prese,
Sì che sfilato in terra lo distese.

16.

Subito è in piede lo ardito guerrero,
Né de esser vinto per questo se crede.
A terra morto rimase il destriero,
Lui con la spada se diffende a piede,
Ma ad ogni modo è occiso il cavalliero,
Se Dio de darli aiuto non provede,
Perché i giganti l'hanno in mezo tolto:
È morto al primo colpo che egli è còlto.

17.

Ma gionse Orlando al ponto bisognoso,
Come io contai (non so se il ricordati),
Quando tornava dal bosco frondoso,
Dove Agricane e lui se eran sfidati.
Or quivi gionse quel conte animoso,
E vide e duo giganti inanimati
Intorno a Brandimarte a darli morte,
E del suo affanno gli rencrebbe forte;

18.

Ché incontinente l'ebbe cognosciuto
A l'arme ed alla insegna che avea indosso,
Onde destina de donarli aiuto:
Sopra a Baiardo subito fu mosso.
Ranchiera vide Orlando che è venuto,
Venneli incontra quel gigante grosso;
Con Brandimarte Oridante se aresta:
Or cresce la battaglia, e più tempesta.

19.

La battaglia comincia più orgogliosa
Che non fu prima, e de un'altra maniera.
Oridante ha la coscia sanguinosa,
E di far la vendetta al tutto spera;
Orlando de altra parte non se posa,
Ma presa ha una gran zuffa con Ranchera;
Par che l'aria se accende e il celo introna,
De sì gran colpi quel bosco risuona.

20.

L'altro gigante se fermò da parte,
Ed alla dama attende ed al tesoro,
Che tolto avean per forza e con grand'arte
De le Isole Lontane a un barbasoro.
Ora ascoltati come Brandimarte
Con Oridante fa crudel lavoro:
Più non li appreza un dinarel minuto,
Poi che de Orlando se vede lo aiuto.

21.

Menò un gran colpo quel cavallier franco
E gionse ad Oridante in su il gallone,
E tagliò tutto il sbergo al lato manco
E le piastre de acciaro e il pancirone,
E gran ferita gli fece nel fianco.
Il gigante gridando alciò il bastone,
E mena ad ambe mani a Brandimarte;
Ma lui di salto se gettò da parte.

22.

Così li va de intorno tutta via,
E sempre la battaglia prolungava;
Ad Oridante, che il sangue perdia,
A poco a poco la lena mancava.
Lui furïoso non se ne avedia,
E sempre maggior colpi radoppiava;
Il cavallier, di lui molto più esperto,
Li andava intorno e tenìa l'occhio aperto.

23.

Da l'altra parte è la pugna maggiore
Tra il feroce Ranchera e il conte Orlando.
Quel mena del bastone a gran furore,
E questo li risponde ben col brando.
Già combattuto avean più de quattro ore,
L'un sempre e l'altro gran colpi menando,
Quando Ranchera gettò il scudo in terra
E ad ambe mano il gran bastone afferra.

24.

E menò un colpo sì dismisurato
Che, se dritto giongeva quel gigante,
Non si serìa giamai raffigurato
Per omo vivo quel segnor de Anglante;
Gionse ad uno arbor, che era ivi da lato,
E tutto lo spezzò sino alle piante,
Le rame e il tronco, dalla cima al basso;
Odito non fu mai tanto fraccasso.

25.

Vide la forza quel conte gagliardo
Che avea il gigante fuor d'ogni misura;
Subitamente smontò di Baiardo,
Ché sol di quel destriero avea paura.
Quando Ranchera li fece riguardo,
Veggendolo pedone alla verdura:
- Ben aggia Trivigante! - prese a dire
- Ché oramai questo non puotrà fuggire.

26.
Prima che rimontar possi in arcione,
Te augurerai sei leghe esser lontano.
Or chi t'ha consigliato, vil stirpone,
Smontar a piede e combatter al piano?
E non mi giongi col capo al gallone,
Stroppiato bozzarello e tristo nano!
Che se io te giongo un calcio ne la faccia,
De là del mondo andrai ducento braccia. -

27.

Così parlava quel superbo al conte:
Lui non rispose a quella bestia vana;
Menò del brando, e quante arme ebbe gionte,
Mandò tagliate in su la terra piana.
Or se strengono insieme a fronte a fronte:
Questo mena il baston, quel Durindana;
Sta l'uno e l'altro insieme tanto stretto,
Che colpir non se puon più con effetto.

28.

Tanto è il gigante de Orlando maggiore,
Che non li gionge al petto con la faccia;
Ma il conte avea più ardire e più gran core,
Ché gagliardezza non se vende a braccia.
Pigliârsi insieme con molto furore,
Ciascun de atterrar l'altro se procaccia;
Stretto ne l'anche Orlando l'ebbe preso,
Leval da terra, e in braccio il tien sospeso.

29.

Sopra del petto il tien sempre levato,
E sì forte il stringea dove lo prese,
Che il sbergo in molte parte fu crepato.
Sembravan gli occhi al conte bragie accese;
E poi che intorno assai fu regirato,
Quel gran gigante alla terra distese,
Con più ruina assai ch'io non descrivo;
Non sa Ranchera se egli è morto o vivo.

30.

Avea il gigante in capo un gran capello,
Ma nol diffese dal colpir del conte,
Che col pomo del brando a gran flagello
Roppe il capello e l'osso de la fronte;
Per naso e bocca uscir fece il cervello.
Due anime a l'inferno andâr congionte,
Perché Oridante allor, né più né meno,
Pel sangue perso cadde nel terreno.

31.

E Brandimarte li tagliò la testa,
Lasciando in terra il smisurato busto;
Poi corse al conte e fecegli gran festa
E grande onor, come è dovuto e iusto.
L'altro gigante è mosso con tempesta,
Più fier de' primi, ed ha nome Marfusto:
Brandimarte dal conte ottenne graccia
Far con costui battaglia a faccia a faccia.

32.

Crida Marfusto: - Se proprio Macone
Te con quello altro volesse campare,
Non vi varrebbe il suo aiuto un bottone;
Quel de mia mano voglio scorticare,
E te squartarò a guisa de castrone.
Rendi la spada senza dimorare,
Perché se te diffendi, io te avrò preso,
E vivo arrostirotti al foco acceso. -

33.

Brandimarte non fece altra risposta
Alle parole del gigante arguto,
Ma con molto ardimento a lui se accosta
Col brando in mano, e coperto del scuto.
Marfusto un colpo solamente aposta,
E gionsel proprio dove avria voluto;
Col bastone a due man il colse in testa,
E spezzò il scudo e l'elmo con tempesta.

34.

Esso tremando alla terra cascava,
Usciva il sangue fuor de l'elmo aperto.
Piangeva il conte forte, ché pensava
Che Brandimarte sia morto di certo.
A quel gigante crudo minacciava:
- Ladron, - diceva - io ti darò, per merto
De l'onta che m'hai fatto in questo loco,
Morte nel mondo e nello inferno il foco. -

35.

Così cridando salta alla pianura,
Tra' Durindana e il forte scudo imbraccia.
Quando il gigante vide sua figura,
Che parea vampa viva ne la faccia,
Prese a mirarlo con tanta paura,
Che le spalle voltò fuggendo in caccia;
Ma in poco spazio lo ebbe giunto Orlando:
Ambe le coscie li tagliò col brando.

36.

Poi morite il gigante in poco d'ora,
Il sangue e il spirto a un tratto li è mancato.
Lasciamo lui, che in sul prato adolora:
Diciam del conte, che avia ritrovato
Che il franco Brandimarte è vivo ancora.
Molto fu lieto ed ebbel rilevato;
Dando acqua fresca al viso sbigotito,
Torna il colore e il spirto che è fuggito.

37.

Poi vi dirò come quella donzella
Medicò Brandimarte, e con qual guisa;
Come lui di dolor la morte appella,
Credendo aver perduta Fiordelisa:
Ma nel presente io torno alla novella
Che davanti lasciai, quando Marfisa
Col pro' Ranaldo insieme e con sua schiera
Mena fraccasso per quella rivera.

38.

Correva grossa e tutta sanguinosa
La rivera de Drada per quel giorno,
E piena è della gente dolorosa,
Cavalli e cavallier, con tanto scorno,
Che fuggian da Marfisa furïosa.
Lei con la spada fulminava intorno;
Come il foco la stoppia secca spazza,
Così col brando se fa far lei piazza.

39.

Da l'altra parte il franco fio de Amone
Avea smariti sì quei sciagurati,
Che, come storni a vista de falcone,
Fuggiano, or stretti insieme, or sbaragliati.
Davanti a tutti fuggia Galafrone
E il re Adrïano; e tra li spaventati
Antifor ed Oberto se ne vano;
A spron battuti fugge il re Ballano.

40.

Io non vi sapria dir per qual sciagura
Perdesse ogni omo quel giorno lo ardire;
Ché Astolfo, che non suole aver paura,
Fu a questo tratto de' primi a fuggire.
Chiarïon scapinava oltra misura,
E molti altri baron che non so dire;
Ciascuno a tutta briglia il destrier tocca,
Sin che son gionti al ponte della rocca.

41.

Intrò ciascun barone e gran signore,
Levando il ponte con molto sconforto;
Ma chi non ebbe destrier corridore,
Fu sopra al fosso da Marfisa morto;
La quale era montata in gran furore,
Perché essa aveva chiaramente scorto
Che il falso Galafrone era campato
Dentro alla rocca, e il ponte era levato.

42.

Onde essa andava intorno, minacciando
Con calci quella rocca dissipare,
Ché avea vergogna di adoprarvi il brando.
L'altro bravare io non puotria contare,
Che eran assai maggior di questo; e quando
Più gente viva intorno non appare,
Ché ogni om per tema fugge dalle mura,
Sdegna de intrarvi, e torna alla pianura.

43.

E giù tornando, a Ranaldo parlava
Dicendo: - Cavalliero, in quel girone
Stavvi una meretrice iniqua e prava,
Piena di frode e de incantazïone;
Ma quel che è peggio ed ancor più m'agrava,
Un re vi sta, che non ha paragone
De tradimenti, inganni e di mal fele:
Trufaldino è nomato quel crudele.

44.

E quella dama Angelica se appella,
Che ha ben contrario il nome a sua natura,
Perché è di fede e di pietà ribella.
Onde io destino mettere ogni cura
Che non campi né 'l re né la donzella,
Che pur son chiusi dentro a quelle mura;
Poi che disfatto avrò la rocca a tondo,
Vo' pigliar guerra contra a tutto il mondo.

45.

Primo Gradasso voglio disertare,
Che è re del gran paese Siricano;
Poi Agricane vado a ritrovare,
Che tutta Tartaria porta per mano.
Sin in Ponente mi conviene andare,
E disfarò la Franza e Carlo Mano;
Nanti a quel tempo levarmi di dosso
Maglia né usbergo né piastra non posso.

46.

Ché fatto ho sacramento a Trivigante
Non dispogliarme mai di questo arnese
Insin che le provincie tutte quante,
E castelle e citade non ho prese;
Sì che, barone, tuoteme davante,
O prometti esser meco a queste offese,
Ché chiaramente e palese te dico:
Chi non è meco, quello è mio nemico. -

47.

Per tal parole intese il fio de Amone
Che Angelica è la dentro e Trufaldino;
E in vero al mondo non ha due persone
Ché più presto volesse a suo domìno.
Al re ben portava odio per ragione,
Alla dama non già, per Dio divino!
Perché essa amava lui più che 'l suo core;
Ma incanto era cagion di tanto errore.

48.

Voi la maniera sapeti e la guisa,
Però qua non la voglio replicare.
Ora rispose il principe a Marfisa:
- Con teco son contento dimorare
E star sotto tua insegna e tua divisa,
Sin che abbi Trufaldino a conquistare;
Ma già più oltra il partito non piglio,
Ché il loco e il tempo mi darà consiglio. -

49.

Così acordati, se accamparno intorno
L'alta Marfisa e tutta la sua gente.
Senza far guerra via passò quel giorno,
Ma come a l'altro uscitte il sol lucente,
Ranaldo armosse e pose a bocca il corno,
Chiamando Trufaldino il fraudolente;
Crida nel suono, e con molto rumore
Renegato lo appella e traditore.

50.

Quando il malvaggio da la rocca intese
Che giù nel campo a battaglia è appellato,
De l'alte mura subito discese
Pallido in viso e tutto tramutato,
Chiamando e' cavallieri in sue diffese,
Racordando a ciascun quel che ha giurato,
Di combatter per lui sino alla morte,
Alor che prima intrarno a quelle porte.

51.

Angelica la dama in questo istante
Era in consiglio col re Galafrone,
Tratando di trar fuora Sacripante
E Torindo il gran Turco di pregione;
Fur le ragione audite tutte quante,
E ciascun disse la sua opinïone;
De trarli di pregione a tutti piace,
Purché al re Trufaldin faccian la pace.

52.

E così fu concluso e statuito:
La dama fu mezana al praticare.
Sacripante de amore era ferito,
Quel che piace ad Angelica vôl fare.
Ma il re Torindo non volse il partito,
Pur parve a tutti di lasciarlo andare,
Con questo: che egli uscisse fuor del muro,
Perché ciascun là dentro sia securo;

53.

E che tra lor non nasca più rumore,
E solo a quei di for guerra si faccia.
Uscì Torindo adunque a gran furore,
Ed aspramente a Trufaldin minaccia,
Chiamandolo per nome traditore.
Presto del poggio scender se procaccia;
Ed a Macon giura, mordendo il dito,
Che punirà colui che l'ha tradito.

54.

Venne nel campo, e disse la cagione
Che l'avea fatto de là su partire;
E giura a Trivigante ed a Macone
Che ne farebbe Angelica pentire;
Perché a sua posta fu messo in pregione,
Ed era stato al rischio de morire;
Ora tal guidardon glie n'avia reso,
Che tenìa il traditor là sù diffeso.

55.

Queste parole a Marfisa dicia,
Perché al suo pavaglion fu apresentato.
Ranaldo suona il corno tuttavia,
Chiamando Trufaldin can renegato.
Or se apresenta la battaglia ria,
Tal che Ranaldo, il sire aprezïato,
Non ebbe in altra mai più affanno tanto;
Ma questo narrarò ne l'altro canto.



CANTO VENTESIMOPRIMO


1.

Cantando qui di sopra, io vi lasciai
Come Ranaldo è sopra allo afferrante,
E con vergogna e vituperio assai
Disfida Trufaldino a sé davante;
E nella fin del canto io vi contai
Come fu spregionato Sacripante,
E fece pace col re Trufaldino;
Ma il re Torindo tenne altro camino.

2.

Ora pone Ranaldo il corno a bocca,
E tal parole al tintinar risuona:
- O campioni, che seti nella rocca
In compagnia della mala persona,
Oditi quel che a tutti quanti tocca,
Sia cavalliero, o sia re de corona:
Chi non punisce oltraggio e tradigione,
Potendo farlo, lui ne è la cagione.

3.

Ciascun che puote e non diveta il male,
In parte del deffetto par che sia;
Ed ogni gentilomo naturale
Viene obligato per cavalleria
Di esser nemico ad ogni disleale
E far vendetta de ogni villania;
Ma ciascuno de voi questo dispreza,
Ché pietà non aveti o gentileza.

4.

Anci teneti vosco uno assassino,
Quel falso cane de Dio maledetto,
Dico il re di Baldaca, Trufaldino,
Malvaggio, traditor, pien de diffetto.
Ora me intenda il grande e il piccolino:
Tutti ve isfido e nel campo vi aspetto;
E vo' provarvi, con la spada in mano,
Che ognom de voi è perfido e villano. -

5.

Con tal parole e con altre minaccia
Tutti quei cavallieri il fio de Amone;
Lor se guardavan l'uno e l'altro in faccia,
Ché chiaro aveano inteso quel sermone;
De loro alcun non è che ben non saccia
Che a torto prenderà la questïone;
Ché Trufaldin da tutti era stimato
Iniquo, traditore e scelerato.

6.

Ma la promessa fede e il giuramento
Li fece uscire armati de le porte;
E benché avessen tutti alto ardimento,
E non stimassen, per onor, la morte,
Andarno alla battaglia con spavento;
E non vi fu baron cotanto forte
Che, vedendo Ranaldo a sé davante,
Non se stordisse insin sotto le piante.

7.

Sei cavallieri uscîr di quel girone,
E calarno de il sasso alla pianura:
Primo Aquilante e il suo fratel Grifone,
Che hanno e destrier fatati e l'armatura,
Oberto e il re Adrïano e Chiarïone;
In mezo è Trufaldin con gran paura.
Come nel campo fôr gionti di saldo,
Grifon cognobbe in vista il bon Ranaldo.

8.

Verso Aquilante disse: - Odi, germano:
Se io vedo drittamente, ora mi pare
Che questo sia il segnor di Montealbano;
E ben serebbe de girlo a trovare,
E con carezze e con parlare umano
Veder se pace se puote trattare;
Però che, a dirti il vero, io me sconforto
Per la battaglia che prendiamo a torto. -

9.

Disse Aquilante: - A me pare ancora esso,
E più proprio me par quanto più guardo;
Ma non ardisco a dirlo per espresso,
Ché non ha sotto il suo destrier Baiardo.
Or cavalchiam pur, ché gionti da presso
Ben lo cognosceremo senza tardo:
E parla poi con lui, come te piace,
De accordo o di battaglia, o guerra o pace. -

10.

Così van verso lui, sempre parlando,
E già l'un l'altro se recognoscia;
Unde andarno da parte, e ragionando
La sua sorte avenire, ogni om dicia
Perché qua fosse gionto, e come, e quando;
Ma ciascadun de' tre gran pena avia,
Poi che trovar non san ragion che vaglia,
Che tra lor cessi la mortal battaglia.

11.

Di Chiaramonte sono e di Mongrana,
Gentile ischiatte e de un sangue discese;
Or per altrui e per cagione istrana
Vengono insieme alle mortale offese.
Dicea il franco Grifon con voce umana
Verso Ranaldo: - Deh baron cortese!
Mal aggia la fortuna e trista sorte
Che per altrui te adduce a prender morte.

12.

Perché sette baroni hanno giurato
Diffender Trufaldin da tutto il mondo,
Ciascuno d'alto pregio e nominato.
Caro fratello, io non te me nascondo:
Morto ti veggio e disteso nel prato,
Ché dopo il primo venirà il secondo,
E il terzo e il quarto senza dimorare:
Contra de tanti non puotrai durare. -

13.

Disse Ranaldo: - A fede di leanza,
Aver guerra con voi molto me pesa;
E ciò non dico già per dubitanza,
Ché tutti andreti in terra alla distesa;
Ed è la vostra sì grande arroganza,
Poi contra a tutto il mondo aveti impresa,
Che non doveti già meravigliare
Se io solo a sette voglio contrastare.

14.

Ma noi facciamo ormai troppo parole,
Ed io non voglio star tutto oggi armato;
Qualunche Trufaldin diffender vôle,
Prenda del campo, ché io l'ho desfidato.
Certo non passarà quel monte il sole,
Che ad uno ad un vi stenderò sul prato,
E mostrarovi chiaro il parangone
Che ve moveti contra alla ragione. -

15.

Poi che ebbe così detto, il cavalliero
Più non aspetta e volta Rabicano:
E dilungato con sembiante altiero
Fermossi al campo con la lancia in mano.
Or vedon li altri al tutto esser mestiero
De insanguinar le spade in su quel piano,
Perché Ranaldo ha qui fermato il chiodo;
Alla battaglia dànno ordine e modo.

16.

E, vergognando andarli tutti adosso,
Ordinorno che Oberto dal Leone
Fosse contra de lui soletto mosso;
E quando avesse il peggio alla tenzone,
Il re Adrïano l'avesse riscosso;
E, bisognando, movesse Grifone,
Al qual donasse aiuto il suo germano;
E Chiarïone a lui, de mano in mano.

17.

Aveva Oberto una estrema possanza,
E fu de' digni cavallier del mondo;
Sprona il destriero ed impugna la lanza.
Non fu mai corso tanto foribondo
Quanto hanno e duo baron pien de arroganza
Credendo metter l'uno l'altro al fondo;
Poco vantaggio fu nel gionger saldo,
Me se ge ne fu alcun, fu de Ranaldo.

18.

E ritornarno con brandi taglienti
Alla terribil zuffa, inanimati
Per darsi morte, a guisa de serpenti,
Sempre menando colpi disperati.
Avean tagliati tutti e guarnimenti,
E rotti e scudi e li usberghi spezzati;
Ma Ranaldo con lui de maestria
E ancor di forza vantaggio avia.

19.

Menando le botte aspere e diverse,
Ranaldo, che aspettava, il tempo ha còlto;
Però che, come Oberto se scoperse,
Gionse Fusberta, e l'elmo ebbe disciolto.
La barbuta e il guancial tutto li aperse,
E crudelmente lo ferì nel volto;
E fu il colpo sì fiero e smisurato,
Che come morto lo distese al prato.

20.

Questo veggendo il franco re Adrïano,
Che stava apparecchiato alla riscossa,
Mosse a gran furia, correndo nel piano
Con una lanza smisurata e grossa.
Era senza asta il sir de Montealbano,
Ché l'avea rotta alla prima percossa,
Ma correndo ne vien col brando nudo;
Il re Adrïano il gionse a mezo il scudo.

21.

La lancia ne andò al ciel, rotta a tronconi,
Né se mosse Ranaldo più che un sasso.
Or ben vi sazo dir che e due ronzoni
Non venian di galoppo né di passo,
Anci se urtarno insieme come troni,
Petto per petto, con molto fraccasso;
Ma quel del re Adrïano andò per terra:
Grifone incontinente il brando afferra.

22.

Non volse lancia il cavallier pregiato,
E quasi ancor de andar se vergognava,
Parendoli Ranaldo affaticato.
Or, come io dissi, la spada pigliava;
L'arme avea tutte e il destriero affatato,
Né d'altra cosa lui se dubitava,
Salvo de non potersi indi partire
Che non facesse Ranaldo morire.

23.

E dolcemente lo volea pregare
Che li piacesse de lasciar la impresa.
Disse Ranaldo a lui: - Non predicare;
Fuggi in mal'ora, o prendi tua diffesa. -
Quando Grifone intese quel parlare,
La faccia li vampò di foco accesa,
Ed a lui disse: - Io non soglio fuggire,
Ma tua superbia ti farà morire. -

24.

Compìto non avea queste parole,
Che il principe il ferì con tal roina,
Che veder non sapea se è luna o sole,
Né se gli era da sera o da matina.
Ranaldo a lui diceva: - Altro ce vôle
Che il destrier bianco e l'armatura fina
A voler esser bon combattitore!
Lena bisogna ed animoso core. -

25.

Quando Grifone intese con oltraggio
Dal sir de Montealbano esser schernito,
Turbato oltra misura nel coraggio
Ferilli ad ambe man l'elmo forbito;
E benché a quel non facesse dannaggio,
Ché era incantato, come avete odito,
Fu il colpo di tal furia e tal tempesta
Che tutta quanta gli stordì la testa.

26.
Non pone indugia, che un altro li mena,
Con più roina assai de quel primiero;
Non sentì mai Ranaldo maggior pena,
E tutto fraccassato avea il cimiero.
- Io ti farò sentir se ho core e lena,
E se altro vôlsi che un bianco destriero,
Vil ribaldo, di strata rio ladrone! -
Queste parole diceva Grifone.

27.

E menò il terzo colpo assai maggiore,
Così come era tutto invelenito,
E tanta fretta mena e tal furore,
Che Ranaldo non può prender partito.
Ma come piacque a l'alto Creatore,
Sempre ne l'elmo l'aveva ferito,
Ché, se l'avesse gionto in altro loco,
Serìa durata la battaglia poco;

28.

Però che avria spezzata ogni armatura:
Ma l'elmo stette alle percosse saldo.
Turbato era Grifone oltra misura,
Né mai fu de grande ira tanto caldo;
Ma d'altra parte a voi lascio la cura
Di pensar come stesse il pro' Ranaldo;
Ché Mongibel non arde né Vulcano,
Più che facesse il sir de Montealbano.

29.

Sembrava gli occhi suoi faville accese,
E parea nel soffiar tempesta e vento;
Cridando ad ambe man Fusberta prese,
E ferisce a Grifon con ardimento.
Sette armature non serian diffese,
Se non vi fosse stato incantamento;
Ma quella fatasone era sì forte
Che campò il giovanetto dalla morte.

30.

Abenché se stordì della percossa,
Ed alle crine del destrier s'inchina;
E non avendo ancor l'alma riscossa,
Ranaldo lo ferì con gran ruina.
Ma il giovanetto, che avea tanta possa,
Ed è guarnito di armatura fina,
Come risente, di nulla si cura,
E mena colpi grandi oltra misura.

31.

E sì crudel battaglia han cominciata,
Che un'altra non fu mai cotanto dura;
Né mai chiesen ripossa alcuna fiata,
Né di doglia o de affanno alcun si cura.
La faccia avea ciascun tanto infiammata,
Che solo a riguardarli era paura;
E, chi mirava da lontano un poco,
Parea che fuor de l'elmi uscisse foco.

32.

Né si scorgìa vantaggio di nïente,
Benché meglio Grifone fosse armato.
Cresce d'ognor lo assalto più fervente,
Qual già presso a cinque ore avea durato.
Dicea Ranaldo: - O Cristo onnipotente,
Se bene in altra cosa aggio peccato,
Non ne volere in questo far amendo,
Ché adesso il dritto e la ragion diffendo!

33.

Tu sai, Segnor, se iusta è la mia impresa,
Ché a te menzogna se direbbe in vano;
Grifon de un Saracino ha la diffesa
Contra di me, che pur son cristïano.
Per un can Saracin lui fa contesa,
Crudele, iniquo, perfido e inumano:
Fa, re del ciel, che chiaro ora comprenda
Che la iustizia per te se diffenda. -

34.

Così parlava; ed ancora Grifone,
Tuttavia combattendo a gran ruina,
Mirava al celo con devozïone.
- Vergine, - dicea lui - del cel regina,
Abbi del mio fallir compassïone,
Né abandonar questa anima tapina!
Che, benché in altre cose aggia peccato,
In questo è pur il dritto dal mio lato.

35.

Sempre parlai con Ranaldo de pace,
E lui me oltraggia con tal villania,
Che adoprar mi convien quel che me spiace
E far battaglia contra a voglia mia.
Suo tanto orgoglio e suo parlar mordace
Me hanno condutto a questa pugna ria;
E il tuo soccorso aspetto, che è dovuto,
Ché sempre a' bisognosi doni aiuto. -

36.

In tal forma pregavan con pietate,
Tuttavia combattendo, quei guerreri;
Né mai se vedean ferme le sue spate,
Ma colpi sopra colpi ognor più fieri;
Né se temean l'un l'altro in veritate,
Tanto eran prodi e de virtute altieri,
Che a brando, a lancia, a piedi e su l'arcione,
Potean con ciascun stare al paragone.

37.

Ma nel presente io voglio differire
Il fin di questa pugna sì rubesta;
De Orlando e Brandimarte vi vo' dire,
Che son con quella dama alla foresta,
Quale han campata da crudel martìre,
E tre giganti occisi con tempesta,
Come doveti aver nella memoria;
Or de quel fatto io vo' seguir la istoria.

38.

Brandimarte giacea sopra a quel prato,
Come io vi dissi, tutto sanguinoso,
Con l'elmo rotto e scudo fraccassato
Pel colpo di Marfusto furïoso.
Orlando in braccio se l'avea recato,
E piangea forte quel conte pietoso.
Ma quella damisella a mano a mano
Giù del gambelo discese nel piano,

39.

Ed andò prestamente ivi alla fonte,
Ch'era nel mezo del prato fiorito,
E gettando acqua a Brandimarte in fronte
Ritornar fece il spirto sbigotito:
E dolcemente ragionando al conte
Dicea voler pigliare altro partito,
Ché poco longe una erba avea veduta,
Qual racquista la vita ancor perduta.

40.

Dentro alla selva che girava intorno
La damisella se pone a cercare,
Né stette molto, che fece ritorno
Con l'erba che a virtute non ha pare.
Ad ôr simiglia quando è chiaro il giorno,
La notte poi se vede lampeggiare;
Il fior vermiglio ha la pianta felice,
E come argento è bianca sua radice.

41.

Avea il baron la testa dissipata
Per il gran colpo, come aveti odito;
Posevi dentro quella erba fatata
La damisella, e chiusela col dito.
Fu incontinente la piaga saldata,
Né pur se vede dove era ferito;
Ma, come il spirto li fu ritornato,
Di Fiordelisa il conte ha dimandato.

42.

- Eccola quivi! - a lui rispose Orlando
- Lei sola ti campò veracemente. -
Così rispose il conte al suo dimando,
Perché de l'altra non sapea nïente.
Brandimarte mirò la dama, e quando
Vide che non è quella, un dolor sente
Sì smisurato e sì nocivo al core,
Che quel del trapassar serìa minore.

43.

Volgendo al cel le luce lacrimose:
- Chi mi campò, - dicea - da mortal sorte
Per darmi pene tanto dolorose?
Or non me era assai meglio aver la morte?
Spirti dolenti ed anime piatose
Che stati del morir sopra le porte,
Pietà vi prenda della pena mia,
Ch'io vo' venir con vosco in compagnia!

44.

Non voglio viver, non, senza colei,
Che sola ene il mio bene e 'l mio conforto;
Vivendo, mille volte io morirei.
Ahi, Fortuna crudel, come a gran torto
Presa hai la guerra contro a' fatti miei!
Or che te giovarà poi che sia morto?
Che farai poi, crudel, senza lïanza?
Ché morte finirà la tua possanza.

45.

Tolto m'hai del paese ove fui nato,
Ché ancor me odiasti essendo fanciullino;
Di mia casa reale io fui robato,
E venduto per schiavo piccolino;
Il nome de mio patre aggio scordato
E il mio paese, misero! tapino!
Ma solo il nome de mia matre ancora
Fermo nella memoria mi dimora.

46.

Fortuna dispietata, iniqua e strana,
Tu me facesti servo ad un barone,
Quale era conte di Rocca Silvana;
E poi, per darmi più destruzïone,
Con falso viso ti mostrasti umana:
E il conte, che mi desti per padrone,
Franco mi fece; e, non avendo erede,
Ogni sua robba e il suo castel mi dede.

47.

E per fingerti a me più grata e sciolta,
Dama me desti de tanta beltate:
Quella me desti che adesso m'hai tolta,
Per farmi ora morir con crudeltate.
Odi, fallace, e il mio parlare ascolta:
Nocer non posso alla tua vanitate,
Ma sempre biasmarotti ed in eterno
Di te me andrò dolendo nello inferno. -

48.

Così parlando sì forte piangia,
Che avria spezzato un sasso di pietate.
Il conte Orlando gran dolor n'avia,
E quella dama con umanitate
Dolcemente parlando gli dicia:
- Molto me incresce di tua aversitate,
E debbo avere assai compassïone,
Perché a dolermi teco aggio cagione.

49.

E vo' che intendi se le cose istrane
Son date ad altri ancor dalla Fortuna.
Mio padre è re delle Isole Lontane,
Dove il tesor del mondo se raduna;
E tanto argento ed oro ha in le sue mane,
Che altro tanto non è sotto la luna,
Né ricchezza maggior al sol si vede;
Ed io restavo a tanto bene erede.

50.

Ma non se puote indivinar giammai
Quel che sia meglio a desïare al mondo.
Di re figliola e bella mi trovai,
Ricca de avere e de stato iocondo;
E ciò mi fu cagion de molti guai,
Come te contaraggio il tutto a tondo,
Perché cognosci a quel che èmmi incontrato,
Che anzi alla morte alcun non è beato.

51.

Era la fama già sparta de intorno
Della ricchezza del mio patre antico;
E nominanza del mio viso adorno,
O vera o falsa, pur come io te dico,
Menò duo amanti a chiedermi in un giorno,
Ordauro il biondo e il vecchio Folderico;
Bello era il primo dal zuffo alla pianta,
L'altro de li anni avea più de sessanta.

52.

Ricco ciascuno e de schiatta gentile;
Ma Folderico sagio era tenuto
E de uno antiveder tanto sotile,
Che come a Dio del cel gli era creduto.
Ordauro era di forza più virile,
E grande di persona e ben membruto;
Io, che a quel tempo non chiedea consiglio,
Il vecchio lascio, e il giovine me piglio.

53.

Non era tutta mia la libertate,
Però che il patre mio vi tenea parte;
Vergogna rafrenò la voluntate,
Che presto in nave avria tratto le sarte.
Ed anco mi stimava in veritate
Poter mandar mia voglia al fin con arte,
Ed ottenire Ordauro di leggiero;
Ma fallito me andò questo pensiero.

54.

Nelli antichi proverbii dir se suole
Che malizia non è che donna avanze;
Salamon disse già queste parole,
Ma al nostro tempo se ritrovan cianze.
Provato l'ho a mio costo, e ben mi dole,
Ch'aggio perduto l'ultime speranze,
Per confidarme alla malizia mia;
Perso ho quel ch'io volevo e quel ch'io avia.

55.

Perché, fingendo la faccia vermiglia
E gli occhi quanto io pote vergognosi,
Con quel parlar che a pianto se assomiglia,
Nanti al mio patre ingenocchion mi posi,
E dissi a lui: "Segnor, s'io son tua figlia,
Se sempre il tuo volere al mio preposi,
Come fatto ho di certo in abandono,
Non mi negare a l'ultimo un sol dono.

56.

Questo serà che non me dia marito
Che prima meco al corso non contenda;
E sia per legge fermo e stabilito
Che il vincitor per sua moglie mi prenda;
Ma fa che 'l vinto sappia che il partito
Sia di lasciar la vita per amenda,
E sia palese per tutte le bande:
Chi non è corridor, non me domande."

57.

Questa richiesta fu crudele e dura,
Ma non la seppe il mio patre negare,
E fecela per voce e per scrittura
Quasi per l'universo divulgare.
Ora me tenni lieta e ben secura
Poter marito a mia voglia pigliare,
Perché io son tanto nel corso legiera,
Che apena è più veloce alcuna fiera.

58.

E mi ricordo che nel prato piano
Che è presso alla città di Damosire,
Presi una cerva, correndo, con mano,
Ed altre cose assai che non vo' dire.
Or, come io dissi, Ordauro, quel soprano,
Con Folderico insieme ebbe a venire.
L'uno è canuto e di molti anni pieno,
L'altro nel viso angelico e sereno.

59.

Pensa tu, cavalliero, a qual s'accosta
Lo amoroso voler de una fanciulla.
Io tutta al giovanetto ero disposta,
E di quel vecchio mi curavo nulla.
Più non se dette al fatto indugia o sosta;
Venne il vecchiardo sopra ad una mulla,
E de alto carco se mostrava stanco;
Una gran tasca avea dal lato manco.

60.

Il giovanetto viene con gran festa
Sopra un corsier, che de oro era guarnito;
Salta su il campo ed al corso s'apresta.
Ciascun mostrava Folderico al dito,
Dicendo: "Il saggio perderà la testa,
Ché qua non gioverà esser scaltrito;
Di tanta astuzia al mondo era tenuto,
Or per amore egli ha il senno perduto."

61.

Fuor della terra smontamo ad un prato
Per far di nostro corso ultima prova:
Folderico la tasca avea da lato.
E prima che dal segno alcun se mova,
Fu il patto nostro ancora ricontato,
E la condizïon qui se rinova;
La turba sta d'intorno alla vedetta,
E sol la mossa al terzo suono aspetta.

62.

Ciascun di noi dal segno fo partito.
Folderico davanti via passava:
Io il comportai, per averlo schernito.
Come lui vide che a passarlo andava,
Un pomo d'oro lucido e polito
Fuor della tasca subito cavava;
Io, che invaghita fui di quel lavoro,
Lasciai la corsa e venni al pomo d'oro.

63.

Ché quel metallo in vista è sì iocondo,
Che la più parte del mondo disvia;
Ed era sì volubile e ritondo,
Che de pigliarlo gran fatica avia.
Io presi il primo, e lui gettò il secondo,
Fuggendomi davanti tuttavia,
Dove ebbi assai fatica, e ad un ponto
Questo pigliai ed ebbilo ancor gionto.

64.

Io l'ebbi gionto, ed eravamo al fine
Della affannata corsa e faticosa;
E già le tende bianche eran vicine,
Dove, compìto il corso, se riposa.
Fra me dicea: "Convien che io me destine
A dietro non tornar per altra cosa;
Non tornaria per tutto il mondo un dito,
Ché un vecchio non voglio io per mio marito.

65.

Passar me lassaraggio al giovanetto,
E lui davante vo' lasciare andare;
E questo brutto vecchio e maledetto,
Che è sì canuto e vôlsi maritare,
La forma lasciarà del bacinetto;
E già questa ora mille anni a me pare
Che Ordauro meco nel corso contenda,
Ed io lo baci e per vinta mi renda."

66.

Così parlava meco nel mio core,
Alegra, già vicina alla speranza,
Quando il vecchio malvaggio e traditore
Il terzo pomo della tasca lanza;
E tanto me abagliò col suo splendore,
Che, benché tempo al corso non me avanza,
Pur venni adietro e quel pomo pigliai,
Né Folderico più gionsi giamai.

67.

Lui forte ansando alle tende arivava;
E soi gli sono intorno con letizia.
Tutta la gente di fuora cridava:
"Adoprata ha il volpone alta malizia."
Or tu pôi mo pensar se io biastemava,
Ch'io piansi il sangue vivo per gran stizia;
E nel mio cor dicea: "Se egli è volpone,
Farollo essere un becco, per Macone.

68.

Ché mai non intrò a giostra cavalliero,
Né a torniamento per farsi vedere,
Che avesse in capo tanto alto il cimiero,
Come io farò di corne al mio potere.
Ponga a guardarme tutto il suo pensiero,
Che non gli giovarà lo antivedere;
E s'egli avesse uno occhio in ciascun dito,
Ad ogni modo rimarrà schernito."

69.

Feci il pensiero e missilo ad effetto.
Ma voi aveti forse altro che fare,
Perché io vedo entrambi nello aspetto
Esser sospesi e de intorno guardare;
Sì che io verrò con voi, e con diletto
La mia novella voglio seguitare,
Qual or vi piace. Prendite la via,
Ch'io serò presta a farvi compagnia. -

70.

Rispose Brandimarte: - Il danno mio
M'ha tratto della mente al tutto fuore,
E de mia dama tanto mi sa rio,
Come perduto avessi proprio il core;
Sì che a cercarla è tutto il mio desio,
E sento per la indugia tal dolore
E tanta pena e tanta angoscia e guai,
Ch'io non ho inteso ciò che detto m'hai. -

71.

E così tutti tre fôrno accordati
Di cercar Fiordelisa in quel deserto,
E non posar giamai son destinati,
Sin che di lei non sanno al tutto il certo;
E cavalcando se fôrno invïati
Nel bosco ombroso e di rame coperto.
Ma il lor camino e i fatti e il ragionare
Dirovi a ponto in questo altro cantare.



CANTO VENTESIMOSECONDO


1.

Erano entrati alla gran selva folta
Quei tre, come di sopra io vi contai:
Ciascun, dintorno remirando, ascolta
Se Fiordelisa sentisse giamai,
Che fo dal rio palmier dormendo tolta;
E di lei ragionando io ve lasciai,
Che essendo in braccio a quel palmier villano
Cridava aiuto adimandando in vano.

2.

Brandimarte il suo drudo allor non vi era,
Che gli potesse soccorso donare;
Anci era travagliato in tal maniera,
Che per se stesso avea troppo che fare;
Perché in quel tempo alla battaglia fera
Con quei giganti prese a contrastare,
Con Ranchera e Marfusto ed Oridante,
Come io ve dissi nel cantar davante.

3.

Senza soccorso, adunque, la meschina
Empìa de pianti la selva dintorno,
Né mai de aiuto chieder se rafina,
Battendosi con mano il viso adorno.
Via la portava il vecchio a gran ruina
Sempre temendo averne onta e gran scorno,
Né mai sua mente al tutto ebbe sicura
Sin che fu gionto ad una tomba scura.

4.

Nel sasso entrava quel falso vecchione,
Cridando la donzella ad alta voce.
Lui ha ben ferma e certa opinïone
Di sfocar quel disio che il cor gli coce;
Ma ne la tomba alor stava un leone
Ismisurato, orribile e feroce;
Il quale, odendo il crido e gran rumore,
Uscì fremendo con molto furore.

5.

Come lo vide il vecchio fuora uscire,
Non domandati se egli ebbe paura;
Pallido in faccia se pose a fuggire,
Lasciando quella bella creatura,
Che di spavento credette morire;
Ma, come volse sua bona ventura,
Lasciolla quel leone, e via passava,
Seguendo il vecchio che fuggendo andava.

6.

Lui gionse il vecchio, che al bosco fuggiva,
E tutto quanto l'ebbe a dissipare.
La dama non restò morta né viva,
Né di paura sa quel che si fare;
Pur così quatta per la verde riva
Nascosamente prese a caminare,
E già callato avendo il monte al piano
Ritrovò uno omo contrafatto e strano.

7.

Questo era grande e quasi era gigante,
Con lunga barba e gran capigliatura,
Tutto peloso dal capo alle piante:
Non fu mai visto più sozza figura.
Per scudo una gran scorza avia davante,
E una mazza ponderosa e dura;
Non avea voce de omo né intelletto:
Salvatico era tutto il maladetto.

8.

Come la dama riscontrò nel prato,
Presela in braccio; e, caminando forte,
Ad una quercia che era lì da lato,
La legò stretta con rame ritorte.
Poi là vicino a l'erba fu colcato,
Mirando lei, che ognior chiedea la morte;
Lei chiedendo morir sempre piangea,
Ma questo omo bestial non la intendea.

9.

Lasciamo il dir di quella sventurata,
Che de l'un male in l'altro era caduta;
Ella di stroppe alla quercia è legata,
E sol piangendo il suo dolore aiuta.
Ora ascoltati de l'altra brigata,
Che per cercarla al bosco era venuta:
Orlando e Brandimarte e la donzella
Per lor campata da fortuna fella.

10.

In croppa la portava il conte Orlando,
E dolcemente la prese a pregare
Che gli contasse, così caminando,
Quel che promesso avea di ragionare.
Lei, prima leggermente sospirando,
Disse: - D'ognor che senti racontare
De alcun vecchio marito beffa nova,
Tientela certa, e non chieder più prova.

11.

Perché tante ne son fatte nel mondo,
Strane e diverse, come aggio sentito,
Che per vergogna già non me nascondo
Se anch'io ne feci un'altra al mio marito;
Anci mi torna l'animo iocondo
D'ognor ch'io mi ramento a qual partito
Fo da me scorto quel vecchio canuto,
Che sì scaltrito al mondo era tenuto.

12.

Sì come alla fontana io te contai,
Quel vecchio di me fece il male acquisto;
Il celo e la fortuna biastemai,
Ma ad esso assai toccava esser più tristo,
Ché ne dovea sentire eterni guai,
Né fu dal suo gran senno assai provvisto
A prender me fanciulla, essendo veglio;
Che tuorla antica o star senza era meglio.

13.

Lui me condusse con solenne cura,
Con pompa e con trionfo glorïoso,
Ad una rocca che ha nome Altamura,
Dove il suo gran tesor stava nascoso.
Di quel che gli intravenne ebbe paura,
Né ancor vista m'avea, che era zeloso;
Però me pose dentro a quel girone,
Intro una ciambra, peggio che pregione.

14.

Là mi stavo io, de ogni diletto priva,
E campi e la marina a riguardare,
Perché la torre è posta in su la riva
D'una spiaggia deserta, a lato al mare:
Non vi puotria salir persona viva
Che non avesse l'ale da volare,
E sol da un lato a quel castello altiero
Salir se puote per stretto sentiero.

15.

Ha sette cinte e sempre nova intrata
Per sette torrïoni e sette porte,
Ciascuna piccoletta e ben ferrata.
Dentro a questo giron cotanto forte
Fo' io piacevolmente impregionata,
Sempre chiamando, e notte e giorno, morte;
Né altro speravo che desse mai fine
Al mio dolore e a mie pene meschine.

16.

Di zoie e de oro e de ogni altro diletto
Ero io fornita troppo a dismisura,
Fuor de il piacer che si prende nel letto,
Del quale avea più brama e maggior cura;
E il vecchio, che avea ben de ciò sospetto,
Sempre tenea le chiave alla cintura,
Ed era sì zeloso divenuto,
Che avendol visto non serìa creduto.

17.

Perciò che sempre che alla torre entrava,
Le pulice scotea del vestimento,
E tutte fuor de l'uscio le cacciava;
Né stava per quel dì più mai contento,
Se una mosca con meco ritrovava;
Anzi diceva con molto tormento:
È femina, over maschio questa mosca?
Non la tenire, o fa ch'io la cognosca.

18.

Mentre ch'io stavo da tanto sospetto
Sempre guardata e non sperando aiuto,
Ordauro, quel legiadro giovanetto,
Più volte a quella rocca era venuto,
E fatto ogni arte e prova; ed in effetto
Altro mai che il castel non ha veduto;
Ma Amor, che mai non è senza speranza,
Con novo antiveder li die' baldanza.

19.

Egli era ricco di molto tesoro,
Ché senza quel non val senno un lupino;
Onde con molto argento e con molto oro
Fe' comprare un palagio in quel confino
Dove me tenìa chiusa il barbasoro,
E manco de due miglia era vicino.
Non dimandati mo se al mio marito
Crebbe sospetto, e se fu sbigotito.

20.

Esso temea del vento che soffiava,
E del sol che lucea da quella parte,
Dove Ordauro al presente dimorava;
E con gran cura, diligenzia ed arte
Ogni picciol pertugio vi serrava,
Né mai d'intorno dal giron se parte;
E se un occello o nebbia nel ciel vede,
Che quel sia Ordauro fermamente crede.

21.

Ogni volta salia con molto affanno
Sopra alla torre, e trovandomi sola
Diceva: "Io temo che me facci inganno,
Ché non so che qua su de intorno vola.
Io ben comprendo la vergogna e il danno,
E non ardisco a dirne una parola:
Ché oggi ciascun che ha riguardo al suo fatto,
Nome ha zeloso, ed è stimato un matto."

22.

Così diceva; e poi che era partito,
Rodendo andava intorno a quel rivaggio;
E per spiare ancor tal volta è gito
Dove abitava Ordauro al bel palaggio;
E a lui diceva: "Quel riman schernito,
Che più stima sapere ed esser saggio.
Se una vien còlta, non te ne fidare,
Ché l'ultima per tutte può pagare."

23.

Queste parole e molte altre dicia
Sempre fra denti, con voce orgogliosa.
Ordauro al suo parlar non attendia,
Ma con mente scaltrita ed amorosa
Sotto la terra avea fatto una via,
A ciascuno altro incognita e nascosa.
Per una tomba chiusa intorno e scura
Gionse una notte dentro ad Altamura.

24.

E benché egli arivasse d'improviso,
Ch'io non stimavo quella cosa mai,
Io il ricevetti ben con meglior viso
Ch'io non facevo Folderico assai.
Ancora esser mi par nel paradiso,
Quando ramento come io lo baciai,
E come lui baciomme nella bocca;
Quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.

25.

Questo ti giuro e dico per certanza,
Ch'io ero ancora vergine e polzella;
Ché Folderico non avea possanza,
Ed essendo io fanciulla e tenerella,
Me avea gabata con menzogna e zanza,
Dandomi intender con festa novella,
Che sol baciando e sol toccando il petto
De amor si dava l'ultimo diletto.

26.
Alora il suo parlar vidi esser vano,
Con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
Sì che al principio pur mi parve strano,
Come io avessi morduto un pomo acerbo;
Ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
Ch'io me disfeci e credetti morire.

27.

Io credetti morir per gran dolcezza,
Né altra cosa da poi stimai nel mondo.
Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
Altri esser nominato per il mondo.
Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza
E il viver dilettoso e star iocondo;
Chi vôle onore o robba con affanno,
Me non ascolti, ed abbiasene il danno.

28.

Più fiate poi tornammo a questo gioco,
E ciascun giorno più crescia il diletto;
Ma pur il star rinchiusa in questo loco
Mi dava estrema noia e gran dispetto;
E il tempo del piacer sempre era poco,
Però che quel zeloso maladetto
Me ritornava sì ratto a vedere,
Che spesso me sturbò di gran piacere.

29.

Unde facemmo l'ultimo pensiero
Ad ogni modo de quindi fuggire;
Ma ciò non puotea farsi de legiero,
Ché avea quel vecchio sì spesso a salire
Là dove io stava nel castello altiero,
Che non ci dava tempo di partire.
Al fin consiglio ce donò lo amore,
Che dona ingegno e sotigliezza al core.

30.

Ordauro Folderico ebbe invitato
Al suo palagio assai piacevolmente,
Mostrandoli che se era maritato,
Per trarli ogni sospeto della mente.
Lui, da poi che ebbe il castel ben serrato,
Ch'io non potessi uscirne per niente,
Né sapendo di che, pur sbigotito,
Ne andò dove era fatto il gran convito.

31.

Io già prima de lui ne era venuta
Per quella tomba sotterra nascosa,
E d'altri panni ornata e proveduta
Sì come io fossi la novella sposa;
Ma come il vecchio m'ebbe qui veduta,
Morir credette in pena dolorosa;
E vòlto a Ordauro disse: "Ahimè tapino!
Ché ben ciò mi stimai, per Dio divino!

32.

Io non occisi già il tuo patre antico,
Né abruciai la tua terra con roina,
Che esser dovessi a me crudel nemico
E far la vita mia tanto meschina.
Ahi tristo e sventurato Folderico,
Che sei gabato al fin da una fantina!
Ora a mio costo vadase a impiccare
Vecchio che ha moglie, e credela guardare."

33.

Mentre che lui dicea queste parole
De ira e de sdegno tutto quanto acceso,
Ordauro assai de ciò con lui se dole,
Mostrando in vista non averlo inteso;
E giura per la luna e per il sole,
Che egli è contra ragion da lui ripreso;
E che per il passato e tutta via
Gli ha fatto e falli onore e cortesia.

34.

Cridava il vecchio ognior più disperato:
"Questa è la cortesia! questo è l'onore!
Tu m'hai mia moglie, mio tesor robbato,
E poi, per darmi tormento maggiore,
M'hai ad inganno in tua casa menato,
Ladro, ribaldo, falso, traditore,
Perch'io veda il mio danno a compimento
E la mia onta, e mora di tormento."

35.

Ordauro se mostrava stupefatto,
Dicendo: "O Dio, che reggi il cel sereno,
Come hai costui de l'intelletto tratto,
Che fu de tal prudenza e senno pieno?
Or de ogni sentimento è sì disfatto,
Come occhi non avesse, più né meno.
Odi (diceva), Folderico, e vedi:
Questa è mia moglie, e che sia tua credi.

36.

Essa è figliola del re Manodante,
Che signoreggia le Isole Lontane;
Forse che in vista te inganna il sembiante,
Perché aggio inteso che fôr due germane
Tanto di faccia e membre simigliante,
Che, veggendole 'l patre la dimane
E la sua matre, che fatte le avia,
L'una da l'altra non ricognoscia.

37.

Sì che ben guarda e iudica con teco,
Prima che a torto cotanto ti doglie,
Perché contra al dover turbato èi meco."
Diceva il vecchio: "Non mi vender foglie,
Ch'io vedo pur di certo, e non son ceco,
Che questa è veramente la mia moglie:
Ma pur, per non parer paccio ostinato,
Vado alla torre, e mo serò tornato.

38.

E se non la riveggio in quel girone,
Non te stimar di aver meco mai pace:
In ogni terra, in ogni regïone
Te perseguitarò, per Dio verace;
Ma se io la ritrovo, per Macone
De averti detto oltraggio mi dispiace;
Ma fa che questa quindi non si mova
Insin ch'io torni e vedane la prova."

39.

Così dicendo, con molta tempesta,
Trottando forte, alla torre tornava;
Ma io, che era de lui assai più presta,
Già dentro dalla rocca lo aspettava;
E sopra il braccio tenendo la testa,
Malanconosa in vista me mostrava.
Come fu dentro ed ebbemi veduta,
Meravigliosse e disse: "Iddio me aiuta!

40.

Chi avria creduto mai tal meraviglia,
Né che tanto potesse la natura,
Che una germana sì l'altra somiglia
De viso, de fazione e di statura?
Pur nel cor gran sospetto ancor mi piglia,
Ed ho, senza cagione, alta paura,
Però che io credo, e certo giurarei,
Che quella che è là giù, fosse costei."

41.

Poi verso me diceva: "Io te scongiuro,
Se mai speri aver ben che te conforte:
Fosti oggi ancor di for da questo muro?
Chi te condusse, e chi aperse le porte?
Dimmi la verità, ch'io te assicuro
Che danno non avrai, pena, né morte;
Ma stu mentisci, ed io lo sappia mai,
Da me non aspettare altro che guai."

42.

Ora non dimandar come io giurava
Il celo e' soi pianeti tutti quanti:
Quel che si fa per ben, Dio non aggrava,
Anci ride il spergiuro degli amanti.
Così te dico ch'io non dubitava
Giurare e l'Alcorano e' libri santi,
Che dapoi ch'era intrata in quel girone
Non era uscita per nulla stagione.

43.

Lui, che più non sapea quel che se dire,
Torna di fora, e le porte serrava.
Io d'altra parte non stavo a dormire,
Ma per la tomba ascosa me ne andava,
E a nova guisa m'ebbi a rivestire.
Quando esso gionse, e quivi mi trovava:
"Il cel - diceva - e Dio non faria mai
Che questa è quella che là su lasciai."

44.

Così più volte in diversa maniera
Al modo sopradetto foi mostrata,
E sì for di sospetto il zeloso era,
Che spesso me appellava per cognata.
Fo dapoi cosa facile e legiera
Indi partirsi; perché una giornata
Ordauro a Folderico disse in breve
Che quella aria marina è troppo greve;

45.

E che non era stato una ora sano,
Dapoi che venne quivi ad abitare;
Sì che al giorno sequente e prossimano
Nel suo paese volea ritornare,
Ch'era da tre giornate indi lontano.
Or Folderico non se fie' pregare,
Ma per se stesso se fo proferito
A farce compagnia for de quel sito.

46.

E con noi venne forse da sei miglia,
E poi con fretta adietro ritornava.
Ora io non so s'egli ebbe meraviglia,
Quando alla rocca non me ritrovava.
La lunga barba e le canute ciglia,
Maledicendo il cel, tutte pelava;
E destinato de averme o morire,
Nostro camino se pose a seguire.

47.

E non avendo possa, né ardimento
Di levarme per forza al giovanetto,
Veniaci dietro con gran sentimento,
Del qual troppo era pieno il maledetto.
Ora ciascun di noi era contento,
Io, dico, e Ordauro, quel gentil valletto,
Che senza altro pensier ne andamo via;
Forse da trenta eramo in compagnia.

48.

Scudieri e damiselle eran costoro,
Tutti senza arme caminando adaggio;
Emo la vittualia e argento ed oro
Posto sopra gambeli al carrïaggio;
Perché tutta la robba e il gran tesoro
Che possedeva quel vecchio malvaggio,
Avevamo noi tolta alla sicura,
Là dove io venni per la tomba oscura.

49.

Già la prima giornata caminando
Aveàn passata senza impedimento;
Ordauro meco ne venìa cantando,
Ed avea indosso tutto il guarnimento
Di piastre e maglia, e cento al fianco il brando;
Ma la sua lancia e il bel scudo d'argento
E l'elmo adorno di ricco cimero
Gli eran portati apresso da un scudero:

50.

Quando davanti, in mezo del camino,
Scontramo un damigello in su l'arcione.
Quel veniva cridando: "Ahimè tapino!
Aiuto! aiuto! per lo Dio Macone";
Ed era alle sue spalle uno assassino
(Così sembrava in vista quel fellone);
Correndo a tutta briglia per il piano
Seguiva il primo con la lancia in mano.

51.

Per il traverso di quel bosco ombroso
Passarno e duo, correndo a gran flagello.
Ordauro de natura era pietoso,
Onde gli increbbe di quel damigello,
E posesi a seguir senza riposo;
Ma ciascun di color parea uno uccello,
Ch'eran senza arme e scarchi e lor destrieri,
Però veloci andavano e legieri.

52.

Ordauro il suo ronzone avea coperto
Di piastra e maglia, onde ebbe molto affanno:
E per esser lui di malizia experto,
Ebbe oltra alla fatica ancor gran danno;
Perché, come io conobbi poi di certo,
Sol Folderico avea fatto ad inganno
Quel giovanetto e quel ladron venire,
Acciò che Ordauro gli avesse a seguire.

53.

E come fu da noi sì dilungato,
Che di gran lunga più non si vedia,
Il falso vecchio se fu dimostrato,
Con circa a vinti armati in compagnia.
Ciascun de' nostri se fu spaventato,
Chi qua chi là per lo bosco fuggia,
Né fu chi se ponesse alle diffese,
Onde il vecchiardo subito me prese.

54.

Se io ero in quel ponto dolorosa,
Tu lo puoi, cavallier, fra te pensare.
Per una strata de bronchi spinosa,
Dove altri non suolea mai caminare,
Me conducea quel vecchio alla nascosa,
E cento macchie ce fe' traversare,
Perché de Ordauro avea molta paura;
Or noi giongemo ad una valle oscura.

55.

Stata ero io presa duo giorni davanti,
Quando giongemmo a l'ombroso vallone;
Io non avea giamai lasciato e pianti,
Benché me confortasse quel vechione.
Eccote uscir del bosco tre giganti,
Ciascuno armato e con grosso bastone;
Un d'essi venne avanti e cridò forte:
"Getti giù l'arme chi non vôl la morte." -

56.

Stava la dama in questo ragionare
Col conte Orlando, ed ancora seguia,
Però che li voleva racontare,
Come e giganti l'ebbero in balìa,
E come il vecchio la volse aiutare;
E lui fu morto e la sua compagnia,
E sua ventura poi de parte in parte,
Sin che soccorsa fu da Brandimarte;

57.

Ma nova cosa che ebbe ad apparire,
Qual sturbò il ragionar della donzella;
Ché un cervo al verde prato vedean gire
Pascendo intorno per l'erba novella.
Come era vago non potrebbi io dire,
Ché fiera non fu mai cotanto bella;
Quel cervo è della Fata del Tesoro,
Ambe le corne ha grande e de fino oro.

58.

Lui come neve è bianco tutto quanto,
Sei volte il giorno di corno se muta;
Ma de pigliarlo alcun non se dà vanto,
Se forse quella fata non lo aiuta;
Ed essa è bella ed è ricca cotanto,
Che omo non ama e ciascadun riffiuta;
Ché beltate e ricchezza a ogni maniera
Per sé ciascuna fa la donna altiera.

59.

Or questo cervo pascendo ne andava,
Quando fo visto dai duo cavallieri
E dalla dama, che ancor ragionava.
Brandimarte a pigliarlo ebbe in pensieri,
Ma non già il conte, perché egli estimava
Quelle ricchezze per cose legieri;
E però apena li fece riguardo,
Abenché avesse il bon destrier Baiardo.

60.

Ma sopra a Brigliadoro è Brandimarte,
Qual, come il cervo vide, in su quel ponto
Dal conte Orlando subito se parte,
Ché de acquistarlo avea l'animo pronto;
Ma quello era fatato con tal arte,
Che non l'arìa volando alcuno agionto
Però il seguiva Brandimarte in vano
Quel giorno tutto quanto per il piano.

61.

Poiché venuta fu la notte oscura,
Lui perse il cervo per le fronde ombrose,
E veggendosi al fin de sua ventura,
Poscia che 'l giorno la luce nascose,
Vestito sì come era de armatura
Nel verde prato a riposar se pose;
E poi nel tempo fresco, al matutino,
Monta il destriero e torna al suo camino.

62.

Quel che poi fece con l'omo selvaggio
Che la sua Fiordelisa avea legata,
Nel canto che vien drieto conteraggio,
E dirò la battaglia cominciata
Tra Ranaldo e Grifon senza vantaggio.
Per Dio, tornate a me, bella brigata,
Ché volentieri ad ascoltar vi aspetto,
Per darvi al mio cantar zoia e diletto.



CANTO VENTESIMOTERZO


1.

Seguendo, bei segnori, il nostro dire,
Brandimarte dal conte era partito,
E perse il cervo e posese a dormire;
Ma poi, al novo giorno resentito,
Al suo compagno volea rivenire;
E già sopra il destrier sendo salito,
Ascoltando li parve voce umana
Che si dolesse, e non molto lontana.

2.

E poi che un pezzo per odir fu stato,
Verso quel loco se pose ad andare;
E come aveva alquanto cavalcato,
Stavasi fermo e quieto ad ascoltare;
E così andando gionse ad un bel prato,
E colei vide, che odìa lamentare,
Legata ad una quercia per le braccia;
Come la vide, la cognobbe in faccia.

3.

Perché quella era la sua Fiordelisa,
Tutto il suo bene e vita del suo core;
Sì che pensati voi or con qual guisa
Se cangiò Brandimarte de colore.
Era l'anima sua tutta divisa:
Parte allegrezza e parte era dolore,
Ché d'averla trovata era zoioso,
Ma del suo mal turbato e doloroso.

4.

Più non indugia, che salta nel piano,
E lega Brigliadoro ad una rama;
Va con gran fretta il cavallier soprano
Per discioglier colei che cotanto ama;
Ma quello omo bestiale ed inumano
Ch'era nascoso in guardia de la dama,
Come lo vide, uscì de quel macchione,
E imbraccia il scudo ed impugna il bastone.

5.

Era quel scudo tutto de una scorza
Ben atto a sostenire ogni percossa,
Né dubbio è che se piega o che se torza,
Perché de un gran palmo egli era grossa.
Omo non ave mai cotanta forza,
Cavalliero, o gigante di gran possa,
Quanto ha quello omo rigido e selvaggio:
Ma non cognosce a zuffa alcun vantaggio.

6.

Abita in bosco sempre, alla verdura,
Vive de frutti e beve al fiume pieno;
E dicesi ch'egli ha cotal natura,
Che sempre piange, quando è il cel sereno,
Perché egli ha del mal tempo alor paura,
E che 'l caldo del sol li venga meno;
Ma quando pioggia e vento il cel saetta,
Alor sta lieto, ché 'l bon tempo aspetta.

7.

Vene questo omo adosso a Brandimarte,
Col scudo in braccio e la maza impugnata;
Non ha di guerra lui senno né arte,
Ma legerezza e forza smisurata.
Non era il baron vòlto in quella parte,
Ma là dove la dama era legata;
E se lei forse non se ne avedia,
Quello improviso adosso li giongia.

8.

De ciò non se era Brandimarte accorto,
Ma quella dama, che 'l vide venire,
Cridò: - Guârti, baron, che tu sei morto! -
Non se ebbe il cavalliero a sbigotire;
E più d'esso la dama ebbe sconforto
Che di se stessa, né del suo morire,
Perché con tutto il cor tanto lo amava
Che, sé scordando, sol di lui pensava.

9.

Presto voltosse il barone animoso
E se ricolse ad ottimo governo;
E quando vide quel brutto peloso,
Beffandolo fra sé, ne fie' gran scherno;
E stette assai sospeso e dubbïoso
Se questo era omo o spirto dello inferno;
Ma sia quel che esser voglia, e' non ne cura,
E vallo a ritrovar senza paura.

10.

A prima gionta il salvatico fiero
Menò sua mazza, che cotanto pesa,
E gionse sopra il scudo al cavalliero,
Che ben stava coperto in sua diffesa;
E come quel che è scorto a tal mestiero,
Taglia quella col brando alla distesa.
Come lui vide rotta la sua mazza,
Saltagli adosso e per forza l'abbrazza.

11.

E lo tenìa sì stretto e sì serrato,
Che non puoteva se stesso aiutare.
Più volte il cavallier se fo provato
Con ogni forza de sua man campare;
Ma quanto un fanciulletto adesso nato
Potrebbe a petto a uno omo contrastare,
Tanto il selvaggio di estrema possanza
E di gran forza Brandimarte avanza.

12.

Via ne 'l portava e stimavalo tanto
Quanto fa il lupo la vil pecorella.
Ora chi odisse il smisurato pianto
Che facea lamentando la donzella,
A Dio chiamando aiuto, ad ogni Santo
In cui sperava, alla Fede novella:
Chi odisse il pianto e 'l piatoso sermone,
Ciascuno avria di lei compassïone.

13.

Tuttavia quel selvaggio omo il portava;
Per le braccia a traverso l'avia preso;
Lui quanto più puotea si dimenava,
D'ira, de orgoglio e di vergogna acceso;
Ma quel suo dimenar poco giovava,
Perché il selvaggio lo tenìa sospeso
Alto da terra, perché era maggiore,
Correndo tuttavia con gran furore.

14.

Gionse correndo, col barone in braccio,
Dove era un'alta pietra smisurata;
Correa nella radice un gran rivaccio,
Che l'avea da quel canto dirupata,
Sì che da cima al fondo avea di spaccio
Seicento braccia la ripa tagliata.
Quivi il selvaggio ne portò il barone
Per trabuccarlo giuso a quel vallone.

15.

Come fo gionto a l'orlo del gran sasso,
Via lo lancia da sé senza riguardo;
Poco mancò che non gionse al fraccasso
Del dirupo alto il cavallier gagliardo,
E ben gli fo vicino a men d'un passo.
Ma presto saltò in piede e non fo tardo;
Perché egli aveva ancora in mano il brando,
Verso il selvaggio se ne andò cridando.

16.

Quel non aveva scudo né bastone,
L'uno era rotto, l'altro avea lasciato;
Corse ad uno olmo e prese un gran troncone,
E non l'avendo ancor tutto spiccato,
Brandimarte il ferì sopra al gallone,
E di gran piaga l'ebbe vulnerato.
Lui, ch'è orgoglioso ed ha superbia molta,
Quel troncon lascia ed al baron si volta.

17.

Voltasi quel selvaggio furïoso
A Brandimarte per saltargli adosso;
Il cavallier col brando sanguinoso,
Nel voltar che se fie', l'ebbe percosso;
Via tagliò un braccio, che è tutto peloso,
E gionse al busto smisurato e grosso;
Giù per le coste insieme alla ventraglia
Tutte col brando ad un colpo gli taglia.

18.

Quel non se puote alor più sostenire,
Cade cridando in su la terra dura;
E' non sapea parole proferire,
Ma facea voce terribile e oscura.
Quando il barone lo vide morire,
Quivi lo lascia e più non ne dà cura,
Anci correndo a quel prato ne andava,
Dove il destriero e la sua dama stava.

19.

Come fu gionto ove era la donzella,
Di gran letizia non sa che si fare;
Tienla abbracciata e già non li favella,
Ché de allegrezza non puotea parlare.
Or per non far de ciò longa novella,
Quella disciolse ed ebbe a cavalcare,
E posesela in groppa, e a lei rivolto
Parlando andava per quel bosco folto.

20.

E l'uno e l'altro insieme racontava,
Questa come fu tolta dal vecchione
Che per la selva oscura la portava,
E come fu poi morto dal leone;
E così a lei Brandimarte narrava
De' tre giganti quella questïone
Che fatta aveano al prato della fonte,
E de la dama che portava il conte.

21.

E così l'uno e l'altro ragionando
De lor travaglio e de la lor paura,
Veniano a ritrovare il conte Orlando.
Ma ad esso era incontrata altra ventura,
Qual poi a tempo vi verrò contando;
Ora al presente poneti la cura
Ad ascoltar la zuffa e la tenzone
Che ebbe Ranaldo col franco Grifone.

22.

Né so se vi ricorda nel presente,
Segnor, come io lasciassi quella cosa
De' due baron, che nequitosamente
Facean cruda battaglia e tenebrosa,
E stimavan la vita per nïente,
E quello e questo mai non se riposa,
Né sparma colpi alcun, né si nasconde,
Ma l'uno l'altro a bon gioco risponde.

23.

Tutta la gente quivi se adunava,
Pedoni e cavallieri a poco a poco;
Sì ciascun de veder desiderava,
Che strettamente li bastava il loco.
Marfisa avanti agli altri riguardava,
Tutta nel viso rossa come un foco;
Ma, mentre che mirava, ecco Ranaldo
Mena un gran colpo furïoso e saldo;

24.

E sopra l'elmo gionse de Grifone,
Ch'era affatato, come aveti odito;
Se alora avesse gionto un torrïone,
Sin gioso al fondo l'arebbe partito;
Ma quello incanto e quella fatasone
Campò da morte il giovanetto ardito,
Benché a tal guisa fu del spirto privo,
Che non moritte e non rimase vivo.

25.

Però che, briglia e staffe abandonando,
Pendea de il suo destriero al destro lato,
E per il prato strasinava il brando,
Perché l'aveva al braccio incatenato.
Quando Aquilante il venne remirando,
Ben lo credette di vita passato,
E sospirando di dolore e d'ira
Verso Ranaldo furïoso tira.

26.
Questo era anch'esso figlio de Olivero,
Come Grifone, e di quel ventre nato,
Né di lui manco forte né men fiero,
E come l'altro aponto era fatato:
L'arme sue, dico, il brando e il bon destriero,
Benché a contrario fosse divisato,
Ché questo tutto è nero, e quello è bianco,
Ma l'un e l'altro a meraviglia è franco.

27.

Sì che non fo questo assalto minore,
Ma più crudele assai ed inumano,
Perché Aquilante avea molto dolore,
Credendo essere occiso il suo germano;
E come disperato a gran furore
Combattea contra il sir de Montealbano,
Ferendo ad ambe man con molta fretta,
Per morir presto o far presto vendetta.

28.

Da l'altra parte a Ranaldo parea
Ricever da costoro a torto ingiuria,
Però più dello usato combattea
Terribilmente, acceso in maggior furia;
Contra sé tutti quanti li vedea,
E lui soletto non ha chi lo alturia
Se non Fusberta e il suo core animoso,
Però combatte irato e furïoso.

29.

- Or via, - diceva lui - brutta canaglia!
Mandati ancor de li altri a ricercare,
Che vengano a fornir vostra battaglia;
O venitene insieme, se vi pare,
Che tutti non vi stimo un fil de paglia.
Come poteti gli occhi al celo alciare
De vergogna, o vedere vi lasciati,
Sendo tra gli altri sì vituperati? -

30.

Non respondeva Aquilante nïente,
Benché egli odisse quel parlar superbo,
Ma, stringendo de orgoglio dente a dente,
Con quanta possa aveva e quanto nerbo
Ferì Ranaldo ne l'elmo lucente
De un colpo furïoso e tanto acerbo,
Che Ranaldo le braccia al celo aperse
Per la gran pena che al colpo sofferse.

31.

E se il suo brando non fosse legato
Al destro braccio, come lui portava,
Ben li serìa caduto al verde prato.
Or Rabicano a gran furia ne andava,
Perché Ranaldo il freno avea lasciato,
Né dove fosse alor se ricordava;
Ma di profondo spasmo e di dolore
Ave perduto lo intelletto e il core.

32.

Aquilante, de orgoglio e d'ira pieno,
Per tutto intorno al campo lo seguìa;
Ed avea preso al cor tanto veleno,
Che così volontier morto l'avria,
Come fosse un pagan, né più né meno.
Ma ritornò Ranaldo in sua balìa;
Proprio alor che Aquilante l'avea gionto,
In sé rivenne vigoroso e pronto.

33.

E, ritrovato il brando che avea perso,
Voltò contra Aquilante il corridore,
Acceso di furor troppo diverso;
Con quanta forza mai puote maggiore,
Lo gionse a mezo l'elmo nel traverso.
Non valse ad Aquilante il suo valore,
Né l'arme fatte per incantamento,
Ché stramortito perse il sentimento.

34.

Ranaldo già nïente indugiava,
Perché era d'ira pieno a quella fiata,
E l'elmo prestamente li slaciava,
E ben gli avrebbe la testa tagliata:
Ma Chiarïone la lancia arrestava,
Così come era la cosa ordinata;
Né de lui se accorgendo il fio d'Amone,
Di traverso il ferì sopra il gallone.

35.

Piastra non lo diffese o maglia grossa,
Ma crudelmente al fianco l'ha ferito.
Alor che ebbe Ranaldo la percossa,
Grifone aponto se fo risentito,
Ch'era stato gran pezzo in molta angossa
E fuora de intelletto sbalordito;
Via passò Chiarïon, rotta ha la lancia,
Ché tenire il destrier non ha possancia.

36.

Or, come io dissi, Grifon se risente,
Alor che via ne andava Chiarïone,
E non sapea de Aquilante nïente,
Né de questo altro ancor la questïone,
Ché mosso non serebbe certamente;
Ma così come uscì de stordigione,
Per vendicarse il colpo che avea còlto
Verso a Ranaldo furïoso è vòlto.

37.

Non era ancora il sir de Montealbano
Aconcio ne l'arcione e rassettato,
Per quello incontro sì crudo e villano
Che quasi fuor di sella andò nel prato,
Quando gionse Grifon col brando in mano;
Trovandolo improviso e sbarattato,
Gli donò un colpo orribile e possente:
Voltosse il fio de Amon come un serpente.

38.

Come un serpente per la coda preso,
Che gonfia il collo e il busto velenoso,
Cotal Ranaldo, de grand'ira acceso,
A Grifon se rivolse nequitoso;
E ben l'avrebbe per terra disteso,
Tanto menava un colpo furïoso;
Se non che Chiarïon, ch'era voltato,
Giongendo sturbò il gioco cominciato.

39.

E sopra il braccio destro lo percosse,
Come ebbe de improviso ad arivare,
E con tanta ruina lo commosse,
Che quasi il fece il brando abandonare.
Pensati se Ranaldo ora adirosse,
Che perder non vo' tempo al racontare;
Forte cridando, giura a Dio divino
Che tutti non gli stima un vil lupino.

40.

E se rivolta contra a Chiarïone,
E darli morte al tutto è delibrato;
Ma già per questo non resta Grifone,
Né il lascia prender lena e trare il fiato.
Ecco Aquilante ariva alla tenzone,
Che era de stordigion già ritornato,
Ma non già al tutto, perché veramente
Non s'accorgea de gli altri duo nïente:

41.

De gli altri duo che, ciascadun più fiero,
Stanno d'intorno Ranaldo a ferire;
Ciò non pensa Aquilante, quello altiero,
Ma sua battaglia destina finire.
Spronando a gran ruina il suo destriero
Lascia sopra a Ranaldo un colpo gire
Tanto feroce, dispietato e crudo,
Che tagliò tutto per traverso il scudo.

42.

Sotto il scudo la piastra del bracciale
Sopra un cor' buffalino era guarnita;
La manica de maglie nulla vale,
Ché gli fece nel braccio aspra ferita.
A' circonstanti ciò parea gran male;
Sopra a gli altri Marfisa, quella ardita,
Va correndo, ché apena ritenuto
Se era sin ora di donargli aiuto.

43.

Onde se mosse lui con la regina
Che di prodezza al mondo non ha pare.
Qual vento, qual tempesta di marina
Se puote al gran furore equiperare?
Quando Marfisa mosse con ruina,
Parea che e monti avessero a cascare,
E' fiumi andasser nello inferno al basso,
Ardendo l'aria e il celo a gran fraccasso.

44.

A quel furor terribil e diverso
Serebbe tutto il mondo sbigotito;
Per ciò non ha Grifon l'animo perso,
Né il suo german, che fo cotanto ardito;
Ma ciascun de gli altri ha il cor summerso
Quando vider colei sopra a quel sito,
Qual con tal furia nel giorno davanti
Gli avea cacciati e rotti tutti quanti.

45.

Venner contra Marfisa e duo germani,
Ciascun di lor se stringe, il scudo imbraccia;
E il pro' Ranaldo, solo in su quei piani,
Al re Adrïano e a Chiarïon minaccia;
E fôr Torindo ed Oberto alle mani,
Ben che ferito è Oberto nella faccia.
Trufaldin sta da parte e pone mente,
Come avesse de questo a far nïente.

46.

L'una e poi l'altra zuffa voglio dire,
Perché in tre lochi a un tempo se travaglia,
E il rumore è sì grande ed il ferire
E il spezzar delle piastre e della maglia,
Che apena se potrebbe il trono odire.
Or, cominciando alla prima battaglia,
Grifone ed Aquilante alla frontera
Tolsero in mezo la regina fiera.

47.

Lei, come una leonza che di pare
Se veggia in mezo a duo cervi arivata,
Che ad ambo ha il core e non sa che si fare,
Ma batte i denti, e quello e questo guata;
Cotal Marfisa se vedea mirare,
Adosso l'uno e l'altro inanimata,
Sol dubitando la regina forte
A cui prima donar debba la morte.

48.

Ma star sospesa non li fa mestiero,
Ché ben gli diè Grifone altro pensare;
Ad ambe mani il giovanetto fiero
Un colpo smisurato lasciò andare.
Il drago, che ha la dama per cimiero,
Fece in due parte alla terra callare;
Non fo Marfisa per quel colpo mossa,
Benché sentisse al capo gran percossa.

49.

Verso Grifon turbata un colpo mena,
Con quel gran brando che ha tronca la ponta;
Ma non è verso lui voltata apena,
Che nel collo Aquilante l'ebbe gionta.
Pensati or se ella rode la catena,
E se a tal cosa prese sdegno ed onta,
Perché quel colpo orribile e improviso
Batter li fece contra a l'elmo il viso.

50.

E gli uscì il sangue da' denti e dal naso,
Che non gli avvenne in battaglia più mai.
Dricciandosi cridò: - Giotton malvaso,
Se tu sapesti quel che tu non sai,
Voresti nel girone esser rimaso:
Or vo' che sappi che tu morirai
Per le mie mane, e non è in celo Iddio
Che te possa campar dal furor mio. -

51.

Mentre che ella braveggia a suo volere,
Non ha il franco Grifone il tempo perso,
Ma con ogni sua forza e suo potere
In fronte la ferì de un gran riverso.
Io non sapria cantando far vedere
Di lei lo assalto orribile e diverso,
Ché, non curando più la sua persona,
Verso Aquilante tutta se abandona.

52.

Ferì con tal superbia la adirata,
Con tal ruina e con furor cotanto,
Che, se non fosse la piastra incantata,
Fesso l'avria per mezzo tutto quanto.
Dicea il franco Grifon: - Cagna rabbiata,
Tu non te donarai al mondo il vanto
Che promisso hai, de occider mio germano:
Ma serà tuo zanzar bugiardo e vano. -

53.

Così dicendo la ferì del brando
Con gran tempesta ne l'elmo lucente.
Or, bei segnori, a Dio ve racomando,
Perché finito è il mio dire al presente;
E, se tornati, verrovi contando
Questa battaglia nel canto sequente,
Qual fo tra gente di cotanto ardire,
Che ve fia gran diletto odendol dire.



CANTO VENTESIMOQUARTO


1.

Se non me inganna, segnor, la memoria,
Seguir convene una zuffa grandissima,
Ché a l'altro canto abandonai la istoria
Della dama terribile e fortissima,
Quale ha tanta arroganza e sì gran boria,
Che vergognata se stima e vilissima
E che beffando ogni om dietro gli rida,
Se tutto il mondo a morte non disfida.

2.

Da l'altra parte Aquilante e Grifone
Eran duo cavallier di tanto ardire,
Che lo universo non avea barone
Qual gli potesse entrambi sostenire:
Dico né Orlando, né il figlio de Amone,
O di qual altro più se possa dire,
Perché ciascun di lor, fronte per fronte,
Tiene battaglia al pro' Ranaldo e al conte.

3.

Onde una zuffa sì pericolosa
Non fo nel mondo più fatta giamai,
Come fu tra Marfisa valorosa
E i duo guerrer, che avean prodezza assai.
Per ordine vi voglio or dir la cosa,
Ché, se ben mi ramento, io ve lasciai
Come la dama ne l'elmo forbito
Era percossa da Grifone ardito.

4.

A lui se volta con tanta ruina,
Che lo credette al tutto dissipare;
Gionse nel scudo la forte regina,
E quel spezzato fa per terra andare;
E se non era l'armatura fina
Che quella fata bianca ebbe a incantare,
Tagliava lui con tutto il suo destriero,
Tanto fu il colpo dispietato e fiero.

5.

Ben gli rispuose il franco giovanetto
Ed a due man ne l'elmo la percosse,
E callò il brando ne lo armato petto.
Aquilante a quel tempo ancor se mosse;
Ma la regina con molto dispetto
Contra di lui turbata rivoltosse,
E nel viso il ferì con tal tempesta,
Che su le groppe il fie' piegar la testa.

6.

Né pone indugia, che a Grifon se volta,
E mena un colpo tanto disperato,
Che al giovanetto avria la vita tolta,
Se quel non fusse per incanto armato.
Mentre a quel colpo è la dama disciolta,
Aquilante arivò da l'altro lato,
E con gran furia ne l'elmo la afferra,
Credendo a forza metterla per terra.

7.

Forte tira Aquilante ad ambe braccia;
Marfisa abranca lui di sopra al scudo,
E via dal petto con la mano il straccia.
Allor Grifone, il giovanetto drudo,
De aiutare Aquilante se procaccia,
E menò un colpo dispietato e crudo,
Tal che col brando il scudo gli fracassa;
Lei se rivolta ed Aquilante lassa.

8.

Lascia Aquilante e voltasi al germano,
E lo ferì de un colpo furïoso;
Or chi più presto può, gioca de mano,
Né indugia vi si pone, o alcun riposo.
Come in un tempo oscuro e subitano,
Che vien con troni e vento ruïnoso,
Grandine e pioggia batte in ogni sponda,
Che l'erbe strugge e gli arbori disfronda;

9.

Così son essi, ed era il suo colpire:
Nïun de' duo quella dama abandona,
Or l'uno or l'altro l'ha sempre a ferire.
Lei da altra parte è sì franca persona,
Che il lor vantaggio poco viene a dire.
Alle spesse percosse il cel risuona;
Né vinti fabri a botta di martello
Farian tanto rumore e tal flagello.

10.

Vicino a questi, proprio in su quel piano,
Era un'altra terribil questïone,
Però che 'l franco sir de Montealbano
Ha il re Adrïano adosso e Chiarïone.
Benché ferito è quel baron soprano
Forte nel braccio manco e nel gallone,
Pure è sì fiero e sì di guerra saggio,
Che a' duo combatte ed ha sempre avantaggio.

11.

Tra il forte Oberto e quel re de Turchia
La zuffa cominciata ancor durava;
Torindo la battaglia mantenia,
Abenché Oberto forte lo avanzava.
Più fier cresce lo assalto tutta via,
In quei tre lochi ogni om se adoperava;
Vero è che con più ardore ed altra guisa
Se combattea là dove era Marfisa.

12.

Ma poi de tutte tre queste battaglie
Vi contaraggio il fin, ciò vi prometto;
Or convengo narrarvi altre travaglie
De il conte Orlando, che giva soletto
Tra l'aspre spine e le sassose scaglie,
Dove il lasciai, in quel folto boschetto;
Sol di trovare il suo compagno ha cura,
Sempre cercando insino a notte scura.

13.

Da poi che 'l giorno al tutto fu passato,
E già splendia nel cel ciascuna stella,
E non trova colui che egli ha cercato,
Né scontra che de quel sappia novella,
Smonta Baiardo e discese nel prato,
Ed avea seco quella damigella
Di cui longo parlare aveti odito,
Qual fie' la beffa al suo vecchio marito.

14.

Lei de essere assalita dubitava,
E forse non gli avria fatto contrasto;
Ma questo dubbio non gli bisognava,
Ché Orlando non era uso a cotal pasto.
Turpino affirma che il conte de Brava
Fo ne la vita sua vergine e casto.
Credete voi quel che vi piace ormai;
Turpin de l'altre cose dice assai.

15.

Colcossi a l'erba verde il conte Orlando,
Né mai se mosse insino al dì nascente.
Lui dormia forte, sempre sornachiando;
Ma la donzella non dormì nïente,
Perché stava sospesa, imaginando
Che questo cavallier tanto valente
Non fosse al tutto sì crudo de core,
Che non pigliasse alcun piacer de amore.

16.

Ma poi che la chiara alba era levata,
E vide del baron le triste prove,
In groppa gli montò disconsolata,
E se saputo avesse andare altrove,
Via volentieri ne serebbe andata;
Ma, come io dico, non sapeva il dove.
Malinconiosa e tacita si stava:
Il conte la cagion gli domandava.

17.

Ella rispose: - Il vostro sornacchiare
Non mi lasciò questa notte dormire,
Et, oltra a ciò, me sentia piziccare. -
Dicendo questo e volendo altro dire,
Avanti a loro una donzella appare,
Che fuor de un bel boschetto ebbe ad uscire,
Sopra de un palafren di seta adorno;
Un libro ha in mano ed alle spalle un corno.

18.

Bianco era il corno e d'un ricco lavoro,
Troppo mirabilmente fabricato;
Di smalto colorito e splendido oro
Da ciascun capo e in mezo era legato;
E ben valeva infinito tesoro,
De tante ricche pietre era adornato:
E, come io dissi, il porta una donzella
Sopra de l'altre grazïosa e bella.

19.

Come fu giunta, ad Orlando se inchina,
E con parlar cortese e voce pura
Gli disse: - Cavallier, questa matina
Trovato aveti la maggior ventura
Che abbia la terra e tutta la marina;
Ma a ciò bisogna un cor senza paura,
Quale aver debbe un cavallier perfetto,
Sì come voi mostrati nello aspetto.

20.

Questo libro la insegna ad acquistare,
Ma il modo e la maniera convien dire.
Prima il bel corno vi convien suonare,
Poi de improviso questo libro aprire,
E leggeriti quel che avriti a fare
Di quella cosa che abbia ad apparire;
Perché, suonando il corno, a prima voce
Verrà qualcosa orribile e feroce.

21.

Ma il libro chiarirà, quale io ve ho detto,
Come vi abbiate in quella a governare;
E non crediati già di aver diletto,
Ma converravi il brando adoperare.
Come sereti fuor di quel sospetto,
Non vi bisogna ponto indugïare,
Ché vostra libertà vi serìa tolta;
Ma il corno suonareti un'altra volta.

22.

Ed a quel suono ancor qualche altra cosa
Vedreti uscire e qualche gran periglio;
E voi, come persona valorosa,
Aprite il libro e prendite consiglio;
Ma se teneti l'alma paurosa,
A tal ventura non dati de piglio;
Perché ardito principio e mala fine
Fatto ha più volte assai gente tapine.

23.

E ciò ve dico per questa ragione:
Il corno per incanto è fabricato,
E se alcun cavalliero è sì fellone,
Che dopo il primo suon sia spaventato,
Sempre seranne in sua vita pregione,
Ché a la Isola del Lago fia menato;
Né a cui spiace il finir, die' cominciare:
Tre volte il corno se convien sonare.

24.

Alle due prime incontra gran travaglia,
Pena e fatica troppo smisurata,
Ed a ciascuna convien far battaglia;
Ma, suonando da poi la terza fiata,
Non bisogna adoprar brando né maglia,
Che uscirà cosa tanto aventurata,
Qual, se campasti ancor de li anni cento
In vostra vita, vi farà contento. -

25.

Da poi che il conte dalla dama intese
L'alta ventura e la gran meraviglia,
De trarla al fine entro al suo cor se accese,
Né fra sé pensa o con altrui consiglia,
Ma con gran voluntà la man distese,
E prestamente il libro e il corno piglia;
E per meglio acconciarse a quella guerra,
La dama che avea in groppa pose a terra.

26.
Poi messe a bocca il corno in abandono,
Come colui che ciò ben far sapiva.
Sembrava quasi quella voce un trono,
E ben da longe de intorno se odiva;
Ed ecco nella fin del primo suono
Una gran pietra in due parte se apriva;
La pietra a cento braccia era vicina:
Tutta se aperse con molta ruina.

27.

Rotta che fo la pietra per traverso,
Duo tori uscirno con molto rumore,
Ciascun più fiero orribile e diverso,
Con vista cruda e piena di terrore.
Le corne avian di ferro, e il pel riverso
Tutto alla testa, e di strano colore,
Però che or verde, or negro se mostrava,
Or giallo, or rosso, e sempre lustrigiava.

28.

Aperse Orlando il libro incontinente;
Così diceva a ponto la scrittura:
'Cavallier, sappi che serai perdente,
Se ad occider quei duo tu poni cura,
Ché con la spada faresti nïente;
Ma se vôi trare a fin questa ventura,
Pigliarli te convien con molta pena
E legarli ambi insieme a una catena.

29.

Poi che sian gionti, ti conviene andare
Là dove vedi la pietra intagliata,
E il campo ivi de intorno tutto arare;
E questo è quanto alla prima sonata.
Nella seconda torna a riguardare,
Perché il modo e la via te fia mostrata
De aver de questa impresa onore o morte.
Via! via! barone; e fa che te conforte.'

30.

Non fece Orlando al libro più riguardo,
Ma se rivolse al fraccassato sasso;
Né certo bisognava esser più tardo,
Però che e tori uscirno a gran fracasso.
Esso era già smontato di Baiardo,
E lor contra ne andava a fermo passo.
Or gionse il primo ed abassa la testa
E ferì in fianco il conte a gran tempesta.

31.

Più de otto braccia ad alto l'ha gettato,
E cade in terra con grave percossa.
Gionse il secondo, e col corno ferrato
Ruppe le piastre, usbergo e maglia grossa,
E un'altra fiata al cel lo ebbe levato,
E ben gli fe' doler le polpe e l'ossa;
Vero è che alcun di lor non l'ha ferito,
Perché è fatato il cavalliero ardito.

32.

Or se lui se turbò, non dimandate,
Ché contar non puotria la voce umana;
Come ebbe in terra le piante fermate,
Ben dimostrava sua forza soprana,
Botte menando tanto desperate
Che sibillar faceva Durindana;
E per le corne e pel dosso peloso
Mena a traverso il conte furïoso.

33.

Ma, come il brando suo fosse de un fusto,
Non li puotea tagliar la pelle adosso;
Così fatato avean quei tori il busto,
Che tutti e brandi un pel no' gli avrian mosso;
E benché 'l conte fosse aspro e robusto,
L'avean di qua, di là tanto percosso,
Con le corne di ferro sì pistato,
Che a gran fatica puotea trar il fiato.

34.

Pur, come quel che è fiero oltra a misura,
Facea del suo dolore aspra vendetta;
Sempre combatte con vista secura,
E de ferire a l'uno e a l'altro afretta;
E benché abbian la pelle e grossa e dura,
Muggiavan molte fiate per gran stretta,
Ché lui feriva con tanta roina,
Che spesso a terra or questo or quello inchina.

35.

E cominciavan già de rinculare,
A testa bassa facendo diffesa;
Ma, come il conte gli andava a trovare,
Era di novo sua superbia accesa.
Così tre volte se ebbero a fermare,
E tre volte tornarno alla contesa:
Al fine Orlando, per finir la guerra,
Un d'essi in fronte per un corno afferra.

36.

Con la sinistra man nel corno il piglia,
E quel, forte mugiando, furïava
Facendo salti grandi a meraviglia,
E già per questo Orlando nol lasciava.
Esso avea tratto a Baiardo la briglia
E sotto la cintura la portava.
Questa era aredinata di catena:
Prendela il conte e il toro intorno mena.

37.

E mentre che così questo ragira,
Tenendol tuttavia preso nel corno,
Quell'altro toro, acceso de molta ira,
Sempre ferendo a lui giva d'intorno.
Il conte con gran forza il primo tira
Dove è un pilastro de marmore adorno,
Che fu del re Bavardo sepultura,
Come mostrava intorno la scrittura.

38.

Con questa briglia il primo ebbe legato,
E similmente ancor prese il secondo;
E poi che l'ebbe a quel sasso menato,
Tanto gli batte al colpo furibondo,
Che a l'uno e l'altro è l'orgoglio mancato.
Non se indugia il guerrer, che è fior del mondo,
Ma sì fra e tori attacca la sua spada,
Che 'l stocco avanti e l'elzo adrieto vada.

39.

Poi se fece d'un tronco una gran mazza,
E come biolco se pone ad arare;
Quei duo feroci tori avanti cazza
E dritto il solco li fa caminare.
Sempre col tronco li batte e minazza:
Mai non fu visto il più bel lavorare.
Per terra è Durindana e par che rada,
Radice e pietre taglia quella spada.

40.

Poi che fu il campo nelle sue confine
Arato tutto, Orlando fie' gran festa,
Dio ringraziando e sue virtù divine,
Che gli avea dato onor de tanta inchiesta.
Poi lasciò e tori, e non se vidde il fine
De lor, che se ne andarno con tempesta;
Muggiando forte via passarno un monte,
E uscîr de vista alle donzelle e al conte.

41.

Benché sofferto avesse molto affanno
Il franco conte alla battaglia dura,
A lui pareva ciascuna ora uno anno
De poter trare a fin tanta ventura;
Né stima che per forza o per inganno
Possa esser vinta sua mente sicura.
Senza altramente adunque riposare,
Prende il bel corno e comincia a suonare.

42.

Era smontata giù del palafreno
Quella donzella che portava il corno,
E nel bel prato de fioretti pieno
Se avea d'una ghirlanda il capo adorno;
Ma, come il suon del conte venne meno,
Tremò quella campagna tutta intorno,
E un piccol monticel ch'era in quel loco,
Se aperse in cima e fuor gettò gran foco.

43.

Stavasi queto il figlio di Melone,
Per veder ciò che al fine avesse a uscire.
Ecco fuor di quel monte esce un dragone,
Terribil tanto, ch'io nol posso dire.
La dama, che sapea la fatasone,
Tenne quell'altra, che volea fuggire,
Dicendo: - Sopra me stati sicura,
Ché solo al cavallier tocca paura.

44.

Questa facenda a noi non apartiene,
Ma quel barone al tutto fia deserto. -
Rispose l'altra: - Ben se gli conviene,
Ché un più malvaggio al mondo non è certo. -
Adunque ciascadun m'intenda bene,
Perché il caso de Orlando mostra aperto
Che ogni servigio di dama si perde
Chi non adacqua il suo fioretto verde.

45.

Or torno a ragionar di quel serpente
Che un altro non fu mai visto maggiore.
Di scaglie verde e d'oro era lucente,
L'ale ha depinte in diverso colore.
Tre lingue avea ed acuto ogni dente,
Battea la coda con molto rumore,
Sempre gettava foco e fiamma viva,
Che da l'orecchie e di bocca li usciva.

46.

Come il serpente in tutto si scoperse,
Il conte, che teniva il libro in mano,
Gli vide scritto ove prima lo aperse:
' Nel mondo tutto, per monte e per piano,
Tanta fatica mai altrui sofferse
Come tu soffrirai, baron soprano;
Ma forse ancora potresti campare,
Se quel ch'io dico, te amenti di fare.

47.

Questa battaglia conviene esser presta,
Perché il serpente è di tossico pieno,
E getta fumo e fiamma sì molesta,
Che ti farebbe tosto venir meno;
Ma stu potesti tagliarli la testa,
Non dubitar di foco o di veleno,
E piglia pur quel capo arditamente:
Rompilo sì, che ne traggi ogni dente.

48.

E questi denti tu seminerai
In questa terra per te lavorata,
E poi mirabil cosa vederai:
Di tal semente nascer gente armata,
Forte ed ardita, e tu lo provarai.
Or va, che se tu campi a questa fiata
E se tu porti di tal guerra onore,
Di tutto il mondo pôi chiamarti il fiore.'

49.

Non par che in quel libro altro più se scriva:
Il conte prestamente lo serrava,
Perché il serpente già sopra gli ariva
Con l'ale aperte, e gran furia menava,
Gettando sempre foco e fiama viva.
Con alto ardire Orlando l'aspettava;
La bocca aperse il diverso dragone,
Credendosi ingiottirlo in un boccone.

50.

Ma, come piacque a Dio, nel scudo il prese,
E tutto quanto l'ebbe dissipato.
Era di legno, e sì forte se accese,
Che presto e incontinente fu bruciato;
E così il sbergo e l'elmo e ogni altro arnese
Venne quasi rovente ed affocato:
Arsa è la sopravesta, e il bel cimiero
Ardea tuttora in capo al cavalliero.

51.

Non ebbe il conte mai cotal battaglia,
Poi che a quel foco contrastar conviene;
Forza non giova o arte di scrimaglia,
Perché gran fumo, che con fiamma viene,
Gli entra ne l'elmo e la vista li abaglia,
Né apena vede il brando che in man tiene;
Ma, ben che abbia il veder quasi già perso,
Pur mena il brando a dritto ed a roverso.

52.

Così di qua di là sempre menando
In quella zuffa oscura e tenebrosa,
Nel collo il gionse pure al fin col brando,
E via tagliò la testa sanguinosa;
Quella poi prese il conte e, remirando,
Ben gli parve quel capo orribil cosa,
Ch'era vermiglio, d'oro, verde e bruno;
Fuor di quel trasse e denti ad uno ad uno.

53.

L'elmo se trasse poi quel conte ardito
E dentro i denti di quel drago pose;
Dapoi nel campo arato se ne è gito,
Sì come il libro nel suo canto espose.
Dove Bavardo il re fu sepellito,
Seminò lui le seme venenose;
Turpin, che mai non mente in alcun loco,
Dice che penne uscirno a poco a poco.

54.

Penne depinte, dico, de cimieri
Uscirno a poco a poco de la terra,
E dapoi gli elmi e' petti de' guerreri
E tutto il busto integro si disserra.
Prima pedoni, e poscia cavallieri
Uscîr, tutti cridando: - Guerra, guerra! -
Con trombe e con bandiere, a gran tempesta:
Ciascun la lancia verso Orlando arresta.

55.

Veggendo il conte la cosa sì strana,
Disse fra sé: "Questa semenza ria
Mieter mi converrà con Durindana,
Ma s'io n'ho mal, la colpa è tutta mia,
Perché diletto ha pur la gente umana
Lamentarsi d'altrui per sua follia:
Ma colui pianger debbe a doppie doglie
Che per mal seminar peggio raccoglie."

56.

Così dicendo il conte non fu tardo,
Perché a guarnirsi tempo non gli avanza;
L'elmo se alaccia il cavallier gagliardo,
E non aveva più scudo né lanza.
Di piana terra salta su Baiardo
E quel percote con molta arroganza
Contra alla gente che gli ariva intorno,
Che, pur mo nata, die' morir quel giorno.

57.

Or che bisogna ch'io vada contando
E colpi ad un ad uno e il lor ferire,
Dapoi che contra a Durindana il brando
Non val coperta, né arme, né scrimire?
Però concludo in fin che il conte Orlando
Tutti li fece in quel giorno morire;
Come nel campo fur morti e dispersi,
L'arme e i cavalli e i corpi fôr somersi.

58.

Da poi che il conte per tutto ivi intorno
Vide la gente morta e dissipata,
Che in vita fatto avea poco soggiorno,
E dove nacque se era sotterrata,
Lui non indugia e pone a bocca il corno,
Per donar fine alla terza suonata,
E darsi a tal ventura ultimo vanto,
Come io vi contarò ne l'altro canto.



CANTO VENTESIMOQUINTO


1.

Il conte Orlando il corno a bocca pose,
Sì come a l'altro canto io vi lasciai,
Ché trare al fine in tutto se dispose
L'alte aventure, e non posarsi mai
Sin che quelle opre sì meravigliose
Che apparevano al suon, come contai,
Non fussero apparite tutte quante;
Però suonava quel segnor de Anglante.

2.

Tanto suonava, che al suonar si stanca
Quel vago corno il cavallier ardito.
Nulla d'intorno appare e il giorno manca,
E già temeva lui d'esser schernito,
Quando una cucciarella tutta bianca
Gionse latrando nel prato fiorito;
Il conte alla cuccietta pone cura,
Dicendo: "Dio me doni alta ventura!

3.

Tanta fatica adunque e tanto stento
Aver durato me incresce per certo;
Ma tardo ormai ed indarno mi pento,
Ch'indarno un tanto affanno aggio sofferto.
È questo ciò che me die' far contento?
È questo il guidardone? È questo il merto,
Qual promise la dama in abandono,
Che doveva apparire al terzo suono?"

4.

Così dicendo ratto si voltava
Per girne altrove, tutto disdegnoso;
Il conte il corno per terra gettava
E via fugiva a corso roïnoso.
Ma la donzella a gran voce il chiamava:
- Aspetta, aspetta, baron valoroso!
Ché non è al mondo re né imperatore,
Che abbia ventura di questa maggiore.

5.

Ascolta adunque il mio parlar, che spiana
Di questa cucciarella il bel lavoro.
Una isoletta non molto lontana
Ha il nome ed ha lo effetto del tesoro;
Ivi è una fata, nomata Morgana,
Che alle gente diverse dona l'oro;
Quanto per tutto il mondo or se ne spande,
Convien che ad essa prima se dimande.

6.

Lei sotto terra il manda a l'alti monti,
Dove se cava poi con gran fatica;
E ne' fiumi l'asconde e dentro a' fonti,
E in India, dove il coglie la formica.
Abada e guarda ben che sian disgionti,
Ché ciascaduno un pesce ne nutrica;
E vo' che sappi il nome per ragione:
Timavo è l'uno, e l'altro è il carpïone.

7.

Questi due pesci viveno d'ôr fino.
Ora, per seguitar la mia novella,
Dico che ogni metallo ha in suo domìno
De oro e de argento Morgana la bella;
Ed è venuto per questo confino
Da lei mandata quella cucciarella
Per farte sempre in tua vita beato,
Poiché tre volte il suo corno hai suonato.

8.

Ché non fo al mondo mai più cavalliero,
Qual lo suonasse la seconda volta,
Benché molti provarno tal mestiero,
Ma sempre a tutti fu la vita tolta.
Or lascia adunque ogni tristo pensiero,
Franco barone, e il mio parlare ascolta,
Accioché sappi la cosa compiuta,
Perché la cuccia al corno sia venuta.

9.

Morgana, della quale io t'ho parlato,
Quale è regina delle cose adorne,
Ha per il mondo un suo cervo mandato,
Che ha bianco il pelo e d'oro ambe le corne.
Quel per incanto a modo è fabricato,
Che in alcun loco mai non si soggiorne,
Ma sempre, via fuggendo a meraviglia,
Cerca la terra e non trova chi 'l piglia.

10.

Né se potrebbe per forza pigliare,
Senza l'aiuto di quella cuccietta;
Lei primamente lo sa ritrovare,
Poi lo caccia cridando con gran fretta.
Conviensi quella voce seguitare,
Perché lor van legier come saetta;
La cuccia il caccia in pista con tempesta
Sei giorni integri, e al settimo s'arresta.

11.

Perché quel giorno, giongendo alla fonte
Dove se tuffa il cervo pauroso,
Quivi si prende senza oltraggio ed onte,
E fa il suo cacciatore aventuroso,
Però che muta e corni dalla fronte
Sei volte il giorno, e ciascuno è ramoso
Di trenta bronchi; e la rama distesa
Con bronchi insieme cento libre pesa.

12.

Sì che tanto tesoro adunarai,
Come abbi preso quel cervo afatato,
Che ne serai contento sempre mai,
Se la ricchezza fa l'omo beato.
Forse che ancor l'amore acquisterai
Di quella fata che t'aggio contato:
Dico Morgana da quel viso adorno,
Più bella assai che 'l sole in mezo il giorno. -

13.

Orlando sorridendo l'ascoltava
Ed a gran pena la lasciò finire,
Perché esso le ricchezze non curava,
Qual gli ebbe la donzella a proferire,
Sì che rispose: - Dama, non mi grava
Avermi posto a rischio de morire,
Però che di periglio e di fatica
L'onor de cavallier sol se nutrica.

14.

Ma l'acquisto de l'oro e de l'argento
Non m'avria fatto mai il brando cavare;
Però chi pone ad acquistar talento,
Lui se vôl senza fine affaticare;
E come acquista più, manco è contento,
Né si può lo appetito sazïare;
Ché qualunche n'ha più, più ne desia:
Adunque senza capo è questa via.

15.

Senza capo è la strata ed infinita,
De onore e de diletto al tutto priva.
Chi va per essa, a caminar s'aita,
Ma dove gionger vôl, mai non ariva;
Sì che la voglio al tutto aver smarita,
Né gli vo' caminar per sin ch'io viva;
E accioché meglio intendi il mio parlare,
Dico che 'l cervo non voglio cacciare.

16.

Prendi il tuo corno, ch'io lascio ad altrui
Questa ventura di tanta ricchezza,
Perch'io ora non sono e mai non fui
Da cortesia partito e gentilezza;
E vile e discortese è ben colui
Qual la sua dama più che 'l cor non prezza;
Ed io so che m'aspetta or la mia dama,
E parmi odir la voce che mi chiama.

17.

(Ben me ricorda come io la lasciai
Con guerra nella rocca assedïata:
Ora che indovinar me sapria mai
Come sia quella zuffa aterminata?
Il campo e la battaglia abandonai
Per seguire Agrican quella giornata;
E combatteva l'una e l'altra gente,
Sì che non so di lor chi sia perdente.) -

18.

Così con seco istesso ragionava
Il conte, assai pensoso ne la ciera,
E la donzella alla croppa invitava,
La qual pur vi salì mal volentiera.
Lasciò quell'altra, e già via caminava;
Ecco ad un ponte, sopra una rivera,
Passava un cavalliero in vista arguta:
Cortesemente Orlando lo saluta.

19.

Ma il cavallier, che vide la donzella,
Ben presto la cognobbe nel sembiante,
Che questa è Leodilla, quella bella,
Quale è figliola del re Manodante;
Onde ad Orlando subito favella
Con minaccevol voce ed arrogante:
- Questa è mia dama, che robbata m'hai!
Presto la lascia, o presto morirai. -

20.

- Se l'è tua, - disse il conte - e tua si sia,
Ché già per lei non voglio prender brica;
Totila, per Macone! e vanne via,
Che me pare alle spalle aver l'ortica;
E te ringrazio di tal cortesia,
Poi che me assolvi di tanta fatica.
Con essa ove te piace ne puoi gire,
Pur che con meco non voglia venire. -

21.

Il cavalliero, odendo il ragionare
Che facea Orlando, di tanta viltade,
Qual ne la vista sì feroce appare,
Gran meraviglia ne ebbe in veritade.
Prese la dama, e senza altro parlare
Via caminarno per diverse strade;
L'uno a levante ad Albraca ne gia,
L'altro a ponente verso Circasia.

22.

Ordauro era nomato il cavalliero,
Questo che al conte la donzella tolse,
Né tolta già l'avria per esser fiero,
Ma perché Orlando contrastar non volse,
Quale avea ad Angelica il pensiero;
Però dalla battaglia se disciolse,
E parli più d'uno anno ciascuna ora,
Che arivi dove Angelica dimora.

23.

Lasciamo lui che ben forte camina,
Ch'io vo' seguir la zuffa dolorosa,
Qual più sempre s'accende a gran ruina,
Né mai se vide più terribil cosa.
Vedevasi Marfisa la regina
Di qua di là voltar sì furïosa,
Perché Aquilante e 'l suo fratel pregiato
La combatteano atorno in ciascun lato.

24.

E vedeasi il feroce fio de Amone,
Ferito crudelmente e sanguinoso,
Cacciare il re Adrïano e Chiarïone;
Vedevasi Torindo valoroso
Combatter contra Oberto dal Leone:
Stavasi Trufaldin solo in riposo.
Questo ne l'altro canto io vi contai:
Ora voglio finir quel ch'io lasciai.

25.

Come andasse la cosa in su quel piano
De le tre zuffe, vi voglio contare.
Sì come io dissi, Trufaldin villano
Stava da parte la guerra a guardare;
E quando Chiarïone ed Adrïano
Cominciâr per Ranaldo a rinculare,
Come colui che avea molta paura
Ne la rocca fuggì dentro alle mura.

26.
Ranaldo non lo vide in su quel ponto,
Ché certamente non serìa campato,
Ben presto Rabican l'avrebbe gionto;
Ma tanto era alla zuffa riscaldato,
Che nol vide partir, come io vi conto;
Ma solo il vide alla porta arivato,
E, vòlto ai duo baron, con gran furore
Disse: - Fuggito è pur quel traditore.

27.

Sì che ascoltati quel che vi vo' dire,
E procurati metterlo ad effetto,
Se non voleti al presente morire,
Ché ben ve occiderò senza rispetto;
Ma se me prometteti far venire
Con voi doman nel campo il maledetto,
Voglio che questa guerra cominciata
Or sia fornita per questa giornata.

28.

E tutti voi, che aveti la difesa
Del vostro glorïoso Trufaldino,
Come serà del sol la luce accesa,
Verriti giù nel campo al bel matino
E quivi finirà nostra contesa,
E morirà quel perfido assassino;
O veramente ch'io vi serò morto,
Se Dio dal dritto non riguarda il torto. -

29.

Queste parole diceva Ranaldo,
Ed altro ch'io non curo arricontare;
Onde l'accordo fo fatto di saldo,
A benché con Marfisa fo da fare,
Perché essa aveva il core acceso e caldo,
Né la battaglia mai volse lasciare,
Sin che Aquilante non giura e Grifone
Tornar per l'altro giorno alla tenzone,

30.

E mantener battaglia per un giorno,
Sin che serà nel mare il sole ascoso.
Così dentro alla rocca fier' ritorno
Ciascun barone afflitto e doloroso,
E non avevan pezzo d'arme intorno
Che non fosse percosso e sanguinoso;
Né stavan quei di fuori ad altra guisa,
Ranaldo e il Turco e la forte Marfisa.

31.

Ciascuno attese con solenne cura
A sua persona ed a sua guarnisone.
Quei della rocca tutti avean paura,
Fuor che Aquilante e l'ardito Grifone;
E ragionavan della guerra dura,
Come era stato ciascun compagnone.
Diceva Astolfo: - Orlando è stravestito;
In tal forma ha ogniom de voi schernito. -

32.

- Non, - rispose Aquilante, - tu non sai
Che 'l cavalliero è il sir de Montealbano.
Noi lo pregammo con parole assai
Che non venisse con noi alle mano;
Ma lui non se lasciò parlar giamai,
Tanto è feroce e di cor subitano;
E così domattina a l'altra guerra
O noi, on esso andrà morto alla terra. -

33.

Rispose Astolfo: - E' t'è male incontrato,
Ché ad ogni modo rimarrai perdente,
Perché io me trovarò da l'altro lato,
E vado da Ranaldo incontinente.
Quando nel campo me vedriti armato,
So ben che non voriti per nïente,
Né serà alcun di voi tanto sicuro,
Che esca tre passi fuor longe dal muro. -

34.

Rise Aquilante che lo cognoscia,
Ed al duca rispose: - Alla bon'ora,
Dapoi che esser convene, e così sia! -
Astolfo non fie' già lunga dimora,
Ché della rocca fuora se ne uscia;
Né oscurato era in tutto il giorno ancora,
Quando e cugini insieme se trovaro,
E con gran festa insieme se abracciaro.

35.

Lasciamo questi insieme al pavaglione,
Che se posarno insino alla matina,
E ritornamo al fïo di Melone,
Qual con gran voluntà sempre camina,
Tanto che ad Albracà gionse al girone;
E già il sole alla sera se dichina,
Quando quel cavallier cotanto forte
Gionse alla rocca dentro dalle porte.

36.

E già non par che venga dalla danza;
L'arme ha spezzato ed è senza cimiero,
Arsa è la sopravesta, e non ha lanza
E non ha scudo l'ardito guerrero;
Ma pur mostrava ancor grande arroganza,
Tanto superbo avea lo aspetto fiero,
E qualunche il mirasse in su Baiardo
Direbbe: Questo è il fior d'ogni gagliardo.

37.

Come fo gionto dentro a l'alta rocca,
Angelica la bella l'incontrava.
Lui salta de l'arcion, che nulla tocca;
La dama di sua mano il disarmava,
E nel trargli de l'elmo il bacia in bocca:
Non dimandati come Orlando stava;
Ché, quando presso si sentì quel viso,
Credette esser di certo in paradiso.

38.

Avea la dama un bagno apparecchiato,
Troppo gentile e di suave odore,
E di sua mano il conte ebbe spogliato,
Baciandol spesse fiate con amore.
Poi l'ungiva d'uno olio delicato,
Che caccia de la carne ogni livore;
E quando la persona è afflitta e stanca,
Per quel ritorna vigorosa e franca.

39.

Stavasi 'l conte quieto e vergognoso,
Mentre la dama intorno il maneggiava;
E benché fosse di questo gioioso,
Crescere in alcun loco non mostrava.
Intra nel fine in quel bagno odoroso,
E sé dal collo in giù tutto lavava,
E poi che asciutto fu, con gran diletto
Per poco spazio se colca nel letto.

40.

E dopo questo la donzella il mena
Intro una ricca zambra ed apparata,
Dove posarno con piacere a cena,
Ché vi era ogni vivanda delicata.
Nel fin la dama con faccia serena,
Standosi al collo a quel conte abracciata,
Lo prega e lo scongiura con bel dire
Che d'una cosa la voglia servire.

41.

- D'una sol cosa, il mio conte, - dicia
- Fammi promessa, e non me la negare,
Se vôi che più sia tua ch'io non son mia,
Ché a tal servigio me puoi comparare;
Né creder che aggia tanta scortesia,
Che da te voglia quel che non puoi fare;
Ma sol cheggio da te che per mio amore
Mostri ad un giorno tutto il tuo valore.

42.

E che non abbi al mondo alcun riguardo,
Ma ch'io veda di te l'ultima prova,
Perch'io starò a veder se sei gagliardo,
Né creder che d'adosso occhio te mova,
Sin che a terra non vada ogni stendardo
De la gente che in campo se ritrova;
E ben so che farai ciò, se tu vôi,
Perché io conosco quel che vali e pôi.

43.

Una dama feroce, arabïata,
Qual venne col mio patre in mia diffesa,
Senza cagione alcuna è ribellata,
Di mal talento e di furore accesa;
Come vedi, m'ha quivi assedïata,
E, se tu non me aiuti, io serò presa
Da la crudel, che tanto odio mi porta
Che con tormento e strazio serò morta. -

44.

Così disse la dama, e lacrimando
Il viso al cavallier tutto bagnava.
Apena se ritenne il conte Orlando
Che alor alora tutto se armava;
E rispondea nïente, e fulminando
Gli occhi abragiati d'intorno voltava.
Poi che la furia fu passata un poco
Il volto a lei rivolse, e parea foco:

45.

Né già puote la dama sofferire
Di riguardare alla terribil faccia.
Dissegli il conte: - Dama, a te servire
Mi reputo dal cel a tanta graccia;
E quella dama che me avesti a dire,
Fia da me morta, o presa, o messa a caccia;
E quando fosse il mondo tutto quanto
Con seco armato, ancor de ciò me vanto. -

46.

Rimase assai contenta la donzella
Veggendo il proferir di quel barone,
Ché ben sapea quel che lui vale in sella.
Frutti e confetti di molta ragione
Furno portati a quella zambra bella;
Gionsero in questa Aquilante e Grifone,
E ciascun con Orlando fo abracciato;
Angelica di poi tolse combiato.

47.

Ella se parte zoiosa e festante
Per la promessa di quel cavalliero,
Tanto superba di cotale amante,
Che di Marfisa più non ha pensiero.
Come partita fu, disse Aquilante
Al conte Orlando: - Il ti farà mestiero
Domane esser gagliardo sopra il piano,
Perché avrai contra il sir de Montealbano.

47.

Egli è venuto e non so la cagione,
Ma fuor de l'intelletto al tutto pare,
Ché tutti quanti qua dentro al girone
Ci ha preso con vergogna a disfidare.
Io lo pregai, ed ancora Grifone,
Ma lui non si lasciò giamai parlare,
Né dir se li può mai ragion che vaglia,
Onde c'è forza far seco battaglia. -

48.

- Sai certo che 'l sia desso, - disse Orlando
- E che per lui non abbi altro avisato? -
Disse Aquilante: - A Dio mi racomando,
Stato son seco a fronte e gli ho parlato,
E combattei con lui brando per brando;
E tu me stimi tanto smemorato,
E sì fuor d'intelletto e di ragione,
Ch'io non cognosca Ranaldo d'Amone? -

49.

Grifone quel medesimo dicia,
Che senza dubio alcun l'ha cognosciuto;
E quando il conte tal cosa intendia,
Tutto cambiosse nel sembiante arguto,
E prese nel pensier gran zelosia,
Che qua non fusse Ranaldo venuto
Sol per amor de Angelica la bella;
Onde gran doglia dentro il cor martella.

50.

Presto dette combiato ai duo germani,
E ne la zambra se chiuse soletto,
E giva intorno stringendo le mani,
Ardendo di gran sdegno e di dispetto;
E con lamenti e con sospiri insani
Senza spogliarse se gettò sul letto,
Ove con pianti e dolente parole
In cotal forma si lamenta e dole:

51.

"Ahi vita umana, trista e dolorosa,
Nella qual mai diletto alcun non dura!
Sì come a la giornata luminosa
Vien drieto incontinente notte oscura;
Così non fu giamai cosa gioiosa,
Che non fusse meschiata di sventura;
Ma ogni diletto è breve e via trapassa,
La doglia sempre dura e mai non lassa.

53.

E questo si può dir per me, tapino,
Qual con tanto piacere e tanto onore
Accolto fui da quel viso divino,
Ch'io non credetti aver più mai dolore;
Ma poi fu ciò per farme più meschino,
E che la pena mia fusse maggiore;
Ché perder l'acquistato è maggior doglia,
Che il non acquistar quel de che s'ha voglia.

54.

Io son venuto nella fin del mondo
Per l'amor d'una dama conquistare,
Ed ebbi iersira un giorno sì iocondo,
Quanto m'avria saputo imaginare:
Non vôl Fortuna ch'io gionga al secondo,
Perché Ranaldo me viene a sturbare.
E ben cognosce Iddio, ch'egli ha gran torto:
Ma certo l'un de noi rimarrà morto.

55.

Sempre a mia possa l'aggio favorito
Nella gran corte de lo imperatore;
E mille volte che è stato bandito,
L'ho ritornato in grazia al mio segnore.
Lui amato non m'ha né reverito;
Pur, a sua onta, io son di lui maggiore,
Ché egli è di piccol terra castellano,
Ed io son conte e senator romano.

56.

Lui non mi porta amore o riverenza,
Bench'io m'abbia de ciò poco a curare,
E sempre io volsi che la mia prudenza
La sua pacìa dovesse temperare;
Or romper mi convien la pacïenza,
Ché a tal taglier non puon duo giotti stare,
Sì che finirla io son deliberato,
Ché compagnia non vôle amor né stato.

57.

Se lui campasse, egli ha tanta malizia,
Ch'io resterebbi di mia vita privo;
Lui sa del lusingare ogni tristizia,
E più che alcun demonio egli è cattivo;
E se io volessi alciare una pelizia
Di donna, io non serìa morto né vivo:
Se lei non m'insegnasse o desse ardire,
Cominciar non saprebbi io né finire.

58.

Ché! dico io, adunque fia abattuta
La lunga parentezza ed amistade,
Che fu da' nostri antiqui mantenuta?
Mal faccio, e lo cognosco in veritade;
Ma da dritta ragione amor mi muta,
E fia partita al tutto con le spade
Nostra amistade antiqua e parentella,
E l'amor nostro di questa donzella."

59.

Così col cor di doglia tutto ardente
Il conte seco stesso ragionava,
E quella notte non dormì nïente,
Ma spesso a ciascun lato si voltava.
Il tempo via trapassa e lui non sente,
Ma la luna e le stelle biasimava,
Che al suo occidente non faccian ritorno
Per donar loco al luminoso giorno.

60.

Più de tre ore avanti al matutino
Il conte a gran ruina fu levato;
Una tempesta sembra il paladino,
Passeggiando d'intorno tutto armato.
L'elmo ha d'Almonte, che fu tanto fino,
E Durindana il suo buon brando a lato;
Giù nella stalla va il conte gagliardo,
E ben guarnisce il bon destrier Baiardo.

61.

E su ritorna nella rocca ancora,
Guardando se il giorno esce a l'orïente,
E non può comportar nulla dimora,
Ma rodendo si va l'ongie col dente.
Ora andati, segnori, alla bona ora,
Perché io riservo nel canto sequente
Un smisurato assalto ed inumano,
Qual fu tra il conte e il sir de Montealbano.



CANTO VENTESIMOSESTO


1.

Sin qui battaglie e colpi smisurati,
Che fôr tra l'uno e l'altro cavalliero,
E terribili assalti aggio contati;
Or salir sopra 'l cel mi fa mestiero,
Ché duo baroni a fronte sono armati,
Che me fanno tremar tutto il pensiero.
Se vi piace, segnori, oditi un poco
De' duo guerreri uno animo di foco.

2.

Di sopra vi contai sì come Orlando
Solo aspettando il giorno si dispera;
Di qua di là va sempre fulminando,
E batte e denti quella anima fiera;
Trasse con ira Durindana il brando,
Come davante a lui fosse la ciera
Del re Agolante e del figliol Troiano,
Sì furïoso mena ad ambe mano.

3.

Dice la istoria che a lui era davante
Un gran Macon di pietra marmorina:
Era intagliato a guisa d'un gigante.
In questo gionse il conte a gran ruina,
Sì che dal capo insin sotto le piante
Tutto il fraccassa Durindana fina;
Tanti colpi li dà dritto e a roverso,
Che a terra in pezzi lo mandò disperso.

4.

Con questa furia il senator romano
Stava aspettando il giorno luminoso;
Ma giù nel campo il sir de Montealbano
Non prende già di lui maggior riposo,
Ché è tutto armato ed ha Fusberta in mano,
E tempestando va quel furïoso:
Arbori e piante con la spada taglia,
Tanto desire avea di far battaglia.

5.

Era ancora la notte molto oscura,
Né in alcun lato si mostrava il giorno,
Quando Ranaldo, ch'è senza paura,
Monta a destriero e pone a bocca il corno.
Ben par che 'l monte tremi e la pianura,
Sì forte suona quel barone adorno;
E 'l conte Orlando cognobbe di saldo
A quel suonare il corno di Ranaldo.

6.

E tanta fiamma li soggionse al core,
Che più non pose a l'ira indugio o sosta,
E prese il corno; e con molto romore
Gli fece minacciando aspra risposta,
Dicendo nel suonar: - Can traditore,
Come te piace ormai vieni a tua posta,
Ch'io smonto al piano, e ben te sazio dire
Che di tua gionta ti farò pentire. -

7.

Già l'aria se rischiara a poco a poco,
E vien l'alba vermiglia al bel sereno;
Le stelle al sol nascente donan loco,
De le quali era il ciel prima ripieno.
Alora il conte, come avesse il foco
Veduto intorno a sé, né più né meno,
Battendo e denti e crollando la testa
L'elmo s'allaccia con molta tempesta.

8.

Prese Baiardo alla sella ferrata,
Sopra gli salta con molta arroganza;
E tanta fretta avea quella giornata,
Che seco non portò scudo né lanza.
Venne alla porta, e quella era serrata,
Perché la rocca avea cotale usanza,
Che ponte non callava o porta apriva,
Sin che il sol chiaro il giorno non usciva.

9.

Avrebbe il conte quel ponte reciso
E spezzata la porta e misso al piano,
Se non che la sua dama n'ebbe aviso,
E venne ad esso con sembiante umano.
Quando lui vide l'angelico viso,
Quasi li cadde il bon brando di mano,
E poi che fu saltato della sella
Ingenocchiosse avanti alla donzella.

10.

Lei abbracciava quel franco guerriero,
Dicendoli: - Baron, dove ne vai?
Tu m'hai promesso, e sei mio cavalliero;
Questo giorno per me combattarai,
E per l'amor di me questo cimiero
E questo ricco scudo portarai.
Abbi sempre il pensiero a cui te 'l dona,
Ed opra ben per lei la tua persona. -

11.

Così dicendo gli donava un scudo,
Che 'l campo è d'oro e l'armelino è bianco,
E un bel cimier, che è un fanciulletto nudo
Con l'arco e l'ale, e le saette al fianco.
Quel conte, che pur mo fu tanto crudo,
Mirando la donzella venìa manco,
E tanta zoia sentì e tal disire,
Che d'allegrezza si sente morire.

12.

In questo ragionar gionse Grifone
Per gire alla battaglia, tutto armato;
Ed Aquilante è seco e Chiarïone,
Il re Adrïano a l'elmo incoronato.
Venir non puote Oberto dal Leone,
Perché la piaga il viso avea gonfiato,
E per non la curare e farne stima
Più noia n'ebbe ne la fin che prima.

13.

Or lui restava. E venne Trufaldino,
Per cui far si dicea la gran battaglia.
Smarito era nel volto il malandrino,
Ma non sa ritrovar scusa che vaglia,
Ché pur gli convien fare il mal camino
Là giù nel piano, alla aperta prataglia;
E pensando di sé l'oltraggio e il torto,
Parea nel volto sfigurato e morto.

14.

Lasciàn costor, che del forte girone
Aprian la porta, e il ponte fan callare;
E ritornamo a Ranaldo de Amone,
Qual cognosciuto ha Orlando a quel suonare;
E, benché egli abbia il dritto e la ragione,
Già non voria con lui battaglia fare,
Perché lo amava di coraggio fino,
Come germano e suo carnal cugino.

15.

E nel suo cor pensoso era turbato
Come dovesse terminar la impresa,
Ché occider Trufaldino avea giurato,
E il conte l'avea tolto in sua diffesa.
Mentre lui pensa, ecco Astolfo arivato
E la regina di valore accesa;
Seco Prasildo ed Iroldo venìa,
Con lor Torindo, re della Turchia.

16.

Come fôr giunti dove era Ranaldo,
- Su, - disse Astolfo - non prendiam dimora!
Batter si vôle il ferro, mentre è caldo. -
Disse il principe: - Pian ben se lavora.
Stati, cugin mio bello, un poco saldo,
Che voi non seti ove credeti ancora;
Perch'io ve aviso che a noi qui davante
Vedreti armato il fier conte de Anglante. -

17.

Marfisa a quel parlare alciò la fronte,
Quasi ridendo, con vista sicura,
E disse al fio d'Amon: - Chi è questo conte,
Qual non è gionto e già ti fa paura?
Se proprio fosse quel che occise Almonte
Con tutti e paladin, non ne do cura;
Ma quel conte d'Angante che detto hai,
Io non lo oditi nominar più mai. -

18.

Non rispose Ranaldo al suo parlare,
Che ad altra cosa avea maggior pensiero,
Perché vedea del monte giù callare
Que' sei baroni: Orlando era il primero,
Che terribil parea solo a guardare,
Aspro ne gli atti e ne l'aspetto fiero.
Quando Marfisa a lui fece riguardo,
Disse: - Quel primo ha vista di gagliardo. -

19.

Rispose Astolfo a lei: - Non fare estima,
Che ogni zuffa che hai fatta, è stata un scherzo.
Benché èi d'ardire e di prodezza in cima,
Io ti saggio acertar ch'egli è un mal guerzo.
Tu, se te piace, andrai contra a lui prima,
Questo serà il secondo, io serò il terzo.
So che seriti a terra riversati,
Ma ben vi scoderò, non dubitati. -

20.

Disse Marfisa: - Certo assai mi pesa
Ch'io non possa provarme a quel valetto,
Perché mi convien fare altra contesa.
Ma sopra la mia fede io ti prometto,
Se io non son da quei duo morta ni presa,
Ch'io vederò de lui l'ultimo effetto. -
Così stan questi ragionando in vano,
Ma il conte Orlando è già gionto nel piano.

21.

Come fu gionto alla ripa del prato,
Sua lancia arresta, che è grosso troncone.
Stava Aquilante da lui al destro lato,
Ed al sinistro veniva Grifone.
Trufaldin che color avea mutato
Per la paura, e possa Chiarïone,
Tutti di para insieme, e il re Adrïano
Vengon spronando con le lance in mano.

22.

Da l'altra parte Marfisa se mosse:
Seco Ranaldo, ed un gran fuste arresta;
Prasildo e Iroldo, che hanno estreme posse,
Torindo e il duca Astolfo con tempesta.
Tutti han le lancie smisurate e grosse:
La giostra se incomincia, aspra e robesta.
Ad uno ad uno e scontri vi vo' dire,
E tutto il fatto, come ebbe a seguire.

23.

Marfisa se scontrò con Aquilante,
Ciascun parve di pietra una colona;
Né a drieto se riversa o piega avante,
Tanto avevan quei duo franca persona:
Le lancie fraccassarno tutte quante.
Il duca Astolfo ratto se abandona,
E quella lancia che è tutta d'ôr fino,
Spronando abassa contra a Trufaldino.

24.

Ma lui, che d'ogni inganno sapea l'arte,
Come l'un l'altro al scontro se avicina,
Malvagiamente se piegò da parte;
Poi da traverso, quella mala spina
(Come scrive Turpino alle sue carte)
Feritte Astolfo con tanta roina,
Che suo ardir non gli valse né sua possa,
Ma cadde al prato con grave percossa.

25.

Lasciamo Astolfo, che è rimaso in terra,
Ch'io voglio adesso agli altri seguitare,
Poi che contar convien tutta la guerra.
Prasildo al re Adrïan s'ebbe a incontrare;
Contra de Iroldo Chiarïon si serra,
Né bon iudicio si potrebbe dare
Se tra lor quattro fu vantaggio alcuno,
Ma ben sua lancia ruppe ciascaduno.

26.
Torindo fo colpito da Grifone,
E netto se n'andò fuor della sella;
Il franco Orlando e il forte fio d'Amone
Se vanno addosso con tanta flagella,
Che profondar l'un l'altro ha opinïone.
Ora ascoltate che strana novella:
Il bon Baiardo cognobbe di saldo,
Come fu gionto, il suo patron Ranaldo.

27.

Orlando il guadagnò, come io ve ho detto,
Allor che il re Agrican fece morire;
E quel destrier, come avesse intelletto,
Contra Ranaldo non volse venire;
Ma voltasi a traverso a mal dispetto
De Orlando, proprio al contro del ferire.
Sua lancia cadde al conte in su l'arcione,
Ranaldo lo colpì sopra al gallone;

28.

E fu per roversarlo a l'altro lato.
Or chi saprebbe a ponto ricontare
L'alto furor di quel conte adirato?
Ché, quando a più tempesta mugia il mare,
E quando a maggior foco è divampato,
E quando se ode la terra tremare,
Nulla serebbe a l'ira smisurata
Che in sé raccolse Orlando in quella fiata.

29.

Non vedea lume per li occhi nïente,
Benché gli avesse come fiamma viva;
E sì forte battea dente con dente,
Che di lontan il gran romor se odiva.
Del naso gli uscia fiato sì rovente,
Che proprio il riguardar foco appariva.
Or più di ciò contar non è mestiero:
Con ambi sproni afferra il bon destriero.

30.

Ed a quel tempo ben ricolse il freno,
Credendolo a tal guisa rivoltare;
Non si muove Baiardo più ni meno,
Come fosse nel prato a pascolare.
Poi che Ranaldo vidde il fatto a pieno,
Comincia al conte in tal modo a parlare:
- Gentil cugin, tu sai che a Dio verace
Ogni iniustizia e mal fatto dispiace.

31.

Ove hai lasciata quella mente pura
E l'animo gentil che avevi in Franza,
Diffensor di bontade e di drittura,
E di fraude nemico e dislïanza?
Caro mio conte, io ho molta paura
Che cambiato non sii per mala usanza,
E che questa malvaggia meretrice
T'aggia stirpato il cor de la radice.

32.

Voresti mai che si sapesse in corte
Che hai la diffesa per un traditore?
Or non te serìa meglio aver la morte,
Che avere in fronte tanto disonore?
Deh lascia Trufaldino, o baron forte,
E di quella ribalda il falso amore!
Che in veritate, a non dirti menzogna,
Non so de qual acquisti più vergogna. -

33.

Orlando gli dicea: - Ecco un ladrone,
Che è divenuto bon predicatore.
Or può ben star sicuro ogni montone,
Da poi che il lupo si è fatto pastore.
Tu mi conforti con bella ragione
Abandonar de Angelica lo amore;
Ma guardar die' ciascun d'esser ben netto,
Prima che altrui riprenda de diffetto.

34.

Io non venni già qui per dir parole,
A ben ch'io non mi possa adoperare,
E sopra ogni sventura ciò mi dole;
Ma fami al peggio ormai che tu pôi fare,
Ché non serà nascoso il giorno il sole,
Che molta pena ti farò portare
Di quel villan parlare e discortese,
Qual de mia dama avesti ora palese. -

35.

Così parlando ogniun sta dal suo lato.
Non era il conte a dismontare ardito:
Ché, prima a terra fosse dismontato,
Via ne serebbe Baiardo fuggito.
Sendo bon pezzo ciascun dimorato,
Che l'uno a l'altro non avea ferito,
Ranaldo, riguardando in quel confino,
Ebbe veduto il falso Trufaldino,

36.

Che aveva Astolfo abattuto nel piano.
Esso a destriero d'intorno il feriva:
Quel se deffende con la spada in mano;
Ecco Ranaldo che sopra gli ariva.
Quando venire il vidde quel villano,
Che avea d'ogni virtù l'anima priva,
Come fugge il colombo dal falcone
Così prese a fuggir dal fio d'Amone.

37.

Esso fuggendo a gran voce cridava:
- Aiuto! aiuto! o franchi cavallieri -
E la promessa fede adimandava;
E ben soccorso gli facea mestieri,
Ché già quasi Ranaldo lo arivava.
Ma tutti quanti quelli altri guerreri
Abandonarno sua prima tenzone,
Tirando tutti adosso al fio d'Amone.

38.

Orlando nol seguia, come io vi conto,
Perché Baiardo non puotea guidare;
Ma ben gionse Grifone a ponto a ponto
Che apena Trufaldin dovea campare.
Come Ranaldo lo vidde esser gionto,
Subitamente se ebbe a rivoltare,
E ferisce a Grifon sì gran riverso,
Che quello ha il spirto e l'intelletto perso.

39.

Qua non se indugia, e segue Trufaldino,
Che tuttavia fuggiva per quel piano;
Ma fece in quel fuggir poco camino,
Ché ebbe a le spalle il destrier Rabicano,
E venuto era di morte al confino:
Ma soccorso gli dava il re Adrïano.
Ranaldo lo ferì con tanta possa,
Che a terra lo fe' andar quella percossa.

40.

Trufaldin se ne andava tuttavia
Ben mezo miglio a Ranaldo davante;
Ma Rabicano a tal modo seguia,
Come avesse ale in loco delle piante.
Ranaldo gionto il traditore avia,
Ma di traverso ancor gionse Aquilante,
E l'un ferisce l'altro con tempesta.
Ranaldo colse lui sopra la testa,

41.

Sì che alle croppe lo mandò roverso,
Fuor di se stesso e pien di stordigione;
Né ancora ha Trufaldin di vista perso,
Quando alla zuffa è gionto Chiarïone.
Menò Ranaldo un colpo sì diverso,
Che gettò quel ferito de l'arcione;
E segue Trufaldin con tanta fretta,
Che apena è più veloce una saetta.

42.

Mentre che così caccia quel ribaldo,
Il conte con Marfisa s'azuffava,
Però che, mentre che non vi è Ranaldo,
A suo piacer Baiardo governava.
Ciascuno alle percosse era più saldo,
Né alcun vantaggio vi se iudicava;
Vero è che 'l conte avea suspizïone,
Non se fidando al tutto del ronzone.

43.

E però combattea pensoso e tardo,
Usando a suo vantaggio ciascuna arte:
E benché se sentisse ancor gagliardo,
Chiese riposo e trassese da parte.
Mentre che intorno faceva riguardo,
Vidde nel campo gionto Brandimarte,
E ben se rallegrò nel suo pensiero,
Ché Brigliadoro ha questo, il suo destriero.

44.

Subitamente a lui se ne fu andato;
Ciascun raconta la sua disventura,
E fu tra loro alfin deliberato
(Ché Brandimarte ha rotto l'armatura)
Che nella rocca lui sia ritornato,
E là meni Baiardo a bona cura.
Su Brigliadoro il conte valoroso
È già montato, e non vôl più riposo.

45.

Non vôl riposo più quel sir d'Anglante,
Anci si mosse con molta roina;
E con parlar superbo e minacciante
Isfida a morte la forte regina.
L'un mosse verso l'altro lo afferrante,
Ciascun morire o vincer se destina:
Questa zuffa dirò poi tutta aponto,
Ma torno a Trufaldin, ch'era già gionto.

46.

Ranaldo il gionse a la rocca vicino,
E non crediati che 'l voglia pregione,
Benché vivo pigliò quel malandrino,
E legòl stretto con bona ragione;
Indi con le gambe alto e il capo chino
Alla coda lo attacca del ronzone;
Poi per il campo corre a gran furore
Cridando: - Or chi diffende il traditore? -

47.

Era il franco Grifon già risentito,
E Chiarïon montato e il re Adrïano,
Quando Ranaldo fu da loro odito,
E posensi a seguirlo per quel piano.
Ma sì presto ne andava ed espedito,
Ch'era seguìto da costoro in vano;
Così ne andava Rabicano isteso,
Come alla coda non avesse il peso.

48.

Sempre Ranaldo a gran voce cridava:
- Ove son quei che avean cotanto ardire,
Che de un sol cavallier non li bastava,
Ma volean tutto il mondo sostenire?
Or vedon Trufaldino, e non li grava
Che in sua presenzia lo faccio morire?
Se alcun v'è ancora a cui piaccia l'impresa,
Venga a staccarlo e prenda sua diffesa. -

49.

Così diceva il barone animoso,
Via strasinando Trufaldino al basso,
Che era già mezo morto il doloroso,
Percotendo la testa ad ogni sasso;
Ed era tutto il campo sanguinoso,
Dove correa Ranaldo a gran fraccasso;
Ed ogni pietra acuta e ciascun spino
Un pezzo ritenia de Trufaldino.

50.

Moritte quel malvaggio a cotal guisa,
E ben lo meritava in veritate,
Come la istoria sopra vi divisa,
Ch'era d'inganni pieno e falsitate.
Or torno al conte Orlando ed a Marfisa,
Che nel secondo assalto a nude spate
Fan sì crudel battaglia e sì diversa,
Che par che 'l celo e il mondo se sumersa.

51.

A disusato modo e troppo orribile
Tra loro era inasprita la battaglia;
Ed al contar serìa cosa incredibile
Quelle arme che Marfisa al conte taglia.
Lui d'altra parte ognior vien più terribile,
Benché romper non può piastra, né maglia;
Pur mena colpi di tanta roina,
Che a forza fa piegar quella regina.

52.

Cresce ogni ora lo assalto più diverso,
E' crudel colpi fuor d'ogni misura.
Ecco passar Ranaldo in sul traverso,
Proprio davanti alla battaglia scura;
E Trufaldino avea tutto disperso
La testa e il busto insino alla cintura;
Ché per le spine e' sassi in quel distretto
Rimase eran le braccia, il capo e il petto.

53.

A gran furor Ranaldo trapassava,
Cridando sì che intorno è bene inteso;
E dicea: - Cavallieri, or non vi grava
Che non abbiati questo re diffeso,
Qual di bontate vi rasomigliava?
Ove è lo ardire e quello animo acceso
Che dimostraste ne l'estremo vanto,
Quando sfidasti il mondo tutto quanto? -

54.

Orlando intese quel parlare altiero,
Che lo spronava in tanta villania,
Onde a Marfisa disse: - Cavalliero
(Perché altramente non la cognoscia),
Io me sfidai con quello altro primiero,
Compir voglio con lui l'impresa mia;
Come io lo occido, se 'l mio Dio mi vaglia,
Con teco fornirò l'altra battaglia. -

55.

Disse Marfisa a lui: - Tu sei errato,
Se presto credi occider quel barone,
Perché io, che l'uno e l'altro aggio provato,
Di te nol tengo in manco opinïone.
Tu de la vita altrui hai bon mercato,
E senza l'oste fai questa ragione;
Ma tu pôi ben vantarti ed aver caro
Se questa sera vi trovati al paro.

56.

Or vanne, ch'io mi fermo a riguardare
Qual abbia di voi duo maggior possanza;
Ma se i compagni tuoi per aiutare
Vengano a te, come è la lor usanza,
Quell'alta rocca vi farò trovare,
Né so se avreti ben tempo a bastanza:
Se tu combatti come il dritto chiede,
Offeso non serai su la mia fede. -

57.

Non so se Orlando il tutto puote odire,
Che già dietro a Ranaldo è posto in caccia;
Sempre cridando l'aveva a seguire:
- Aspetta, ché chi fugge mal minaccia;
E chi desidra gli altri sbigotire,
Non die' voltar le spalle, ma la faccia;
Ma tu sei ben gagliardo a questo ponto,
Ché hai bon destriero e non credi esser gionto. -

58.

A quel cridar del conte il fio d'Amone
Iratamente se ebbe a rivoltare,
Dicendo: - Io non vo' teco questïone,
E tu per ogni modo la vôi fare;
Unde te dico che, avendo ragione,
Omo del mondo non voglio schiffare;
Ma siami testimonio Dio verace
Che aver guerra con te m'incresce e spiace. -

59.

- Ben ne son certo, - disse il sir d'Anglante
- Che te rincresce di tal guerra assai,
Ché non avrai a far con mercadante,
Né un pover forastier dispogliarai.
Or non usiamo parole cotante:
Mostra pur tuo valor, se ponto n'hai;
Perché io te acerto e sazote ben dire
Che a te bisogna vincere o morire. -

60.

Dicea Ranaldo a lui: - Guerra non aggio,
Né voglio aver con teco, il mio cugino;
Perdon ti cheggio, s'io t'ho fatto oltraggio,
Ben ch'io nol feci mai, per Dio divino!
E se onta ti repùti o ver dannaggio
Ch'io abbia preso e morto Trufaldino,
A ciascun tuo piacer farò palese
Che non te ritrovasti in sue diffese. -

61.

Rispose il conte ad esso: - Animo vile,
Che ben de chi sei nato hai dimostranza,
Mai non fusti figliol d'Amon gentile,
Ma del falso Genamo di Maganza.
Pur mo te dimostravi sì virile
E ragionavi con tanta arroganza:
Or che condutto al paragon ti vedi,
Mercé piangendo e perdonanza chiedi. -

62.

Perse la pazïenza a quel parlare
Il fio de Amone, e con terribil guardo
Verso de Orlando gli occhi ebbe a voltare,
Ed a lui disse: - Tanto sei gagliardo,
Che ogni om ti teme e convienti onorare;
Ma se tu non mi rendi il mio Baiardo,
Presto potrai veder, come io ti dico,
Ch'io non ti temo e non te stimo un fico.

63.

Come l'abbi robbato io non ho cura:
Rendime il mio destriero, e sìate onore.
Tu ne l'hai via mandato per paura,
Ché di tenerlo non ti dava il core;
Ma, se egli avesse de intorno le mura
Tutte de acciaro, lo trarò di fore;
Ed odi come io parlo chiaro e sodo:
Io lo voglio per forza ad ogni modo. -

64.

- La prova vederemo incontinente -
Rispose Orlando, sorridendo un poco:
E non avea già faccia de ridente,
Ma battea labre e gli occhi come foco.
Or, bei Segnori, io vi lascio al presente,
E se voi tornareti in questo loco,
Dirò questa battaglia dove io lasso,
Che un'altra non fu mai di tal fraccasso.



CANTO VENTESIMOSETTIMO


1.

Chi mi darà la voce e le parole,
E un proferir magnanimo e profondo?
Ché mai cosa più fiera sotto il sole
Non fu mirata a lo universo mondo.
L'altre battaglie fôr rose e vïole:
A ricontar di questa io mi confondo,
Perché il valor e il pregio della terra
A fronte son condutti in questa guerra.

2.

Era ciascun di lor tanto adirato,
Che facean sbigotir chi gli guardava;
E molti se partîr senza comiato,
E poca gente se gli avicinava;
Uscia rovente fuor de gli elmi il fiato,
E nel suo ragionar l'aria tremava;
E chiunque stava di lontano un poco,
Giurava che lor volti eran di foco.

3.

E si facean l'un l'altro orribil guardi,
Parlando con voce aspra e minacciante;
E benché al cominciar paresser tardi,
Come io ve dimostrai nel dir davante,
Ciò fu che di persona sì gagliardi
E di cor fu ciascun tanto arrogante,
Che ragionando si stavano adaggio,
Mostrando non curar alcun vantaggio.

4.

Ma poi che Orlando trasse Durindana
Forte cridando: - Or se vedrà la prova,
Se a tua prodezza, che è tanto soprana,
Un altro pare in terra se ritrova! -
La cosa più non va suave e piana;
Ponto è Ranaldo: convien che si mova.
Però prende Fusberta ad ambe mano,
E verso il conte sprona Rabicano.

5.

E menò un colpo terribile e fiero,
Come colui che ha forza oltra misura;
Il dio d'amor, che ha il conte per cimiero,
Volò con l'ale rotte alla pianura.
L'elmo d'Almonte ben gli fie' mestiero,
Ché qua la affatason non lo assicura,
Poi che Ranaldo a tanta furia il tocca,
Che gli avria posto le cervelle in bocca.

6.

Ma il conte, che d'orgoglio è troppo caldo,
Quella percossa non cura un lupino;
E, stretto come un scoglio a l'onde saldo,
Che non se crolla dal vento marino,
Lui con gran forza percosse Ranaldo
Sopra de l'elmo, che fu de Mambrino;
Ma lui, che è tanto fiero e sì possente,
Per quel gran colpo se mosse nïente.

7.

E risposene un altro con roina,
Dov'è il scudo e la lancia discoperta,
E piastra non vi valse, o maglia fina,
Ché via la tagliò tutta con Fusberta;
Seco la giuppa alla terra dechina,
Sì che fece mostrar la carne aperta.
Per questo d'ira il conte più s'accese,
Ed a Ranaldo un gran colpo distese.

8.

Gionse a traverso del manco gallone,
E misse a terra gran parte del scudo,
E usbergo e piastra e grosso pancirone
Fraccassa con roina il brando crudo;
Portò seco la giuppa e il camisone,
Sì che mostrar li fece il fianco nudo.
Ciascun de ira se accende e di mal fele,
E la battaglia ognior vien più crudele.

9.

Ranaldo prese un cruccio sì diverso,
Che alla sua vita mai n'ebbe cotanto;
E menò ad ambe mano un gran roverso,
Tal che, se l'elmo non fosse de incanto,
Tutto l'avrebbe spezzato e disperso;
E per quel colpo orribile e tamanto
Orlando se stordì per tal maniera,
Che non sapea quel loco dove egli era.

10.

Il suo destrier correndo andava intorno,
Portandol stramortito in su la sella.
Dicea Ranaldo: - Io so che al terzo giorno
Non durarà fra noi questa novella. -
E per darli di morte ultimo scorno
Un altro colpo adosso li martella;
Io non saprebbi ben dir la cagione,
Ma il conte alora uscì de stordigione.

11.

E risentito, cognobbe Ranaldo,
Qual gli era sopra per farlo morire.
Turbato lo scridò: - Giotton ribaldo,
Mala ventura te ha fatto venire,
Però che morto sei se tu stai saldo,
E vergognato se prendi a fuggire.
Or te diffendi, s'hai cotanto orgoglio,
Ché averti alcun riguardo più non voglio. -

12.

Così dicendo il conte a due man prese,
Forte turbato, Durindana dura,
E percosse ne l'elmo, e quel se accese
A foco e fiamma con molta paura.
Ranaldo su le croppe se distese
Per quel gran colpo fuor d'ogni misura:
Pendon le braccia ed ha aperta ogni mano;
Via ne l'arcione il porta Rabicano.

13.

Ma non fu giamai drago ni serpente,
Che racogliesse in sé tanto veleno,
Quanto Ranaldo alor che si risente:
Il cor avea di foco e il viso pieno.
Verso de Orlando iniquitosamente
Prende a due mano il brando e lascia il freno;
E similmente il senator romano
Contra lui vene, e mena ad ambe mano.

14.

Ferîr l'un l'altro con alto romore,
Ciascun più furïoso e disperato;
E sempre cresce la zuffa maggiore,
E l'arme a pezzi a pezzi vanno al prato;
Né scorger ben se può chi aggia il megliore,
Ché in poco tempo cangiasi il mercato;
Or se veggion ferir de animo accesi,
Or su le croppe andar morti e distesi.

15.

E si feriano con tanta nequizia
Che a vendetta crudel serìa bastante,
E con aspro parlar l'un l'altro astizia.
Diceva al fio d'Amone il sir d'Anglante:
- Oggi hai trovato il brando di iustizia!
Confessa le tue amende tutte quante;
Che sei per fama publico ladrone,
Io vo' che tu 'l confessi, e far ragione. -

16.

- Tu te credi tuttora essere in Franza, -
Disse Ranaldo - e gli altri minacciare.
Chi cambia terra, die' cambiare usanza;
Re Carlo quivi non può comandare.
Tu me di' villania con arroganza,
E credi ch'io te 'l voglia comportare?
Ed a farne la prova in ogni loco,
Io son meglior di te molto, e non poco.

17.

Di che hai superbia, dimme, bastardone?
Perché occidesti Almonte alla fontana,
Che era legato in braccio al re Carlone,
Ora te vanti, e porti Durindana
Come acquistata per dritta ragione.
Ben sei proprio figliol d'una puttana,
Qual, perso che ha l'onor, più non lo stima
E più sfacciata è dopo il fal che in prima.

18.

Datte forse arroganza il re Troiano?
Né ti vergogni di quella novella,
Che, ancor ferito a morte e senza mano,
Te trasse a tuo dispetto de la sella?
Tu insieme lo occidesti in su quel piano:
Va, ti nascondi, va, vil feminella!
Tra gli omini apparere hai ardimento,
E sei condutto a tanto tradimento? -

19.

Diceva Orlando a lui: - Non fa mestiero
De la nostra bontade disputare;
Ché tu sei ladro, ed io son cavalliero,
E tutto il mondo lo sa iudicare;
E bene aggio ragion s'io sono altiero
De Almonte e de Troian, che hai a contare,
Che fur di tanto pregio e di tal raccia,
Che non gli avresti tu guardati in faccia.

20.

Fovi meco Rugiero e quel don Chiaro
Che era corona d'ogni paladino,
Quai stati non serian con un tuo paro,
Ché alcun di lor non era malandrino.
Or tu te vanti, e pôi bene aver caro,
De avere occiso il forte re Mambrino;
Ma non sa dir alcun come andò il fatto,
Perché tu pur fuggisti al primo tratto.

21.

Quella battaglia fu molto nascosa
Là dopo il monte, e senza testimonio;
Chi giurarà come andasse la cosa,
E se il tuo Malagise col demonio
Te dette la vittoria sì pomposa?
Ed odito aggio ancora, o ch'io me insonio,
Che il fratel Constantin pur fu ferito
Dopo le spalle, e fu da te tradito. -

22.

Così l'un l'altro con grave rampogna
Se oltraggiavano insieme e cavallieri;
Ora altro che parole ivi bisogna,
Perché dal ragionare a i colpi fieri
Eran venuti, e l'ira e la vergogna
Gli avea spronati e fatti tropp'altieri;
E se ferian con tanta crudeltade,
Che ad ogni colpo fan foco le spade.

23.

Ferì con ira Orlando ad ambe mano,
Sopra Ranaldo gran colpo martella;
Poco mancò che non andasse al piano
E stramortito uscisse de la sella.
Come rivenne il sir de Montealbano,
Non se accese mai lampa né facella,
Che non sembrasse del suo lume priva,
Tant'ha di foco lui la faccia viva.

24.

Ad Orlando ferì con gran furore
Sopra di l'elmo, a forza sì diversa,
Che 'l paladin, che avea tanto vigore,
Ha il sentimento e la memoria persa;
E per la passïone e gran dolore
Sopra le croppe tutto si riversa;
E for de l'arcion tanto se disserra,
Che ogniom credette che l'andasse a terra.

25.

E non fu più giamai leon ferito,
Né drago acceso tanto velenoso
Come divenne Orlando risentito;
E ben mostrava in viso furïoso,
Ché non era a quel colpo sbigotito,
Ma più fier divenuto ed animoso;
Verso Ranaldo lasciò un colpo crudo,
E più del terzo gli tagliò del scudo.

26.
Rotto a traverso il scudo andò nel prato,
Né in questo resta la tagliente spada,
Ma la maglia gli strazia dal costato,
E convien che ogni piastra a terra vada.
La zuppa e il camison tutto è straziato,
Par che ogni cosa Durindana rada,
Sì spezza usbergo ed ogni guarnisone;
E feritte nel fianco il fio de Amone.

27.

Ma non se avide alor de la ferita,
Tanto era riscaldato alla battaglia;
Ferisce al conte quella anima ardita,
De cima al fondo il scudo gli sbaraglia.
Ogni piastra de usbergo ebbe partita,
E tutto il panciron fraccassa e smaglia;
E se non fusse che il conte è fatato,
Gran piaga gli avria fatto nel costato.

28.

S'io conto tutti i colpi ad uno ad uno,
Che facean sempre foco e le faville,
Verrà la sera e il cel si farà bruno,
Perché furon i colpi più di mille;
Sì ch'io nol dico, e può pensar ciascuno
Che non Ettor di Troia e non Achille,
Né Ercole il grande, né il forte Sansone
Potrian con questi star al parangone.

29.

E qual misèr Tristano e qual Gallasso,
Qual altro cavallier de la ventura
D'un tanto travagliar non serìa lasso,
Per l'estrema battaglia orrenda e dura?
Ché sempre combattero a gran fraccasso
Da sol nascente insino a notte oscura,
Né mai chiesen riposo a quel furore,
Ché l'un de l'altro crede esser megliore.

30.

Ed era il ciel de stelle tutto pieno
Prima che alcun parlasse del partire,
Però che aveano al cor tanto veleno,
Che se credean l'un l'altro far morire.
Poi che la luce venne al tutto meno,
Restarno, per vergogna, di ferire,
Perché in quel tempo combattere al scuro
Opra non era di baron sicuro.

31.

Diceva Orlando: - Pôi ringrazïare
Il giorno che è partito, e il vivo sole,
Che alquanto t'ha la morte a indugïare,
E certamente me ne incresce e dole. -
Dice Ranaldo: - Ciò lasciamo andare:
Io vo' che meco vinci di parole;
Ma già di fatto vantaggio non hai,
Né creder, fin ch'io viva, averlo mai.

32.

E fino ad ora io sono apparecchiato
(Per mostrar ch'io non ho di te paura)
Di trare al fin lo assalto cominciato,
Ch'io non te stimo, o giorno, o notte oscura. -
Rispose il conte: - Ladro, scelerato,
Che pur convien mostrar la tua natura,
Come sei uso, tristo, doloroso,
Far guerra al scuro, nel bosco nascoso.

33.

Io vo' teco azzuffarme al giorno chiaro,
Perché tu vedi il tuo dolor palese,
E che prender non possi alcun riparo,
Né fuggirti da me, né far diffese. -
Disse Ranaldo: - Adunque e' m'è ben caro
Esser tanto lontano al mio paese,
Per non dar quel dolore al duca Amone,
Poi che morir convengo a ogni rasone.

34.

Io so combatter nel bosco nascoso,
E nel monte alto e all'aperta pianura,
E fo battaglia al giorno luminoso,
Matina e sera e ne la notte scura.
Or tu sei solo al mondo glorïoso,
Ed hai de l'onor tuo cotanta cura,
Che non combatti se no' al sole altiero,
Credendo altrui smarir col tuo quartiero. -

35.

Stavan gli altri baroni a lor d'intorno,
Quei de la rocca e quei de la regina,
Che avean lasciata sua battaglia il giorno
Per mirar de costor l'alta ruina.
Tra questi fo ordinato far ritorno
Sopra quel campo ne l'altra matina,
E diffinir la ultima battaglia,
Chi più de ardire e di possanza vaglia.

36.

Così tornorno questi nel girone,
Orlando, dico, e la sua compagnia;
E gli altri ciascadun al pavaglione.
Or suonar trombe e gran corni se odìa,
Diversi cridi de istrane persone;
Ed alti fuochi al campo se vedia,
E per le mura d'intorno alla rocca
Spesse lumere; e la campana ciocca.

37.

Angelica, di dame accompagnata,
Venne a trovare Orlando paladino
Dentro alla zambra ricca ed apparata:
Quivi ha frutti, confetti e bon vino.
La sopravesta il conte avea stracciata,
E rotto il scudo d'ôr da l'armelino,
E perduto il cimier del dio d'amore,
Unde di doglia gli crepava il core.

38.

Ed aveva tal doglia nel pensiero,
Che non sa dir se egli è morto né vivo,
Se quella dama chiedesse il cimiero,
O domandasse come ne fo privo.
Ma de ciò dubitar non fo mestiero,
Ché lei, ad antiveder troppo cativo,
Ciò che vedeva che al conte gradava,
Quel gli chiedeva, e sol di ciò parlava.

39.

Ma, così ragionando con diletto
De la battaglia che era stata al piano,
Non so come, ad Orlando venne detto,
Che là giuso era il sir de Montealbano.
La dama se commosse nello aspetto,
Odendol nominare a mano a mano;
Ma come quella che era saggia e trista,
Coperse il suo pensier con falsa vista.

40.

E disse al conte: - Io ho malenconia,
Ché oggi stetti a le mura tutto 'l giorno,
E mai tra gli altri io non te cognoscia,
Cotanta gente ti stava d'intorno.
Ma se volesse la ventura mia
Che una sol fiata, de tutte arme adorno,
Io te vedessi bene adoperare,
Dio d'altra cosa non voria pregare.

41.

Benché spietata sia Marfisa e dura,
Io certamente pur voglio provare
Se per un giorno mi farà sicura,
Tanto ch'io possa una zuffa mirare;
E solo or penso a cui doni la cura
Che vada la salvezza ad impetrare.
Qual serà quel che a lei ne vada avante?
Io mandarò lo ardito Sacripante. -

42.

Così fu dimandato incontinente
Re Sacripante ad Angelica bella.
Questo avea il core e le medolle ardente
D'amor soperchio per quella donzella,
Come odireti nel libro sequente.
Or, seguitando la nostra novella,
La dama, ragionando a lui, divisa
Quel che impetrar desidri da Marfisa.

43.

E lui se parte, ed al campo se accosta,
Benché sia oscuro il cel, come io vi conto;
E fece alla regina la proposta,
Come davante a lei fo prima gionto.
Ebbe subito grata e tal risposta,
Qual seppe dimandare a ponto a ponto;
La littra è suggillata, e con bel dire
Fu ogniom securo al ritornare e al gire.

44.

Ogni stella del celo era partita,
Fuor quella che va sempre al sol davante;
E la rugiada per l'aria fiorita
Se vedea cristallina e lustrigiante;
Il celo, a la bell'alba ora apparita,
D'oro e di rose avea preso sembiante;
E, per dir questo in simplice parole,
La notte è gita e non è gionto il sole,

45.

Quando la dama, mossa di quel caldo
Che agiaccia l'intelletto ed arde il core,
De Angelica dico io, che per Ranaldo
Se consumava nel foco d'amore,
Fuora del letto se levò di saldo;
E non aspetta il giorno o il suo splendore,
Ché ogni altro tempo li par speso invano
Fuor che a vedere il sir de Montealbano.

46.

E poi che seppe, come io ve contai,
Che esso nel campo al basso dimorava,
Tutta la notte non dormì giamai,
Né prese possa, e sol di lui pensava.
Sperando in zoia e sospirando in guai
L'alba serena e il bel giorno aspettava,
Però che ogni sua voglia e suo desire
È di veder Ranaldo, e poi morire.

47.

Ma il conte Orlando, senza altro pensiero,
Era dormendo nel letto colcato,
E sempre, in sogno, quello animo fiero
Stava alla zuffa del giorno passato;
Né credo che sia al mondo cavalliero
Che non si fosse alquanto spaventato
Mirando il conte in quel sonno dissolto,
Tanto feroce e orribile è nel volto.

48.

La damigella venne a lui soletta,
E ponto non l'ardiva risvegliare;
Ma come fa qualunche il tempo aspetta,
Che l'ora un giorno, e il giorno un mese pare,
Così la dama, che avea maggior fretta
Che 'l conte Orlando assai de cavalcare,
Or col viso suave, or con la mano,
Svegliò, toccando, il cavallier soprano.

49.

- Su, - disse ella - baron! Non più dormire,
Ché da ogni parte già se scopre il giorno;
Io me levai, ché me parve de odire
Là giù nel campo al basso uno alto corno;
E perché io voglio con teco venire
E, se a Dio piace, far teco ritorno,
Son venuta a svegliarti per me stessa;
E da te voglio un dono in tua promessa. -

50.

Il conte al suo bel viso remirando
Tutto se accese de amoroso foco,
E la dama abracciò tutto tremando,
Benché soletti fussero in quel loco.
Dicea la dama: - Io son al tuo comando;
Ma se me ami, barone, aspetta un poco,
Ché quel ch'io dico per farti sicuro,
Su la mia fede ti prometto e giuro.

51.

Io ti prometto che a ogni tuo volere
Soletta in questo loco, come io sono,
Ti lasciarò di me prender piacere,
Se me prometti ed attendi un sol dono,
Perch'io voglio comprendere e vedere
Stu me ami come mostri in abandono;
E quel ch'io voglio e quel ch'io ti dimando,
È una battaglia sola al mio comando.

52.

Ma se tu forse sei tanto inumano,
Che prenda il tuo piacere al mio dispetto,
Tenuto ne sarai sempre villano,
E tornarate in pianto quel diletto,
Perch'io me occiderò con la mia mano,
E passaromme in tua presenza il petto;
Sì ch'in te solo e in tuo arbitrio dimora
Se vôi ch'io mora, o vôi che viva ancora. -

53.

Al fin delle parole lacrimando
Abassò il viso con molta pietate;
Non puotè più soffrire il conte Orlando,
Ma più di lei piangeva in veritate;
E con somessa voce ragionando,
Sempre chiedea perdon con umiltate,
Dando la colpa del passato errore
Al core ardente ed al superchio amore.

54.

Poi l'un promesse a l'altro in sacramento
Di servar le dimande tutte a pieno.
Il lume della luna era già spento,
E il sole uscia del mare al ciel sereno,
Quando quel cavallier pien de ardimento,
Che mai di sua bontà non venne meno,
Per provvederse alla cruda battaglia
Tutto di piastra si copre e di maglia.

55.

E benché fusse d'animo virile
E non temesse il mondo tutto quanto,
Pur tutte l'arme guarda per sotile,
Ambedue le scarpette e ciascun guanto,
Ché ben cognosce il cavallier gentile
Che 'l suo inimico si donava il vanto
D'alta prodezza in ogni baronaggio;
Però non vôl ch'egli abbia alcun vantaggio.

56.

Poi che di piastra fu tutto coperto
Ed ebbe il suo bon brando al fianco cinto,
Angelica la bella gli ebbe offerto
Un cimiero alto e un scudo d'ôr destinto.
Era il cimiero uno arboscello inserto,
E il scudo a tale insegna ancor dipinto.
L'elmo s'allaccia quel baron soprano,
Monta a destriero e prende l'asta in mano.

57.

Li altri, per fare ad esso compagnia,
Senza arme in dosso giù calarno al piano;
Quivi Aquilante e Grifon se vedìa,
Brandimarte vien presso e il re Ballano;
Il conte dopo questi ne venìa,
Ed Angelica seco a mano a mano
Sopra d'un palafren bianco ed amblante;
Il re Adrïan vien dietro e Sacripante.

58.

Rimase nella rocca Galafrone,
E seco Chiarïon, che era ferito.
Or diciamo de Orlando campïone:
Come fo gionto nel prato fiorito,
Sonando il corno sfida il fio d'Amone,
Qual già nella campagna era apparito
Tutto coperto a piastra e maglia fina;
E seco al par Marfisa la regina.

59.

Lei senza l'elmo el viso non nasconde:
Non fu veduta mai cosa più bella.
Rivolto al capo avea le chiome bionde,
E gli occhi vivi assai più ch'una stella;
A sua beltate ogni cosa risponde:
Destra ne gli atti, ed ardita favella,
Brunetta alquanto e grande di persona:
Turpin la vide, e ciò di lei ragiona.

60.

Angelica a costei già non somiglia,
Che era assai più gentile e delicata:
Candido ha il viso e la bocca vermiglia,
Suave guardatura ed affatata,
Tal che a ciascun mirando il cor gli empiglia:
La chioma bionda al capo rivoltata,
Un parlar tanto dolce e mansueto,
Ch'ogni tristo pensier tornava lieto.

61.

Questa ne andava con Orlando a mano,
Come poco di sopra io ve ho contato;
E quella col segnor de Montealbano,
Che incontra gli venìa da l'altro lato,
Con l'arme in dosso sopra Rabicano.
Torindo e il duca Astolfo disarmato,
Prasildo e Iroldo pien di vigoria,
Fanno a Ranaldo onore e compagnia.

62.

Ma poi che fôrno gionti a i verdi prati,
Ciascun si stette dal suo lato alquanto;
Suonando il corno si fôrno sfidati
Quei duo che han di prodezza al mondo il vanto.
Pregovi, bei segnor, che ritornati
Ad ascoltarme nel seguente canto,
Perché de l'altre zuffe ch'io contai
Questa è più fiera ed è maggior assai.



CANTO VENTESIMOTTAVO


1.

Chi provato non ha che cosa è amore,
Biasmar potrebbe e due baron pregiati,
Che insieme a guerra con tanto furore
E con tanta ira se erano afrontati,
Dovendosi portar l'un l'altro onore,
Ch'eran d'un sangue e d'una gesta nati:
Massimamente il figlio di Melone,
Che più della battaglia era cagione.

2.

Ma chi cognosce amore e sua possanza,
Farà la scusa di quel cavalliero;
Ché amore il senno e lo intelletto avanza,
Né giova al provedere arte o pensiero.
Giovani e vecchi vanno alla sua danza,
La bassa plebe col segnore altiero;
Non ha remedio amore, e non la morte;
Ciascun prende, ogni gente ed ogni sorte.

3.

E ciò se vide alora manifesto,
Ché Orlando, qual di senno era compito,
Di sua natura si cangiò sì presto,
E venne impazïente allo appetito;
Ed a Ranaldo se fece molesto,
Col qual fu de amistà già tanto unito.
Ora nel campo a morte lo desfida,
Suonando il corno ad alta voce crida:

4.

- Non hai vicino il forte Montealbano,
Che possa con sue mure ora camparte;
Non è teco il fratel de Vivïano,
Qual ti possa giovar con sua mala arte.
Chi te potrà levar dalla mia mano?
Come andarai fuggendo ed in qual parte?
Non è citade al mondo o tenimento,
Ove non abbi fatto un tradimento.

5.

Belisandra robbasti in Barbaria,
Quando gli andasti come mercadante.
Vôi tu forse tornar per quella via,
O fuggir per il regno de Levante
Dove sette fratei per tua folìa
E per le fraude tue, che son cotante,
A tradimento son condutti a morte?
Forse in Tesaglia andar te riconforte?

6.

Re Pantasilicor da te fo preso,
Né usata fu più mai tanta viltate,
Perché, essendo pregion, da te fu impeso,
Sì che non passarai per sue contrate.
E già non posso a pieno aver inteso
Tutte le tue magagne e crudeltate;
Ma so che a Montalbano a notte scura
Né al chiaro giorno è la strata sicura.

7.

So che robbasti il tesoro indïano,
Che a me toccava per dritta ragione,
Perché il re de India, Durastante, al piano
Fu da me morto, e non da te, ladrone.
Sotto la tregua del re Carlo Mano
Robbasti al re Marsilio il suo Macone.
Ora te penti, e fa che ben m'intenda:
Oggi di tanto mal farai l'amenda. -

8.

Ranaldo fece al conte aspra risposta,
Forte suonando il suo corno bondino,
Dicendo dopo il suon: - Vieni a tua posta,
Ché or sei vasso ed eri paladino,
E poi che la tua mente è pur disposta
Far la vendetta d'ogni Saracino,
Di qualunque sia morto in ogni lato,
Preso o disfatto, o sia da me robbato.

9.

Ma a te ramento che aggio a vendicare
La morte iniqua d'ogni cristïano.
Don Chiaro il paladin vo' ricordare,
Che l'occidesti in campo di tua mano;
Perciò se ebbe Girardo a disperare,
E per tua colpa divenne pagano.
Ascolta, renegato e maledetto:
Chi dà cagione al mal, lui n'ha il diffetto.

10.

Il padre de Olivier, malvaggio cane,
Venne per tua cagion da Carlo occiso;
Ranaldo di Bilanda per tue mane
Avanti al vecchio patre fo diviso.
E tu quando ti levi la dimane,
Credi acquistar zanzando il paradiso
Con croce e patrinostri? Altro ci vôle
Che per rei fatti dar bone parole.

11.

Ricordate, crudel, che a Monteforte,
Per prender quel castello a tradimento,
Il franco re Balante ebbe la morte,
E ciò fu ben di tuo consentimento,
Ché stavi apresso a Carlo Magno in corte;
Né ti bastando il core o l'ardimento
Di scontrarti con lui sopra al sentiero,
Altrui mandasti, e fu morto Rugiero. -

12.

Queste parole ed altre più diverse
Dicea Ranaldo con voce rubesta.
Ora più oltra il conte non sofferse,
Ma contra lui se mosse a gran tempesta;
Ciascadun sotto il scudo si coperse,
E con alto furor la lancia arresta,
E vengonsi a ferir con ardimento:
Sembrâr quei duo destrier folgor e vento.

13.

Come nel celo o sopra la marina
Duo venti fieri, orribili e diversi
Scontrano insieme con molta roina,
E fan conche e navigli andar roversi;
E come un rivo dal monte declina,
Con sassi rotti ed arbori dispersi;
Così quei duo baron pien di valore
Se urtarno con altissimo rumore.

14.

Non fu piegato alcun di loro un dito,
A benché delle lancie smisurate
Ciascun troncone insino al celo è gito.
Già son rivolti ed han tratto le spate;
Né intorno fu pagan cotanto ardito
Che non se sbigotisse in veritate,
Quando l'un l'altro rivoltò la faccia
Piena de orrore e de ira e de minaccia.

15.

Non vide il mondo mai cosa più cruda
Che il fiero assalto di questa battaglia,
E ciascun sol mirando trema e suda:
Pensati che fa quel che se travaglia!
In più parte avean lor la carne nuda,
Ché mandate han per terra piastra e maglia.
Ranaldo sopra al conte se abandona,
Nel forte scudo il gran colpo risuona.

16.

Il scudo aperse e il brando dentro passa:
Sopra la spalla gionse al guarnimento,
La piastra del braccial tutta fraccassa.
Sente a quel colpo il conte un gran tormento;
Adosso de Ranaldo andar se lassa,
E ben sembra al soffiar tempesta e vento;
A man sinestra gionge il brando crudo,
Sino alla spalla rompe e parte il scudo.

17.

A poco a poco più l'ira s'accende:
Ranaldo sopra l'elmo gionse il conte;
Taglio del brando a questo non offende,
Però che era incantato e fu de Almonte,
Ma il cavallier stordito se distende
Per quel colpo superbo che ebbe in fronte,
E rivenne in se stesso in poco d'ora;
Ira e vergogna al petto lo divora.

18.

Stringendo e denti, il forte paladino
Mena a Ranaldo un colpo nella testa:
Gionse ne l'elmo che fu de Mambrino;
Non fu veduta mai tanta tempesta.
Quel baron tramortito andava e chino,
Via fugge Rabicano, e non s'arresta,
Intorno al campo, e par che metta l'ale;
Al conte Orlando il suo spronar non vale.

19.

Non fu veduto mai tanto peccato,
Quanto era di Ranaldo valoroso,
Ch'era sopra l'arcione abandonato,
E strasinava il brando al prato erboso;
Fuor de l'elmo uscia il sangue da ogni lato,
Però che a quel gran colpo furïoso
Tanta angoscia sofferse e tanta pena,
Che 'l sangue gli crepò fuor d'ogni vena.

20.

Fuor della bocca usciva e fuor del naso,
Già ne era l'elmo tutto quanto pieno;
Spirto nel petto non gli era rimaso,
Correndo il suo destriero a voto freno.
E così stette in quel dolente caso
Quasi una ora compita, o poco meno;
Ma non fu giamai drago ni serpente
Quale è Ranaldo, allor che se risente.

21.

Non fu ruina al mondo mai maggiore,
Ché l'altre tutte quante questa passa;
Strazia dal petto il scudo, e con rumore
Contro alla terra tutto lo fraccassa.
Fusberta, il crudo brando, a gran furore
Stringe a due mane e le redine lassa,
E ferisce cridando al forte conte:
Proprio lo gionse al mezo della fronte.

22.

Non puotè il colpo sostenire Orlando,
Ma su le croppe la testa percosse;
Le braze a ciascun lato abandonando,
Già non mostra d'aver l'usate posse.
Di qua di là se andava dimenando,
Ed ambe l'anche di sella rimosse;
Poco mancò che 'l stordito barone
Fuor non uscisse al tutto de l'arzone.

23.

Ma come quel che avea forza soprana,
Ben prestamente uscì di quello affanno,
E, riguardando la sua Durindana,
Dicea: "Questo è il mio brando, o ch'io m'inganno;
Questo è pur quel ch'io ebbi alla fontana,
Che ha fatto a' Saracin già tanto danno.
Io me destino veder per espresso
S'io son mutato o pur se 'l brando è desso."

24.

Così diceva: ed intorno guardando,
Vidde un petron di marmore in quel loco;
Quasi per mezo lo partì col brando
Persino al fondo, e mancòvi ben poco.
Poi se volta a Ranaldo fulminando;
Torceva gli occhi, che parean di foco,
D'ira soffiando sì come un serpente;
Mena a due mani e batte dente a dente.

25.

O Dio del celo, o Vergine regina,
Diffendete Ranaldo a questo tratto,
Ché 'l colpo è fiero e di tanta ruina,
Che un monte de diamanti avria disfatto.
Taglia ogni cosa Durindana fina,
Né seco ha l'armatura tregua o patto;
Ma Dio, che campar volse il fio d'Amone,
Fece che 'l brando colse di piatone.

26.
Se gionto avesse la spada di taglio,
Tutto il fendeva insino in su l'arcione;
Sbergo ni maglia non giovava uno aglio,
Ed era occiso al tutto quel barone.
Ma fu di morte ancora a gran sbaraglio,
Ché il colpo gli donò tal stordigione,
Che da l'orecchie uscia il sangue e di bocca;
Con tanta furia sopra l'elmo il tocca.

27.

Tutta la gente che intorno guardava
Levò gran crido a quel colpo diverso;
E Marfisa tacendo lacrimava,
Perché pose Ranaldo al tutto perso.
Il conte ad ambe mano anco menava
Per tagliar quel baron tutto a traverso;
E ben puoteva usar di cotal prove:
Ranaldo è come morto e non se move.

28.

Quel colpo sopra lui già non discese,
Ché Angelica alla zuffa era presente.
Lei tenne il conte, e per il braccio il prese,
Ed a lui volta con faccia ridente,
Disse: - Barone, egli è chiaro e palese
Che tra gentile e generosa gente
Solo a parole se osserva la fede:
Senza giurare l'uno a l'altro crede.

29.

Questa matina promisi e giurai
Per una volta di farti contento,
E come e quando tu comandarai;
Ma prima tu dèi trare a compimento
Una impresa per me, come tu sai,
La qual comandar posso a mio talento;
Sì che io te dico, franco paladino,
Incontinente pòneti a camino.

30.

Prendi la strata per questa campagna,
Né te curar de indugia né de posa,
Sin che sei gionto nel regno de Orgagna,
Là dove trovarai mirabil cosa;
Ché una regina piena di magagna
(Così Dio ne la faccia dolorosa!)
Ha fabricato un giardin per incanto,
Per cui destrutto è il regno tutto quanto.

31.

Perché alla guarda del falso giardino
Dimora un gran dragone in su la porta,
Qual ha deserto intorno a quel confino
Tutta la gente del paese, e morta;
Né passa per quel regno peregino,
Né dama o cavalliero alla sua scorta,
Che non sian presi per quelle contrate,
E dati al drago con gran crudeltate.

32.

Onde te prego, se me porti amore,
Come ho veduto per esperïenza,
Che questa doglia me levi del core,
De la qual più non posso aver soffrenza;
E so ben che cotanto è il tuo valore
E 'l grande ardire e l'alta tua potenza,
Che, abenché il fatto sia pericoloso,
Pur nella fin serai vittorïoso. -

33.

Orlando alla donzella presto inchina,
Né se fece pregar più per nïente,
E con tanto furor ratto camina,
Che uscito è già di vista a quella gente.
Or, menando fraccasso e gran roina,
Il fio d'Amon turbato se risente;
Strenge a due mano il furïoso brando
Credendo vendicarse al conte Orlando.

34.

Ma quello è già lontan più de una lega:
Ranaldo se 'l destina di seguire,
Ché mai non vôl con lui pace né trega,
Sin che l'un l'altro non farà morire.
Marfisa, Astolfo e ciascuno altro il prega,
E tanto ogniom di lor seppe ben dire,
Che Ranaldo, che avea la mente accesa,
Pur fu acquetato e lasciò quella impresa.

35.

Questo fin ebbe la battaglia fella.
Tornò Ranaldo a farse medicare;
Parlar li volse Angelica la bella,
Lui per nïente la volse ascoltare,
Ché tanto odio portava a la donzella,
Che apena la puoteva riguardare.
Or lei si parte e vien sopra al girone;
Ranaldo in campo torna al paviglione.

36.

Su nella rocca ritornò la dama,
E de amor si lamenta e di fortuna;
Piange dirottamente e morte chiama,
Dicendo: "Or fo giamai sotto la luna
Per l'universo una donzella grama,
O nello inferno passò anima alcuna,
Che avesse tanta pena e tale ardore,
Quale io sostengo a l'affannato core?

37.

Quel gentil cavallier l'alma m'ha tolta,
Né vôl ch'io campa, e non mi fa morire,
Ed è tanto crudel, che non m'ascolta.
Che al manco gli potessi io fare odire
Li affanni che sostengo, una sol volta,
E di poi presto mia vita finire!
Ché dopo morte ancor sarei contenta,
Se egli ascoltasse il dôl che mi tormenta.

38.

Ma ciascuna alma disdegnosa e dura
Amando e lacrimando al fin se piega,
Sì che speranza ancor pur mi assicura
Che a un tempo mi darà quel che or mi niega;
E sol di quello è la bona ventura,
Che pacïenzia segue e piange e priega;
E, s'io son fuor di tal condizïone,
Pur stato non serà per mia cagione.

39.

Io vincerò la sua discortesia;
Ancor se placherà, se ben fia tardo,
Faràgli ancor pietà la pena mia,
E 'l fuoco smisurato ove io dentro ardo.
Poi che seguir conviensi questa via,
Io vo' mandarli adesso il suo Baiardo,
Ché, come intendo e per ciascun se nara,
Cosa del mondo a lui non è più cara.

40.

Orlando più non tornarà giamai,
Ché non giovarà forza né sapere,
Allo estremo periglio ove il mandai:
Far posso del destriero il mio parere.
Ahi re del cel! come forte fallai
A far perir colui che ha tal potere!
Ma Dio lo sa ch'io non puote' soffrire
Quel che tanto amo vederlo morire.

41.

Ora fia morto il bon conte di Brava,
Sol per campar la vita al fio d'Amone.
Quel molto più che sua vita me amava,
Questo non ha di me compassïone;
E certo conscïenza assai me grava,
E vedo ch'io fo pur contra ragione:
Ma la colpa è d'Amor, che senza legge
E soi subietti a suo modo corregge."

42.

Così dicendo chiede una donzella,
Che fu con lei creata piccolina,
Di aria gentile e di dolce favella;
Alla sua dama davanti se inchina.
Disse Angelica a lei: - Va, monta in sella
Calla nel campo di quella regina,
Qual per suo orgoglio, contra ogni ragione,
Sta nello assedio di questo girone.

43.

Tu montarai sopra il tuo palafreno:
Baiardo, quel destrier, menalo a mano.
Di tende e paviglioni il campo è pieno:
Cerca tu quel del sir de Montealbano.
A lui del bon destrier dà in mano il freno,
E digli, poi ch'egli è tanto inumano
Che comporta ch'io pèra in tante brame,
Non vo' che il suo ronzon mora di fame.

44.

Io non potrebbi mai già comportare,
Che 'l suo destrier patisse alcun disaggio,
A benché lui mi venne assedïare,
E femmi oltra al dover cotanto oltraggio.
Sol d'una cosa me può biasimare:
Ch'io l'amo oltra misura; ed ameraggio
Sin che avrò spirto in core e sangue adosso,
O voglio o non, però che altro non posso.

45.

A lui ragionarai in cotal guisa,
Ed a trarne risposta abbi lo ingegno;
Ché tanto è la pietà da quel divisa,
Che forse di parlarti avria disdegno.
Partendoti da lui, vanne a Marfisa,
Né far de onore o reverenzia un segno;
Senza smontar d'arcione a lei te accosta,
E da mia parte fa questa proposta.

46.

Diragli ch'io credetti che Agricane
Dovesse per suo esempio spaventare
E le genti vicine e le lontane
Dal non dover con me guerra pigliare;
Ma da poi ch'essa ancor non se rimane,
Che gli altri se potranno ammaestrare
Per lo esempio di lei, che tanto è paccia,
Che bisogno ha d'aiuto e pur minaccia. -

47.

La damisella uscì di quel girone,
E giù nel campo subito discese;
La sua ambasciata fece al fio d'Amone
Con bassa voce e ragionar cortese:
Sempre parlando stette ingenocchione.
Io non so dir se ben Ranaldo intese,
Ché, come prima odì chi la mandava,
Voltò le spalle e più non l'ascoltava.

48.

Era con lui Astolfo al paviglione,
Il qual, veggendo la dama partire,
Che seco ne menava il bon ronzone,
Subitamente la prese a seguire,
Dicendo a lei che per dritta ragione
Questo destrier potrebbe ritenire
Come sua cosa, poi che era palese
Che esso l'avea condutto in quel paese.

49.

A concluder, la dama puotea meno,
E il modo non avea da contrastare,
Onde se lasciò tuor di mano il freno:
Adietro l'ebbe Astolfo a remenare.
Or per quel campo d'arme tutto pieno
La messagiera se pone a cercare:
Cerca per tutto, e mai non se rafina,
Sin che fu gionta avanti alla regina.

50.

E non se sbigotì di sua presenzia,
Ma fece sua proposta alteramente,
Con ardire mestiato di prudenzia.
Quella regina, che ha l'animo ardente,
La odìa parlar con poca pacïenzia,
E sol rispose: - Bene è tostamente
Il minacciar d'altrui; ma il fin del gioco
È di cui fa de' fatti e parla poco. -

51.

Lasciamo il ragionar della donzella,
La qual, nel modo che aviti sentito,
Tornò davanti ad Angelica bella;
E ragionamo di quel conte ardito,
Che per li fiori e per l'erba novella
Via caminando è de una selva uscito;
Fuor della selva, a ponto in su quel piano,
Armato è un cavallier con l'asta in mano.

52.

Sopra d'una acqua un ponte marmorino
Tenìa quel cavallier in sua diffesa;
Alla ripa del fiume, ad un bel pino
Stava una dama per le chiome impesa,
La qual facea lamento sì tapino,
Che avrebbe di dolor quella acqua accesa;
Sempre soccorso e mercede domanda,
Di pianto empiendo intorno in ogni banda.

53.

Di lei molta pietà si venne al conte,
E per ella sligare al pino andava.
Ma il campïon, che armato era sul ponte,
- Non andar, cavallier! - forte cridava
- Ché fai a tutto il mondo oltraggio ed onte,
Dando soccorso a quella anima prava;
Perché l'antiqua etade e la novella
Non ebbe mai più falsa damigella.

54.

Per sua malizia sette cavallieri
Sono perduti e per sua fellonia.
Ma ciò contarti non mi fa mestieri,
Che troppo è lungo: vanne alla tua via;
Lasciala stare e prendi altri pensieri. -
Cari segnori e bella baronia,
Stati contenti a quel che aveti odito:
Per questa fiata il canto è qui finito.



CANTO VENTESIMONONO


1.

Ne l'altro canto io ve contai che Orlando
Vide il bel pino a lato alla riviera,
Dove la dama impesa lacrimando
Avria mosso a pietate un cor di fiera;
E mentre che lui stava riguardando,
Quello altro campïon con voce altiera
Gli disse: - Cavallier, va alla tua via,
Né dare aiuto a quella dama ria.

2.

La quale adesso ha ben tutta sua voglia,
Poi che sta impesa con le chiome al vento,
E voltasi leggier come una foglia;
E ben fo questo sempre il suo talento:
Or con vana speranza, or certa doglia
Tenir li amanti in estremo tormento.
Come al vento si volge per se stessa,
Così sempre rivolse ogni promessa. -

3.

Rispose il franco conte: - In veritate,
Nella mia mente non posso pensare,
Non che aprir gli occhi a tanta crudeltate;
In ogni modo la voglio campare,
Né credo che abbi in te tanta viltate,
Che a questa cosa debbi contrastare.
Se offeso sei e di vendetta hai brama,
Ciò non conviene oprar sopra a una dama. -

4.

- Questa donzella - disse il cavalliero
- Fo sempre sì crudele e dispietata,
E tanto vana e d'animo leggiero,
Che drittamente è quivi condennata.
Ma tu forse, baron, tu forastiero
Non sai la istoria di questa contrata,
Però pietà te muove a dar soccorso
A quella che è crudel più che alcuno orso.

5.

Ascolta, ch'io te prego, in qual mainera
Ben iustamente e per dritta ragione
Fosse nel pino impesa quella fiera.
Lei nacque meco in una regïone,
E fo per sua beltade tanto altiera,
Che mai non fo mirato alcun pavone
Che avesse più superbia nella coda,
Quando la sparge al sole ed ha chi 'l loda.

6.

Origille è il suo nome, e la citade
Dove nascemmo Batria è nominata.
Io l'amai sempre dalla prima etade,
Come piacque a mia sorte isventurata;
Lei or con sdegni, or con finta pietade,
Promettendo e negando alcuna fiata,
Me incese di tal fiamma a poco a poco,
Che tutto ardevo, anzi ero io tutto un foco.

7.

Un altro giovanetto ancor l'amava;
Non più di me, ché più non se può dire,
Ma giorni e notti sempre lacrimava,
Quasi condutto a l'ultimo morire.
Locrino il cavallier si nominava,
Qual soffrea per amor tanto martìre,
Che giorno e notte, lacrimando forte,
Chiedea per suo ristor sempre la morte.

8.

Lei l'uno e l'altro con bone parole
E tristi fatti al laccio tenìa preso,
Mostrandoci nel verno le vïole,
E il giaccio nella state al sole acceso;
E benché spesso, come far si suole,
Fosse l'inganno suo da noi compreso,
Non fo l'amor d'alcuno abandonato,
Credendo più ciascuno essere amato.

9.

Più volte avante a lei mi presentai,
Formando le parole nel mio petto,
Ma poi redirle non puote' giamai,
Ché, come io fu' condutto al suo cospetto,
Quel che pensato avea, domenticai,
E sì perdei la voce e l'intelletto
E tutti e sentimenti per vergogna,
Ch'era il mio ragionar d'un om che sogna.

10.

Pur mi diè amore al fin tanta baldanza,
Che un tal parlare a lei da me fu mosso:
"Se voi credesti, dolce mia speranza,
Ch'io potessi soffrir quel che io non posso,
E che la vita mia fosse a bastanza
Del foco che m'ha roso insino a l'osso,
Lasciati tal pensiero in abandono,
Ché se aiuto non ho, morto già sono.

11.

Ciò vi giuro, ed è vero, e non ve inganno;
E pensar ben doveti in vostro core
Che l'uom die' sostener l'estremo danno
Prima che 'l provi il suo amico maggiore;
Perché essendo ingannato, ogni altro affanno,
Anci la morte, è ben pena minore,
Perché alla fine ogni martìre avanza
Trovarsi vana l'ultima speranza.

12.

Ben lo sa Dio che in altri non ho spene,
E che voi seti quella che più amo;
Soffrir non posso ormai cotante pene:
A l'estremo dolor mercè vi chiamo.
Camparme al vostro onor ben si conviene,
Ché sol per voi servir la vita bramo,
E, se aiuto non dati al mio gran male,
Io moro, e voi perdeti un cor leale."

13.

Non fuor queste parole simulate,
Anci tratte al mio cor della radice;
Lei, che femina è ben in veritate,
(Che tutte son peggior che non se dice),
Fece risposta con gran falsitate,
Per farme più dolente ed infelice,
Dicendo: "Uldarno - (ché così mi chiamo)
- Più che 'l mio spirto e più che gli occhi v'amo.

14.

E se io potessi mostrarne la prova,
Come io posso in voce proferire,
Cosa non ho nel cor che sì me mova,
Quanto al vostro desio poter servire;
E se alcun modo o forma se ritrova,
Ch'io possa contentar questo disire,
Io sono apparecchiata a tutte l'ore,
Pur che si servi insieme il nostro onore.

15.

Ma certamente io vedo una sol via
(Volendo, come io dico, riservare
Nel vostro onor la nominanza mia)
Che ce possiamo insieme ritrovare.
Come sapete, la fortuna ria
Fece a la morte insieme disfidare
Oringo, il cavallier tanto inumano,
Contra a Corbino, mio franco germano.

16.

E fo quel damigello al campo morto,
Dico Corbino, e contra alla ragione,
Ché ancor non era ben ne l'arme scorto,
E l'altro fo più volte al parangone.
Ora per vendicar cotanto torto
Mio patre va cercando un campïone,
Proferendo a ciascuno estremo merto,
Ed hal trovato, o trovaral di certo.

17.

Voi, che portate adunque l'arme indosso
D'Oringo e la sua insegna e il suo cimero,
Fuor de la terra vi serete mosso,
Là dove scontrarete un cavalliero.
Poi che l'un l'altro ve areti percosso,
Pigliar vi lasciareti di legiero,
E questo è solo il modo e la maniera
A far contenta vostra voglia intiera.

18.

Però che quivi sereti menato
Da l'altro cavallier, che ve avrà preso;
Sotto mia guarda stareti legato,
E non temeti già de essere offeso,
Ché a vostra posta vi darò combiato.
E benché 'l patre mio sia d'ira acceso,
Ed abbia molta voluntate e fretta
Di far del suo figliolo aspra vendetta,

19.

Nulla di manco ho già preso il partito
Di poter vosco alquanto dimorare,
Poi mostrarò che via siati fuggito."
Così la falsa m'ebbe a ragionare,
Ed io ben presto presi questo invito,
Né a periglio o fatica ebbi a pensare,
Ché, per trovarme seco ad un sol loco,
Passato avria per mezo un mar di foco.

20.

Addobbato mi fu' subitamente
L'arme de Oringo ed ogni sua divisa;
Ma, come io fu' partito, incontinente
Costei, che del mio mal facea gran risa,
Come quella che è troppo fraudolente
E perfida e crudel for d'ogni guisa,
Partito, come io dico, a lei davante,
Fece chiamare a sé quell'altro amante.

21.

Ciò fu Locrino, de chi ragionai,
Che a un tempo meco questa falsa amava,
E con promesse e con parole assai,
Come sapea ben far, lo alosingava,
Dicendo, se sperar dovea giamai
Guidardon de l'amor che gli mostrava,
Che per un giorno sia suo campïone:
Dïagli Oringo morto, o ver pregione.

22.

Il loco li raconta, ove mandato
M'avea lei stessa fuor de la citate,
E tanto fece al fin, che l'ebbe armato
De insegne contrafatte e divisate,
E fuora venne per trovarmi al prato.
Nel scudo verde ha due corne dorate
E nella sopravesta e nel cimiero,
Come portava un altro cavalliero.

23.

Quel cavallier avea nome Arïante,
Che per insegna le corne portava,
Tanto animoso e di membre aiutante
Che forse un altro par non attrovava.
Questo era d'Origille anco esso amante,
Ed averla per moglie procacciava;
E già col patre de essa stabilito
Avea per patto d'esser suo marito.

24.

Ma prima Oringo dovea conquistare,
Ed a lui presentarlo, o morto o preso.
Or, per far breve il nostro ragionare,
Questo ne venne a quel prato, disteso,
Là dove io stava armato ad aspettare:
Dopo lieve battaglia io mi fui reso.
Credendo a questa falsa esser menato,
Feci poca diffesa e fui pigliato.

25.

Locrino, in questo tempo, il giovanetto,
Nel vero Oringo a caso fu inscontrato,
Né menarno la zuffa da diletto,
Questo d'amore e quel ch'era infiammato.
Fu ferito Locrino a mezo il petto,
Oringo nella testa e nel costato;
E fu l'assalto lor sì crudo e forte,
Che ciascun d'essi quasi ebbe la morte;

26.
Abench'al fine Oringo fu pregione,
Ché uno amoroso cor vince ogni cosa.
Ora intervenne che 'l crudo vecchione,
Il quale è patre a questa dolorosa,
Avea di far vendetta il cor fellone,
E notte e giorno mai non stava in posa.
Sempre guardando, cerca con gran pena
Se 'l suo campione Oringo ancor li mena.

27.

Ed ecco avanti lo vide venire,
Con la man disarmata e senza brando,
Come colui ch'è preso, a non mentire.
Andogli incontra pallido e tremando,
E apena se ritenne de ferire;
Ma poi, dapresso con lor ragionando,
Cognobbe nella voce e nel sembiante
Che Locrino era quel, non Arïante.

28.

Ben sapea il vecchio che quel giovanetto
La sua figliola avea molto ad amare,
E però gli diceva: "Io ti prometto,
Se questo tuo pregion me vôi donare,
Contento ti farò di quel diletto
Qual più nel mondo mostri desïare.
Se vero è che mia figlia cotanto ami,
Io te contentarò di quel che brami."

29.

Locrino paccio fu presto accordato,
Benché darli il pregion non gli era onore;
Tanto già lui d'amore era spronato,
Che gli avria dato parte del suo core.
Essendo già tra lor fatto il mercato,
La nostra gionta gli pose in errore,
Perché Arïante ed io, che ero pregione,
Giongemmo avanti a quel crudo vecchione.

30.

Quivi la cosa fu tutta palese
E la cagion de l'arme tramutate.
Alora Oringo molto me riprese,
Che in dosso le sue insegne avea portate;
E tra noi quattro fur molte contese,
E quasi ne venemmo a trar le spate,
Perché Arïante ancor se lamentava
Pur de Locrin, che sua insegna portava.

31.

Nel regno nostro è legge manifesta
Che chiunque porta scudo o ver cimero
D'un altro campïone o d'altra gesta,
È disfamato con gran vitupero,
E se non ha perdon, perde la testa.
Benché 'l statuto sia crudele e fero,
Ché la pena è maggior che la fallanza,
Pur è servata per antiqua usanza.

32.

Avanti al re fu tratta la querella;
Il qual, veggendo tutta la cagione
Essere uscita da questa donzella,
Qual li avea indotto a quella guarnisone,
E con le insegne altrui montare in sella,
Prese consiglio, con molta ragione,
Che, avendo ogniom di noi fatto gran male,
Tutti dian voce a pena capitale:

33.

Oringo, perché morto avea Corbino,
Ch'era garzone, e lui già di gran fama;
Ed Arïante, sì come assassino,
Qual per avere il prezo d'una dama
Avea promesso a quel vecchio mastino
La morte di colui che tanto brama.
Così meco Locrino ad una guisa,
Ché avevamo portata altrui divisa.

34.

Sì iudicati tutti quattro a morte,
Fummo obligati sotto a sacramento
Non uscir for de Batria delle porte,
Sin che non è il iudicio a compimento;
E fece il re da poi ponere a sorte
Chi menar debba la dama al tormento,
Perché lei, che è cagion di tanto errore,
Non aggia morte, ma pena maggiore.

35.

Come tu vedi, per le chiome impesa
Sopra a quel pino al vento se trastulla,
E per farla campare è bene attesa
D'ogni vivanda, e non gli manca nulla.
La prima sorte a me dette la impresa
De stare in guardia alla falsa fanciulla,
E così già tre giorni ho combattuto
Contra a ciascun che gli vuol dare aiuto.

36.

E sette cavallieri ho tratto a fine:
E nomi tutti non te vo' contare;
Mira quei scudi e l'armi peregrine,
Qual ciascadun di lor suolea portare.
Tutti han perduto l'anime tapine
Per voler questa dama liberare;
Il scudo de ciascuno e l'elmo e 'l corno
Sono attaccati a quel troncon d'intorno.

37.

E se caso averrà ch'io pur sia morto,
Oringo e poi Locrino ed Arïante
Verran l'un dopo l'altro a questo porto,
Ciascun di me più fiero ed aiutante;
E però, cavalliero, io te conforto
Che non te curi di passare avante,
Perché qualunche al ponte non se attiene,
Aver battaglia meco li conviene. -

38.

Orlando stava attento al cavalliero
Che avea contata lunga diceria;
Ma la donzella da quel pino altiero
Forte piangendo il cavallier mentia,
Dicendo che malvaggio era e sì fiero,
Che la tormenta sol per fellonia,
E perché è dama e non può far diffesa,
La tien per crudeltate al pino appesa.

39.

E che sette baroni a tradimento
Aveva occiso, e non per sua virtute,
E per dar tema agli altri e gran spavento
Tenea quei scudi in mostra e le barbute.
Così dicea la dama, e con lamento
Parlava al conte per la sua salute,
Per Dio pregando e sempre per pietate,
Che non la lasci in tanta crudeltate.

40.

Non stette Orlando già molto a pensare,
Perché pietà lo mosse incontinente,
Dicendo a Uldarno o che l'abbia a spiccare,
O che prenda battaglia di presente.
Così l'un l'altro s'ebbe a disfidare;
Ciascadun volta il suo destrier corrente,
E vengonsi a ferir con cruda guerra:
Al primo incontro Orlando il pose in terra.

41.

Poi che fu il cavallier caduto al piano,
Il conte prestamente al pino andava.
Sopra una torre a quel ponte era un nano,
Che incontinente un gran corno suonava;
Dopo quel suono apparve a mano a mano
Un cavalliero armato, che cridava,
E morte al conte e gran pena minaccia,
Se s'avicina al pino a vinte braccia.

42.

Il conte aveva integra ancor sua lanza;
Presto se volta, e quella al fianco arresta,
E ferisce al baron con tal possanza,
Che sopra al prato il fie' batter la testa.
Ma far nova battaglia ancor gli avanza,
Ché 'l nano suona il corno a gran tempesta,
E gionge il terzo cavalliero armato:
Sì come gli altri andò disteso al prato.

43.

Sopra la torre il nano il corno suona:
Il quarto cavallier ne vien palese.
Orlando contra lui forte sperona,
E con fraccasso a terra lo distese.
Poi tutti come morti li abandona,
E passa il ponte senza altre contese,
E gionge al pino e smonta della sella:
Salisce al tronco e spicca la donzella.

44.

Giù per le rame la portava in braccio,
E quella dama lo prese a pregare,
Poiché tratta l'avea di tale impaccio,
Che via con seco la voglia portare,
Perché di lei serìa fatto gran straccio,
Se quivi se lasciasse ritrovare.
Orlando la assicura e la conforta,
In croppa se la pone, e via la porta.

45.

Era la dama di estrema beltate,
Malicïosa e di losinghe piena;
Le lacrime teneva apparecchiate
Sempre a sua posta, com'acqua di vena.
Promessa non fie' mai con veritate,
Mostrando a ciascadun faccia serena;
E se in un giorno avesse mille amanti,
Tutti li beffa con dolci sembianti.

46.

Come io dissi, la porta il conte Orlando;
E già partito essendo di quel loco,
Lei con dolci parole ragionando
Lo incese del suo amore a poco a poco.
Esso non se ne avide e, rivoltando
Pur spesso il viso a lei, prende più foco,
E sì novo piacer gli entra nel core,
Che non ramenta più l'antiquo amore.

47.

La dama ben s'accorse incontinente,
Come colei che è scorta oltra misura,
Che quel baron d'amore è tutto ardente,
Onde a infiamarlo più pone ogni cura;
E con bei motti e con faccia ridente
A ragionar con seco lo assicura;
Però che 'l conte, ch'era mal usato,
D'amor parlava come insonnïato.

48.

Mille anni pare a lui che asconda il sole,
Per non avere al scur tanta vergogna;
Perché, benché non sappia dir parole,
Pur spera de far fatti alla bisogna;
Ma sol quel tempo d'aspettar gli dole,
E fra se stesso quel giorno rampogna,
Qual più de gli altri gli par longo assai,
Né a quella sera crede gionger mai.

49.

E così cavalcando a passo a passo,
Ragionando più cose intra di loro,
A mezo il prato ritrovarno un sasso,
Che è scritto tutto intorno a littre d'oro,
E trenta gradi, dalla cima al basso,
Avea tagliato con netto lavoro;
Per questi gradi in cima se saliva
A quel petron, che asembra fiamma viva.

50.

Disse la dama al conte: - Or te assicura,
Se hai, come io credo, la virtù soprana,
Che in questo sasso è la maggior ventura
Che sia nel mondo tutto, e la più strana.
Monta quei gradi e sopra quella altura:
La pietra è aperta a guisa di fontana;
Ivi te appoggia, e giù callando il viso
Vedrai l'inferno e tutto il paradiso. -

51.

Il conte non vi fece altro pensiero:
Certo il demonio e Dio veder si crede,
Ed alla dama lascia il suo destriero.
Lei, come gionto sopra il sasso il vede,
Forte ridendo disse: - Cavalliero,
Non so se seti usato a gire a piede,
Ma so ben dir che usar ve gli conviene:
Io vado in qua; Dio ve conduca bene. -

52.

Così dicendo volta per quel prato,
E via fuggendo va la falsa dama.
Rimase il conte tutto smemorato,
E sé fuor d'intelletto e paccio chiama,
Benché serìa ciascun stato ingannato,
Ché di legier si crede a quel che s'ama;
Ma lui la colpa dà pure a se stesso,
Locchio e balordo nomandosi spesso.

53.

Non sa più che se fare il paladino,
Poi che perduto è il suo bon Brigliadoro.
Torna a guardare il sasso marmorino,
E va leggendo quelle littre d'oro.
Quivi ritrova che sepolto è Nino,
Qual fu già re di questo tenitoro,
E fece Ninivè, l'alta citate,
Che in ogni verso è lunga tre giornate.

54.

Ma lui, che de guardare ha poca cura,
Poi che ha perduto il suo destrier soprano,
Smonta dolente della sepoltura;
E, caminando a piede per il piano,
La notte gionge e tutto il cel se oscura.
Vede una gente, e non molto lontano;
E così andando ognior più s'avicina,
Perché la gente verso lui camina.

55.

Dirovi tutta quanta poi la cosa,
Qual gli incontrò, quando fu gionto al gioco,
E serà di piacere e dilettosa;
Ma poi la contaremo in altro loco,
Perché il cantar della storia amorosa
È necessario abandonare un poco,
Per ritornare a Carlo imperatore,
E ricontarvi cosa assai maggiore.

56.

Cosa maggior, né di gloria cotanta
Fu giamai scritta, né di più diletto,
Ché del novo Rugier quivi si canta,
Qual fu d'ogni virtute il più perfetto
Di qualunche altro che al mondo si vanta.
Sì che, segnori, ad ascoltar vi aspetto,
Per farvi di piacer la mente sazia,
Se Dio mi serva al fin la usata grazia.


EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Orlando innamorato - Amorum Libri di Matteo Maria Boiardo - volume primo", a cura di Aldo Scaglione, UTET, Milano, 1951







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